La biografia


Gao Xingjian
Una canna da pesca per mio nonno

“Ha il viso rivolto verso il lungo rettangolo di cielo di un intenso azzurro incastonato fra le case ai due lati della strada, il suo profilo si staglia come carta ritagliata, la cravatta ondeggia al vento, unico oggetto in movimento in mezzo alla strada in ombra.”

Il Premio Nobel cinese per la letteratura inizia ad essere maggiormente conosciuto dal pubblico italiano attraverso la pubblicazione di una raccolta di saggi di estetica e, in questi giorni, del primo volume delle opere di Xingjian che la Rizzoli intende tradurre e proporre integralmente ai lettori: sei racconti, scritti tra il 1983 e il 1990, pubblicati tutti a Pechino (tranne l’ultimo che invece è stato scritto ed edito a Parigi), di diversa lunghezza e stile narrativo.
L’attività di pittore e di critico d’arte lascia tracce evidenti anche nella scrittura: lo spazio, il colore, le forme entrano come materiale letterario in questi racconti, cui si aggiunge, con un rilievo del tutto particolare, il tempo. La felicità che pervade le pagine di Il Tempio della Grazia perfetta, traspare non tanto dalle dichiarazioni del narratore, il giovane sposo in viaggio di nozze che con la moglie compie una visita a un tempio abbandonato, quanto dal suo modo di osservare ciò che lo circonda, di accogliere la natura e di osservarne i fremiti, di interloquire con un uomo, un passante, incontrato per caso nei pressi del tempio, e con un bambino intento a giocare. Immagini e forme che suscitano mille sensazioni.
Ben diverso invece il tema dominante nel secondo racconto, L’incidente: lo scandirsi del tempo, il rapporto tempo e spazio, che l’autore ossessivamente fa vivere al lettore, quasi fosse un dio che, dall’alto, osserva l’agire umano, vede, prevede, ma non interviene, non impedisce la tragedia nel suo compiersi. La bicicletta che va a schiantarsi contro l’autobus, il rosso del sangue sulla strada e lo stridente diffondersi nell’aria di una canzoncina alla moda, il bambino sopravvissuto all’impatto che, nell’atmosfera di tragedia, provoca nei passanti qualche grido di gioia, il lampeggiare blu della macchina della polizia: suoni e colori, dopo il dominio del tempo.
Tutto in “soggettiva” invece il racconto seguente Il crampo nonostante l’uso della terza persona: come sembra lontana la riva per chi sta nuotando e si sente bloccato dal lancinante dolore di un crampo! Mille immagini gli scorrono nella mente pur avendo tutta l’attenzione concentrata sul proprio corpo, sull’accrescersi o il diminuire del dolore! Come è forte il bisogno di comunicare agli altri la propria salvezza, quando si è sentita vicina la morte! E un’immagine conclusiva che sembra totalmente lontana dal panorama emotivo del racconto: eppure la vita è questo, non si sa dove sia l’allegria e la tragedia, è solo questione di “punti di vista”.
Due persone che si sono perse di vista da tempo si ritrovano in un parco. Il luogo (In un parco è il titolo del racconto) non è secondario, perché presente nei ricordi di entrambi e capace di rievocare l’infanzia che li aveva visti uniti e amici. Xingjian è anche autore drammaturgico e questo racconto sembra davvero una scena di commedia, in cui la parte non affidata al dialogo ha solo la funzione di raccordo. Gli individui nel tempo cambiano e chi sembrava quasi un fratello, si trasforma in estraneo: l’errore è proprio nel cercare chi non c’è più, cercare nell’altro lo specchio della nostra memoria.
Il quinto racconto della raccolta, Una canna da pesca per mio nonno, invece descrive la capacità della mente di ridare vita al passato, con tutte le emozioni e le sensazioni che sembravano scomparse, su sollecitazione di un fatto del tutto marginale. A un uomo, il narratore, all’acquisto di una canna da pesca, riappare d’improvviso l’infanzia e la figura del nonno: “ora, qui, rivedo ancora le sue dita…”, “vedo già la schiena incurvata del nonno…” e tra passato e presente, il cui diverso uso la traduttrice ben ripropone, emerge anche il futuro nella figura del piccolo figlio e il presente reale (non quello mentale, magico, della memoria) della banalità della vita.
Attimi, chiude il volume e apre alla poesia. Le trenta pagine del racconto sono, in realtà, l’accostamento delle immagini e delle sensazioni che attraversano la mente di un uomo assopito su una sdraio sulla spiaggia. Un flusso di coscienza continuo, popolato di uomini e donne che sfumano e si confondono con luci e colori a staccare le singole istantanee, la sabbia e l’acqua che lambisce la riva sono la scenografia sulla quale sorgono i paesaggi mentali .


