Brian W. Aldiss
A.I.
Intelligenza Artificiale


“Cara mamma, prova a dire quanto ti amo…
Cara mamma, il tuo bambino piccolo sono io e non Teddy e ti amo ma Teddy…
Cara mamma, questa è una lettera che ti scrivo per dirti quanto, per dirti quanto tanto tanto…”


Questa raccolta di racconti di Brian W. Aldiss, da pochi giorni in libreria, gode di particolare attenzione della critica grazie anche alla presentazione al Festival cinematografico di Venezia del film realizzato da Steven Spielberg
tratto dai primi racconti del volume. E sarà proprio su questi che fermeremo la nostra attenzione, anche perché sembrano quelli che pongono maggiori interrogativi al lettore, aprendo una problematica inedita per la comunità umana, ma assolutamente pressante, visti gli sviluppi rapidissimi della tecnologia.
I racconti che seguono rientrano nei canoni o della fantascienza o del fantasy, ma più che allo stupore del lettore di fronte a una trama improbabile o allo scatenarsi della fantasia dell’autore che immagina situazioni e realtà
del tutto straordinarie, Aldiss fissa l’attenzione su sentimenti, emozioni, turbamenti che, pur in mondi o epoche lontane, i personaggi provano.
Ma sono proprio le parti dedicate ai Supertoys quelle che sono sembrate particolarmente intriganti prima di tutto a Kubrick, quindi (per eredità testamentaria) a Spielberg.
In breve la trama. Una giovane coppia vive in un ambiente altoborghese che la tecnologia ha reso perfetto. Le rose sono fiorite, il sole splende, il prato davanti a casa è verde e brillante ma, basta premere un pulsante, a questo paesaggio se ne può sostituire un altro, altrettanto suggestivo: una nevicata che ammanta delicatamente ogni cosa, un camino acceso, alberi che innalzano i loro rami carichi di neve verso un cielo bianco. Così via, le finestre si aprono su di un mondo precostruito, preimmaginato, rispondente ai canoni di bellezza che l’umanità ha, nei secoli, elaborato. Anche l’interno della casa è dominato dalla suggestione tecnologica, dalla virtualità, così da creare quella che si suppone debba essere l’ambiente ideale. Ma tanta perfezione racchiude anche un elemento soffocante, concentrazionario: si apre così il tema della sofferenza, dell’angoscia che incombe non solo sui due personaggi umani dei racconti, ma anche sugli androidi. E proprio questo è il tema più interessante.
Questa è una dichiarazione di Steven Spielberg fatta a Venezia per la prima del film A. I. Intelligenza artificiale: “Spero che il film faccia nascere in voi interrogativi sul rapporto tra uomo e macchine e sulle implicazioni che ne deriveranno. L’interrogativo è capire, qualora sia possibile programmare emozioni in un robot, quali conseguenze morali procurerà questa situazione”.
La rigida programmazione delle nascite ha, nel testo di Aldiss e nel film, spinto la tecnologia a creare delle forme sostitutive di figli così come di camerieri o di animali domestici, capaci di servire come alternative pratiche o affettive gli esseri umani. Il rapporto tra l’uomo e queste macchine è estremamente ambiguo (ed è forse questo che aveva suscitato l’interesse di Kubrick, genio dell’ambiguità): crea emozioni ambivalenti, provoca affettività e ripulsa, non può corrispondere al rapporto con un figlio umano, ma è rifugio e salvezza nella solitudine. Proprio perché si chiede a queste macchine una relazione le si deve dotare di una forma, sia pur meccanica, di sensibilità e di emotività. Ma la sofferenza del bimbo-robot David nel non sentirsi amato dalla madre, il suo volersi credere umano, ci tocca e intenerisce nel profondo. Questo avveniristico Pinocchio, mite e tenero, che non ha fate Turchine che lo soccorrano ma solo tecnici che ne possano aggiustare i meccanismi, resta sgomento davanti all’evidenza del suo essere una macchina: intensissima la pagina che lo descrive attonito davanti a tante identiche riproduzioni di sé.
Sui quotidiani giapponesi da due mesi ogni giorno esce un articolo su A. I. con un dibattito di carattere tecnologico, ma penso che varrebbe la pena che la discussione si ampliasse (e in Europa credo che questo stia già accadendo) sui risvolti etici e psicologici dell’interazione uomo-macchina.

A.I. Intelligenza Artificiale di Brian W. Aldiss
Titolo originale: Supertoys Last All Summer Long and Other Stories of Future Time
Traduzione di: Riccardo Valla
217 pag., Lit. 13.000 – Edizioni Mondadori (Oscar)
ISBN 88-04-49845-5


Le prime righe

I Supertoys che durano tutta l’estate

Nel giardino della signora Swinton era sempre estate. I delicati alberi di mandorlo che gli facevano ombra erano sempre in fiore. Monica Swinton staccò una rosa color dello zafferano e la mostrò a David.
- Non è incantevole? – gli chiese.
David la guardò e sorrise senza rispondere. Afferrò il fiore e corse lungo il prato, per scomparire dietro il canile, dove era in attesa il tosaerba-coltivatore, pronto a potare, spazzare e accorrere dove era necessario. La signora Swinton rimase sola sull’impeccabile sentiero coperto di ghiaia di plastica.
“Eppure, ho sempre cercato di volergli bene” pensò.
Quando si decise a seguire il bambino, lo trovò in cortile, intento a spingere la rosa sull’acqua della piscina, come se fosse una barca. Era rosso in faccia, stava in mezzo all’acqua, e non s’era tolto i sandali.
- David, caro, devi sempre essere così insopportabile? Vieni subito dentro a
cambiarti le calze e le scarpe.
Il bambino la seguì fino in casa, senza protestare, con i capelli neri che sobbalzavano all’altezza del suo fianco. A tre anni d’età, non aveva più paura dell’asciugatore ultrasonico in cucina. Ma prima che la madre potesse portargli un paio di pantofole, si divincolò e sparì nel silenzio della casa.
Probabilmente era andato a cercare Teddy.
Monica Swinton, ventinovenne, figura aggraziata e occhi tristi, andò a sedere in soggiorno, accomodando con eleganza le gambe. All’inizio sedeva e pensava, presto si limitò a sedere. Il tempo era in agguato alle sue spalle con il sorriso maniaco che riservava ai bambini, ai pazzi e alle mogli i cui mariti sono fuori, a cambiare il mondo in meglio.
Quasi per riflesso, allungò la mano e cambiò la lunghezza d’onda della finestra. Il giardino svanì; al suo posto comparve un pezzo del mondo esterno, pieno di gente che l’affollava, di cartelloni ed edifici, ma lei tenne il rumore al minimo. Era sola come prima. Un mondo sovraffollato è il posto ideale per essere soli.

© 2001 Arnoldo Mondadori Editore

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




21 settembre 2001