Lydie Salvayre
La vita comune

“Ho due passioni che ne formano una sola. Amo i numeri e amo l’ordine. Amo i numeri perché amo l’ordine. Per gusto della precisione geometrica e della simmetria. Per fobia del movimento. Qui mi riferisco, beninteso, al movimento della mia mente.”

Un breve romanzo che si potrebbe definire minimalista o satirico o tragico, a seconda del punto di vista da cui lo si legga. A un’anziana impiegata viene affiancata una segretaria più giovane ed esuberante, molto vistosa nel vestire e dall’atteggiamento espansivo e chiassoso. Le notazioni negative su di lei vengono però dedotte dal lettore solo dai giudizi che Suzanne, l’anziana dipendente, continua a dare sulla odiata collega, fonte fin dalla sua prima apparizione, di un odio viscerale e incontenibile.
Narrato in prima persona il romanzo presenta l’evoluzione tragicomica di una nevrosi, di una forma di mania di persecuzione, della sensazione di una persona, sola ed eccessivamente rigida, di una irrevocabile sconfitta non solo e non tanto professionale, quanto più generalmente umana.
Rigorosa fino all’eccesso, impietosa nei confronti di tutti coloro che la circondano, Suzanne si sente terribilmente minacciata dall’odiosa esuberanza della nuova collega e finisce col sentirsi dolorosamente sola e rifiutata anche dalla persona che ama maggiormente, la figlia, costretta a sopportare i suoi maligni sfoghi quotidiana. La figlia è sposata con un medico dedito ad attività umanitarie e socialmente impegnato, ma per la suocera del tutto inadatto a rendere felice la giovane moglie: questo può essere il motivo dell’insofferenza della ragazza alle sue giustificate lamentele, così almeno lei suppone, consolandosi. Incapace a guardare la realtà la donna, un po’ alla volta, precipita in una forma di paranoia: tutti la odiano, tutti la minacciano, tutti sono malvagi, stupidi e volgari.
Il romanzo finisce con la resa più totale di Suzanne: invitata dal suo superiore ad andare in pensione, le crollano i nervi, prende per il collo quella che reputa la causa delle sue disgrazie e finisce così piuttosto bruscamente la sua lunga vita lavorativa. Il tempo domestico sarà piuttosto noioso, ma la notizia della gravidanza della figlia le farà ritrovare un po’ di calore e forse una nuova possibilità di affetto.
Il romanzo talvolta comico e grottesco ha però una sua amarezza di fondo: il lavoro per molte persone è l’unico motivo di vita, il sentirsi invecchiare (anche da un punto di vista professionale) è qualcosa di doloroso e chi è solo facilmente irrigidisce il proprio carattere fino a perdere la dimensione della realtà.

La vita comune di Lydie Salvayre
Titolo originale: La Vie commune
Traduzione di: Gianni Poli
111 pag., Lit. 28.000 – Edizioni Bollati Boringhieri (Varianti)
ISBN 88-339-1313-9



Le prime righe

1

Ieri ho letto che le corde dei violini erano fatte con tendini di animali. Mi sono a lungo soffermata su quella frase. Come si fa a trarre accordi musicali da tutto il male della vita?

La nuova segretaria è arrivata solo da due giorni e già parlo di male, parola troppo grossa per la mia bocca, e già mi appresto alla lotta e affilo le armi.
Ho preso la mia decisione con fermezza estrema: non le cederò il posto accanto alla finestra da cui i miei sogni vengono per poi andarsene. Non è un’immagine poetica, mi fa orrore, ma la pura realtà. Una volta finito il mio lavoro, il fantasticare costituisce l’unica gioia che concedo a me stessa. A ogni fatica il suo premio meritato. Papà lo diceva spesso. E io sottoscrivo senza riserve.
Se lei dovesse commettere un errore, le ordinerò col tono più reciso di ribattere il foglio. Anzi le ordinerò di ribatterlo tre volte se occorre. Senza cedimenti.
Sarò intransigente in materia di ritardi.
Userò soltanto parole dure.
Si sbrighi a finire quelle statistiche, le dirò in tono di comando. È urgente. E manterrò intrepido il volto.
La riprenderò con tono tagliente. Ci vuole un accento circonflesso sulla i di boîte, le dirò calcando sulla i.
Se mi fa una domanda, non le risponderò subito. Aspetterò che me la rifaccia. Gentilmente. Umilmente. Nel tono della più mite subordinazione. Vorrei avere nei confronti degli inferiori la stessa autorità sdegnosa che Papà ha cercato di inculcarmi.
Troncherò con la mia freddezza ogni slancio di simpatia. Non mi va che mi diano del tu. Né a parole, né a gesti. Dare del tu si addice ai cani. Non alle persone umane.
A volte sorriderò dei suoi errori. Non saprà più che pesci pigliare, quella cretina.
Gliela farò cadere dall’alto. Adotterò una tattica semplice: risponderò con un silenzio sostenuto a ciascuna delle sue obiezioni. Tacere mi riesce facile. Tacere è il mio mestiere. E lo faccio con zelo. Tacere. E poi colpire. Vorrei avere l’audacia dei capi. Mi ci alleno nell’intimo. Venuta la notte, quando i miei pensieri riemergono dal profondo, ripasso nella mente tutte le parole dette da lei e tutte quelle che ho detto io. Affino la mia tattica. Aggiorno i miei piani. Sono spietata. La partita sarà dura, lo so. E ogni frase, calcolata.

© 2001 Bollati Boringhieri editore


L'autore

Lydie Salvayre, nota al pubblico italiano per La compagnia degli spettri, ha pubblicato recentemente il suo ottavo libro, Les Belles mes, per le Éditions du Seuil.

Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




7 settembre 2001