Terry Eagleton
L’idea di cultura

“La Cultura è proprio lo spirito dell’umanità che si riconosce in determinate opere; e il suo discorso unisce l’individuale e l’universale, il vivo dell’io e la verità dell’umanità, senza la mediazione del particolare storico.”

Da quando è nata una elaborazione teorica sulle opere materiali e intellettuali dell’umanità nel suo insieme e dei singoli uomini (sia che si prendano in considerazioni gli individui o la loro appartenenza a una classe o a una nazione) si è aperto un dibattito su quale termine si debba utilizzare: cultura, Cultura, culture. Ad ognuna delle tre accezioni è stato attribuito un peso differente, ora vedendo nel primo termine, l’insieme delle attività umane organizzate, ora attribuendo al secondo un ruolo metastorico, e quindi di valore universale ed eterno, infine analizzando le specifiche competenze di classi o di etnie e definendole con la terza ipotesi lessicale.
Eagleton apre il saggio con una sintetica analisi delle varie interpretazioni vedendone anche i risvolti politici e ideologici quindi, allargando quanto più ci si avvicina ai nostri giorni lo sguardo sul contesto, osserva le implicazioni possibili del concetto di cultura sull’agire quotidiano degli uomini.
“Ma se la cultura ha gettato le basi dello Stato-nazione, ora minaccia di affossarlo”: infatti se nell’Ottocento alla base di tutte le guerre di indipendenza c’era il concetto di unità tra politica e cultura, oggi questa concezione si scontra e va in frantumi di fronte a una realtà multiculturale. Infatti, “mentre l’emigrante di sposta per il mondo, il mondo si sposta verso la dimensione cosmopolita”. L’emigrazione corrisponde insomma alla versione popolare del multiculturalismo, mentre il cosmopolitismo ne è quella elitaria, entrambi comunque nascono dalla globalizzazione economica. Di contro, questa stessa dimensione globale provoca, per reazione, delle spinte municipalistiche o settoriali se non addirittura claustrofobiche. Le pagine che trattano questa tematica sono tra le più interessanti del saggio, oltre che di stretta attualità. Sono molteplici i punti di vista da cui osservare le diverse concezioni di cultura: Nord e Sud del mondo, cultura liberale e forme corporative (attenzione però a non far coincidere la prima con i paesi ricchi e sviluppati e le seconde con le regioni più povere del globo)… Così la “Cultura” inizia a relativizzarsi e a diventare “cultura”. Tra tutte le forme che gli uomini hanno espresso nei secoli di certo la religione è quella che meglio ha saputo legare i valori assoluti alla vita di ogni giorno e solo il boicottaggio operato dal capitalismo laico ha saputo incrinare il suo potere. La rapida analisi dei fondamentalismi religiosi che Eagleton compie, diventa, in questi giorni, materia di riflessione. Ad esempio: “il fondamentalismo religioso che è il credo di coloro che la modernità ha abbandonato, porterà uomini e donne all’azione militante in difesa della loro società, come non potrebbe mai una somministrazione di Dante o Dostoevskij”; oppure “un simile fanatismo è una sfida aperta proprio a quei valori liberali che in realtà dovrebbe difendere. La civiltà occidentale deve quindi respingere questo settarismo, malgrado siano proprio le sue politiche governative ed economiche a favorirlo.”
L’altro punto trattato, che mi sembra degno di grande attenzione, è il conflitto tra la cultura intesa come merce e la cultura intesa come identità anche se questo dibattito mi sembra forse il più aperto e senza sintesi tra quelli introdotti.
Così se, come dice l’autore, “la cultura non è solo quello di cui viviamo. Essa è anche, in grande misura, quello per cui viviamo”, è imprescindibile per ognuno di noi saperla collocare nel dovuto ambito, individuandone caratteristiche e finalità.

L’idea di cultura di Terry Eagleton
Titolo originale: The Idea of Culture
Traduzione di: Dora Bertucci
155 pag., Lit. 18.000 – Editori Riuniti (Il cerchio)
ISBN 88-359-5025-2


Le prime righe

1. Versioni di cultura

Se della parola “cultura” si dice che sia fra le due o tre più complesse della lingua inglese, al vocabolo che talvolta è considerato il suo contrario – natura – viene generalmente riconosciuto il primato di essere la parola più complessa in assoluto. Nonostante di questi tempi vada di moda far derivare il concetto di natura da quello di cultura, etimologicamente parlando è vero il contrario: è il concetto di cultura che discende da quello di natura. Uno dei suoi significati originari è quello di “agricoltura”, ovvero la cura dello sviluppo naturale. Questo è vero anche delle nostre parole per la legge e la giustizia, o per termini quali “capitale”, “stock”, “pecuniario” e “sterlina”. La parola “coltro”, che ha una comune origine con “cultura”, indica la lama del vomere. Dal lavoro e dall’agricoltura, dunque, dai raccolti e dalla coltivazione facciamo derivare la parola che indica per noi la più pregiata delle attività umane. Francesco Bacone scrive “coltivare e concimare la mente”, tenendosi allusivamente in bilico tra lo sterco e l’eccellenza intellettiva. La parola “coltivare” indicava in questo caso un’attività concreta, e sarebbe occorso ancora molto tempo prima che la parola denotasse una nozione astratta. Si dovrà addirittura aspettare Matthew Arnold perché, liberandosi di aggettivi come “morale” e “intellettuale”, la parola “cultura” acquisti la propria autonomia di concetto astratto.
Etimologicamente parlando, dunque, l’espressione oggi diffusa “materialismo culturale” è in qualche modo una tautologia dato che, in origine, “cultura” denotava un procedimento decisamente materiale, che solo in seguito fu trasposto metaforicamente alle vicende dello spirito. Così, nella propria dilatazione semantica, la parola testimonia il passaggio storico dell’umanità dall’esistenza rurale a quella urbana, dai porcili a Picasso, dal lavoro dei campi alla scissione dell’atomo. Nel linguaggio marxista, il termine riunisce struttura e sovrastruttura in un’unica nozione. Forse dietro la nostra tendenza a essere attratti dalle persone “colte” si cela una memoria ancestrale di siccità e carestia. Anche il passaggio semantico, però, è paradossale: sono gli abitanti delle città a essere “coltivati”, e, di fatto, non lo sono coloro che lavorano nei campi. Chi coltiva la terra non è altrettanto capace di coltivare se stesso: l’agricoltura non lascia tempo per la cultura.

© 2001 Editori Riuniti


L'autore

Terry Eagleton, professore di letteratura inglese all’università di Oxford, è uno dei più autorevoli e originali critici letterari inglesi. Tra le sue opere apparse in traduzione italiana ricordiamo Che cos’è l’ideologia, Le illusioni del postmodernismo, Introduzione alla teoria letteraria, Marx, oltre alla commedia Sain Oscar, e alla sceneggiatura del film Wittgenstein, scritta per Derek Jarman.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




21 settembre 2001