Sylvia Iparraguirre
La terra del fuoco

“Per molti anni ho vissuto nei fatti, dentro la Storia. Ora ne sto ai margini, e posso decifrare gli avvenimenti del passato come si decifra una scrittura.”

Le parole della scrittrice argentina Sylvia Iparraguirre sono spesso gelide e dure come la sua terra d’origine e con un linguaggio secco trasmettono emozioni primarie, ma altre volte si riscaldano con la forza dello spirito latino e comunicano passioni dal sapore mediterraneo. In questo andamento altalenante sta il segreto della grande capacità dell’autrice di attrarre il lettore, catturarlo e trascinarlo nell’oceano lontano della Terra del Fuoco per scaraventarlo poi sulle rive della vecchia Europa.
In questo romanzo si narra una storia affascinante incentrata su un’amicizia, quella tra John William Guevara, detto Jack (la voce narrante), figlio illegittimo di un inglese e di una creola argentina, e Omo-lume, detto Jemmy Button, indiano yámana della Patagonia portato in Inghilterra per essere “educato” alla cultura occidentale, nella prospettiva di poter colonizzare la sua terra d’origine. Siamo negli anni centrali dell’Ottocento, la volontà di conquista da parte dei paesi europei è forte e radicata, così come è diffusa a tutti i livelli un’insensibilità totale nei confronti del “diverso” e di una cultura così incompatibile con l’Occidente come quella rude e semplice delle terre più meridionali del continente americano. Ma la storia è anche un lungo viaggio in mare, con mille approdi e molti compagni differenti. Una navigazione durata anni e narrata come un’unica grande avventura.
Aleggia sulla vicenda il tema antico del “buon selvaggio” (naturalmente da convertire) che ancora ai tempi della storia, ambientata nella prima metà dell’Ottocento, pervadeva la mentalità occidentale. Non erano state ufficializzate le scoperte di Darwin (che compare in prima persona nel racconto) che avrebbero convinto l’umanità intera della sua diretta discendenza dagli animali, mettendola di fronte ai propri limiti; ancora si era ben lontani dall’accettare concetti che oggi reputiamo elementari di convivenza civile e le sconfinate pianure della Terra del Fuoco rimanevano unicamente, nell’immaginario collettivo, una terra di conquista e spartizione. Tutte queste incomprensioni, questo fraintendimento non potevano che sfociare in una tragedia annunciata. Ma anche nel dramma Sylvia Iparraguirre riesce a mantenere un distacco narrativo che presenta i fatti con chiarezza quasi documentaria.

La terra del fuoco di Sylvia Iparraguirre
Titolo originale: La tierra del fuego
Traduzione di: Paola Tomasinelli
191 pag., Lit. 28.000 – Edizioni Einaudi (I coralli)
ISBN 88-06-15966-6


Le prime righe

Primo fascicolo

[Lobos, 1865]

Oggi, in mezzo a questo nulla, è successo un fatto straordinario. Così di rado la pianura rompe quell’interminabile monotonia che quando il punto vacillante all’orizzonte crebbe per rivelarsi un cavaliere, e quando fu possibile dedurre che la sua direzione era verso queste povere case, l’impazienza già ce lo faceva sperare. Sempre che si possa chiamare impazienza lo sguardo silenzioso e ostinato, fisso all’orizzonte. Di certo era un fatto inusuale, ma la sua vera dimensione, la dimensione che qualche ora dopo avrebbe assunto per me, non potevo neppure sospettarla quando da casa, lontana una lega dalle altre, lo vedevo arrivare, diritto, verso di noi. Dico noi pensando al pugno di abitanti dispersi che forma quello che chiamiamo il villaggio di Lobos. A circa duecento braccia lo vidi dirigersi a ovest; riuscii a distinguerne il profilo e il mantello cannella del cavallo. Era mezzogiorno. Arrivato allo spaccio, mi dissero, quell’uomo aveva chiesto di me. Gli avevano dato qualcosa da mangiare e da bere e intanto avevano mandato qualcuno a cercarmi.
C’era una lettera a mio nome all’ufficio postale, fatto raro per non dire unico. Il ragazzino che mi mandarono aggiunse, senza scendere da cavallo, quello che gli avevano detto di dire: che sarebbe stata consegnata solo nelle mie mani.
Osservai l’uomo prima di entrare. Sembrava loquace. Portava notizie della guerra con il Paraguay che immaginai per metà vere e per metà inventate, che i presenti assorbivano senza proferire parola ma riempiendogli di tanto in tanto il bicchiere di gin, come a segnalare indirettamente che ascoltavano volentieri. A un tratto notarono la mia presenza. L’uomo si alzò in piedi e si pulì la bocca con il dorso della mano:
- Lei è il maggiore inglese?
Prima che io potessi rispondere, il vecchio, rintanato come sempre dal fondo della bottega, disse:
- No, il maggiore era suo padre, il gringo. Questo è l’amico Guevara, nient’altro.
Il cognome inglese di mio padre – Mallory – era finito per diventare, nella pronuncia comune argentina, prima magióri, e poi, curiosamente, maggiore, come il grado dell’esercito, però non dissi nulla.

© 2001 Giulio Einaudi Editore


L'autore

Sylvia Iparraguirre (Junín, Buenos Aires, 1947) insegna all’Università di Buenos Aires ed è critica letteraria del “Clarín” e di “Página 12”. Ha pubblicato due volumi di racconti En el invierno de las ciudades (1988) e Probables lluvias por la noche (1993) e un romanzo El parque (1996). La tierra del fuego è stato eletto, nel 1998, “miglior libro dell’anno”.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




28 settembre 2001