Una canna da pesca per mio nonno Gao Xingjian
Traduzione di: Alessandra Lavagnino
138 pag., Lit. 24.000 – Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-86864-7

Di Grazia Casagrande


le prime pagine
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Il Tempio della
Grazia perfetta

Eravamo completamente ubriachi di felicità, immersi in quella sorta di ebbrezza, di delirio, di tenerezza e d’incanto del viaggio di nozze che era seguito al nostro matrimonio, anche se avevamo avuto soltanto due settimane di ferie, dieci giorni per il matrimonio più una settimana di congedo ordinario. Certo, il matrimonio è la cosa più importante della vita, e anche per noi non c’era nulla che contasse di più, come non chiedere qualche altro giorno? Ma il mio direttore, che è uno spilorcio, non mette certo a proprio agio chi va a chiedergli dei permessi, costringendolo a rispondere di ogni minimo dettaglio. Prima sulla mia autorizzazione c'era scritto due settimane di congedo, ma lui l’aveva corretto in una settimana, includendovi anche la domenica, e poi mi aveva detto, leggermente in imbarazzo: “Spero tornerete per tempo al lavoro”. “Certo, certo” avevo risposto, “non possiamo proprio permetterci di dare fondo a tutto il nostro magro stipendio.” Solo allora, con un rapido tratto di penna, aveva firmato: il permesso era autorizzato.
Ormai non ero più scapolo, adesso avevo una famiglia. E per la verità, questo viaggio io e Fangfang lo stavamo preparando e immaginando da tempo. Ora che avevamo costituito una famiglia non avrei più potuto, all’inizio del mese quando prendevo lo stipendio, andarmene al ristorante, invitare gli amici, spendere come mi pareva, e arrivare alla fine talmente a secco da non riuscire a racimolare neanche i soldi per comperare un pacchetto di sigarette, e dovermi frugare nelle tasche o persino rovesciare i cassetti per cercare qualche spicciolo. Meglio non parlarne. Volevo dire, io – cioè noi – eravamo felici. In queste nostre vite, così brevi, ben poca è la felicità. Sia io sia Fangfang avevamo attraversato anni in cui bisognava sfidare tempeste e affrontare il mondo intero. In quegli anni di gravi catastrofi per il nostro popolo, le nostre famiglie, noi stessi avevamo patito tanto, e avevamo dovuto sopportare tanta infelicità, e quanto alla sorte della nostra generazione avevamo ancora tanti rancori. Ma anche di questo è meglio non parlarne, quel che importa è che adesso eravamo finalmente felici.
Avevamo appena due settimane di ferie, e anche se la nostra luna di miele era stata dimezzata, era davvero più dolce del miele. Una dolcezza sulla quale non voglio soffermarmi, che anche voi gente di mondo sicuramente avrete provato, ma soprattutto una dolcezza che appartiene tutta solo a noi. Ciò di cui vorrei parlarvi è il Tempio della Grazia perfetta, o Yuan’en: il termine yuan vuol dire “completezza/perfezione”, e en “grazia/benevolenza”. Ma è un nome che nessuno conosce perché si riferisce a un tempio in rovina, abbandonato, che non viene incluso tra i luoghi da visitare negli itinerari turistici. A parte la gente del luogo, nessuno ne sa niente. E anche tra i locali ho paura siano ben pochi quello che lo conoscono. Insomma, si tratta di un tempio, ma di un tempio scalcinato, dove nessuno brucia incensi, recita preghiere, di cui nessuno si prende cura, e che noi abbiamo scoperto per puro caso. E se non fosse stato per il nostro meticoloso insistere nel decifrare le tracce dei caratteri incisi su una stele di pietra che stava sul fondo di un bacile, sotto una pompa per l’acqua, nemmeno noi avremmo saputo che il tempio aveva un nome. La gente del luogo lo chiamava semplicemente il Grande tempio, ma in effetti non era certo gran cosa rispetto al Tempio degli Spiriti nascosti di Hangzhou, o a quello delle Nuvole azzurre di Pechino. Non era nient’altro che un antico edificio con il tetto a doppio ordine di cornicioni, costruito sulle alture nelle vicinanze di un capoluogo di distretto, e davanti al quale rimaneva ancora un portale a blocchi di pietra. Il muro che recingeva la corte era crollato, e le pietre e i mattoni con cui era stato costruito erano stati portati via non si sa bene quando, ma ormai da tempo, dai contadini delle vicinanze, per costruire case e recintare porcilaie, e rimaneva soltanto un pezzo di terra invaso dalle erbacce.

© 2001 RCS Libri

biografia dell'autore
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Gao Xingjian è nato nel 1940 nella Cina sudorientale. Ha studiato letteratura francese all’università di Pechino e, dopo cinque anni di “rieducazione” imposti dalla rivoluzione culturale, ha ottenuto i primi successi come scrittore e autore di teatro. Ha lasciato definitivamente la Cina nel 1987 e dal 1988 vive a Parigi. Qui ha pubblicato La montagna dell’anima e nel 1999 il suo secondo romanzo autobiografico, Il libro di un uomo solo. Dal 1998 è cittadino francese. Nel 2000 Gao ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura


14 settembre 2001