Manuel Vázquez Montalbán
Ho ammazzato J. F. Kennedy

“Svelare, svelare; nella radice di questa parola giace la stessa saggezza. Sollevare il velo che ci separa dalla verità è la strada per raggiungere la saggezza. Ma ogni uomo lucido sa dell’esistenza di un velo posto troppo lontano e sa che bisogna conservare un aldilà di mistero il quale impedisce di sollevare l’ultimo velo.”

Chi ha letto i romanzi di Vázquez Montalbán che vedono il detective Pepe Carvalho protagonista, chi si è appassionato alle sue indagini e alla sua disincantata personalità, non vorrà certo rinunciare a scoprire come questo personaggio sia nato. E, pur essendo stato scritto nel 1970, Ho ammazzato J. F. Kennedy, tra le cui pagine ha visto la luce Carvalho, è uscito solo recentemente in Italia. Con stile, atmosfere e linguaggio maggiormente sperimentali e complessi, molto diversi dai romanzi successivi, la storia è collocata negli Stati Uniti durante la presidenza Kennedy. Il punto di vista e il narratore variano: si passa dalla prima persona (di tutta la prima parte) alla prevalenza della terza (nell’ultima), chi descrive la vicenda in diretta è così lo stesso personaggio (l’assassino, l’agente corrotto, Pepe Carvalho) che successivamente viene da altri (i mandanti del delitto) valutato e avversato. Qualche lettera privata, qualche appunto, qualche dialogo vengono riportati senza soluzione di continuità con la narrazione.
Così emergono qua e là i giudizi o le opinioni che introducono al lettore quel detective destinato a diventare famoso. Di lui si dice: “non ha una linea prevedibile di azione. Nemmeno le sue azioni sono continue…”, è una “forza soprannaturale, diabolica” oppure “non è un mito letterario. È un essere reale mitizzato” e ancora “apprendista rivoluzionario” diventato “apprendista controrivoluzionario”.
Ma in questo strano romanzo, da alcuni letto come metafora delle aspirazioni antifranchiste del giovane Vázquez Montalbán, è da segnalare anche l’immagine che emerge del potere, dello stile americano, della mitologia sorta intorno al clan Kennedy e dell’immagine pubblica, non sempre positiva, di molti suoi membri. Di sicuro la grande casa sospesa nell’aria in cui, per ragioni di maggiore sicurezza risiede la famiglia del presidente, fa pensare a una simbolica allegoria fantascientifica. Ma la fontanella di pipì del piccolo John John che dall’alto centra la Casa Bianca riporta il lettore a una quotidianità privata, apparentemente incongrua. Così l’accento francese di Jaqueline, le poesie che declama, le allusioni al ricco armatore, la mondanità della principesca sorella richiamano le cronache dei rotocalchi scandalistici. Mentre il sorriso perfetto di John, la grinta di Robert, certi toni da film western dei dialoghi fanno pensare all’immagine che il mondo ha recepito di quella presidenza. La Cia è il grande ragno assassino che trama il delitto, Carvalho ne è il braccio che, svolta la sua funzione, va amputato.
Certa durezza ideologica presente in questo romanzo si smorzerà nel tempo nella produzione letteraria dell’autore catalano, anche se il “realismo politico” che contraddistingue le azioni dei servizi segreti non sembra essere, nei fatti, venuto meno. Numerose ed efficaci le citazioni o i riferimenti letterari; John Kennedy, l’intellettuale della famiglia, dice citando Dürrenmatt “che tempi, questi, in cui bisogna lottare per quel che è evidente!”, e lo si potrebbe affermare ancora oggi quando tante verità lapalissiane sembrano essere invece volutamente circondate dal mistero.

Ho ammazzato J.F. Kennedy di Manuel Vázquez Montalbán
Titolo originale: Yo Maté a Kennedy
Traduzione di: Hado Lyria
164 pag., Lit. 16.000 – Edizioni Feltrinelli (Super Ue Feltrinelli)
ISBN 88-07-84006-5


Le prime righe

La complicità europeista di Jacqueline mi lusingava.
“Il nostro Palazzo delle Sette Galassie non è paragonabile manco al Petit Trianon.”
Il rumore dei tuffi e delle pesanti risate di monsignor Cushing arrivava fino alla Prima Galassia. Di tanto in tanto l’ombra di un bambino nudo passava veloce dietro la gelosia. Jacqueline sfogliava un libro di Avedon e Baldwin. In due alti bicchieri la bibita blu fremeva e le foglie di menta cominciavano a macerarsi. Chiusi gli occhi per sentire il contatto sessuale del pizzicore in gola. Le bollicine mi solleticarono fino a farmi quasi male. Cominciai a sudare.
Jacqueline non sudava sotto la plastificazione meravigliosa della sua pelle truccata. Distrassi lo sguardo lungo la parete continua della stanza circolare, ricordai una sbronza sin allora dimenticata.
“Ce l’ha, un dollaro? Mi presta un dollaro?”
Portai troppo in fretta la mano al portafogli. La risata di Jacqueline mi paralizzò il gesto.
“Magnifico. Non mi ha deluso. Lei è un cavaliere spagnolo.”
Continuò a contemplare il libro, rilassata. D’un tratto, me lo aprì sotto gli occhi.
“Atroce, no?”
Io assentii, lei fu soddisfatta.
Non volevo levarmi la giacca per non farle vedere la pistola sotto l’ascella. Non per via della pistola, né per le immagini di rozza violenza che avrebbe evocato, ma per la brutta bretella che reggeva la fondina, come un tetro corsetto da invalido. Però avevo caldo. È addirittura probabile che facesse caldo. Mi alzai per avvicinarmi con voglia dissimulata alla gelosia. La famiglia Kennedy mangiava tramezzini sull’erba. Scendeva la sera. Le acque della piscina ritrovavano una falsa tranquillità sotto le ombre grigie. Un inserviente nero pescava le foglie morte che galleggiavano in superficie. Robert Kennedy faceva la verticale e i due figli maggiori lo imitavano. Guardai, esitai, guardai di nuovo. John Fitzgerald Kennedy fumava una lunghissima pipa della pace dall’alto di un ippocastano. L’ombra di una nuvola accelerò il crepuscolo. Si oscurò la pelle dei corpi, la pelle del mondo. La dentatura collettiva dei Kennedy splendette di brusco biancore. La voce di Jacqueline mi raggiunse come una compagnia di cui cominciavo ad avere bisogno.

© 2001 Giangiacomo Feltrinelli Editore


L'autore

Manuel Vázquez Montalbán (Barcellona, 1939) è conosciuto in tutto il mondo grazie alla serie di suoi romanzi dedicati al detective Pepe Carvalho, un personaggio cui la "barcellonesità" non ha impedito di essere apprezzato in tantissimi paesi, perfino in Cina. Ma Manuel Vázquez Montalbán non ha scritto soltanto i venti romanzi che compongono la "serie Carvalho". Egli è noto proprio per la sua prolificità: ha scritto e scrive poesia, saggi di sociologia, politica, attualità, letteratura, pochi indimenticabili romanzi indipendenti dal ciclo Carvalho, pièces teatrali e una enorme quantità di articoli per diversi giornali, spagnoli e non.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




28 settembre 2001