Frédéric Richaud
La Porta del Diavolo

“In paese si è temuto che il brutto tempo non se ne andasse più. Ma ieri il cielo è tornato azzurro e tutti hanno ritrovato il sorriso. Da allora, ci si dedica a preparare la festa della mietitura. Le donne finiscono di stirare le tovaglie, di comporre mazzi di fiori, gli uomini di portare sedie e tavoli in piazza.”

Dalla Provenza degli anni ’30 arriva una storia intensa, drammatica e vera: quella di un amore che si trasforma in tragedia. A Frédéric Richaud la raccontò il padre che, quando era bambino, ebbe modo di conoscerne i protagonisti. Al piccolo Frédéric questo dramma passionale non è mai passato dalla mente e a distanza di molti anni ha scelto di farne la trama essenziale di un romanzo breve, ambientato nella sua epoca originaria tra le due guerre, in un momento storico molto difficile. Protagonisti sono un gruppo di contadini dell’Alta Provenza. Lo scenario è la vita quotidiana della campagna, con i suoi ritmi lenti e precisi e la scansione dei grandi eventi dell’anno: l’arrivo della nuova stagione, i lavori nei campi, la festa della mietitura… In questo ambiente vive Marie, una ragazza dolce e sognatrice. Qui arriva Bastien, uno stagionale che ha girato la Francia e che conosce il mondo: insomma, un giovane uomo pieno di fascino. Tra Bastien e Marie nasce l’amore, quello vero, passionale. Comunicano poco a parole, ma sanno capire bene quali siano i reciproci sentimenti. E questo basta. Ma come nella più classica delle tragedie, l’amore non può arrivare al suo coronamento, e per Marie e Bastien non ci sarà mai il lieto fine, anche se non vi riveliamo quale sia il vero finale, perché in esso sta gran parte del senso profondo della vicenda.
Una trama piuttosto semplice, ma che nasconde in realtà elementi di grande interesse. Innanzitutto la capacità dell’autore di ricreare lo spirito e il clima di un’epoca, pur vista con gli occhi di un contemporaneo. Poi la scelta formale e linguistica, basata su una struttura a frasi brevi con l’uso di parole semplici e di concetti altrettanto lineari che testimoniano la volontà dell’autore da un lato di ricostruire lo spirito popolare degli anni Trenta del Novecento, dall’altro di ricreare il mondo comunicativo dei contadini della Provenza.

La Porta del Diavolo di Frédéric Richaud
Titolo originale: La passe au diable
155 pag., Lit. 18.000 – Ponte alle Grazie (Il cerchio)
ISBN 88-359-5025-2


Le prime righe

Antoine è morto a ventiquattro anni. La sola fotografia che si ha di lui orna una parete della cucina, tra il lavello e la finestra. Posa solo, davanti alla fattoria, sotto il grande albero accanto al pozzo. Si porta la mano davanti al volto perché ha il sole negli occhi. Sorride, e quando ci si avvicina, si possono vedere i denti che risplendono e l’ora sul suo orologio. Ha scarponi ai piedi, pantaloni scuri, una camicia e un rastrello.
Da principio, il morto non stava nella cornice. Lo si trovava dappertutto: nell’armadio, sulle scale, nel fienile, nel pomo di una porta. Camminava nei campi, parlava o rideva nell’aia. Lucie, sua moglie, lo sentiva a volte che le arrivava da dietro per prenderla per la vita. Alice, la madre, accartocciata nel suo nerissimo dolore, confondeva i nomi dei propri figli. Spesso Marie staccava il ritratto del padre, andava nel cortile e si metteva al posto del fotografo. Tenendo a braccio teso l’immagine in bianco e nero davanti a sé, cercava di farla combaciare con la realtà a colori, di rimettere quel morto, il suo morto, nella di lei vita. E, ogni volta che degli amici venivano in visita, lui ne approfittava per mostrarsi sotto una luce che non gli si conosceva. Non lo si pensava tanto buffo. Non lo si sapeva tanto timido.
Sono passati gli anni. A forza d’esser vuoti, gli scarponi di Antoine si sono rimpiccioliti. Pian piano, i mobili della sua stanza hanno cambiato posto. Prima una lampada, e poi il comodino, e poi il letto. E poi non è stata più la sua stanza. La pelle delle sue scarpe si è screpolata. Per lungo tempo si sono conservati i suoi calzoni e le sue camicie nell’armadio. Alla fine è parso stupido lasciare la stoffa alle tarme. Alice ha rifatto gli orli, accorciato le maniche, e Michel, il minore, ha riempito gli indumenti del fratello. Marie si è stancata di non riuscire a far coincidere gli spigoli della vita e della morte. Pian piano, Antoine è rientrato nella sua cornice per non uscirne più. Ora se ne sta lì buono buono dietro il vetro sporco, col suo rastrello e il suo sorriso, tra il lavello e la finestra.

© 2001 Ponte alle Grazie


L'autore

Frédéric Richaud è nato nel 1966 in una sperduta fattoria della Provenza, Le Chapelet, a trenta chilometri da Avignone. Cresciuto a contatto con la natura, si è trasferito a Parigi ventitreenne per motivo di studio. Oggi divide il suo tempo fra la città e la campagna, dove continua a occuparsi del grande giardino della casa in cui è nato. Ha scritto anche Il signor giardiniere.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




21 settembre 2001