P. G. Wodehouse
I gatti non sono cani

“I gatti non sono cani!”
C’è un solo posto dove può capitarvi di sentire buone cose sensate come questa, buttate lì del tutto casualmente nel corso della conversazione, ed è la saletta interna dell’Anglers’ Rest. Fu qui appunto che, mentre ce ne stavamo radunati attorno al fuoco, una pensosa Pinta di birra amara fece l’osservazione che or ora ho riferito.”



La scrittura ironica e talvolta caustica di Wodehouse ha da tantissimo tempo conquistato i lettori di tutto il mondo. Pur essendo tipicamente anglosassone l’umorismo di questo autore si è rivelato nei fatti universale e non privo di un’allegra nota surreale. Le disquisizioni, ad esempio, che si sviluppano nei locali dell’Anglers’ Rest, luogo di ritrovo serale per il signor Mulliner e compagni, protagonisti di questo libro, vertono su temi quanto mai superficiali, o stravaganti o, ancora, privi di alcuna rilevanza pratica, secondo una “tradizione” ben radicata in Inghilterra. Un esempio tra tutti è proprio la conversazione sulle note spiacevoli del carattere dei gatti, intavolata in una serata come le altre, e che dà il titolo al romanzo. L’elencazione dei difetti di questi animali, porta al ricordo di un episodio da narrare alla compagnia, la storia di un gatto ricevuto in “eredità” da uno zio prete partito per una missione nell’Africa occidentale. Webster (questo è il nome del gatto) si rivela in poco tempo un vero dittatore, tanto da decidere non solo le abitudini del nuovo giovane padrone, ma addirittura da influenzarne scelte di vita come quella della fidanzata… Ma altri animali popolano i successivi racconti di aristocratici, scrittori, poliziotti, ragazzi e vecchi che frequentano l’Anglers’ Rest: dai pappagalli agli elefanti, alle orde di animalisti impazziti.
I racconti talvolta surreali di Wodehouse fanno sospettare che davvero la società inglese si basasse su questo genere di relazioni interpersonali, superficiali, futili, spesso incomprensibili nella loro formalità: quella società ritratta nei romanzi in cui il protagonista è l’imperturbabile maggiordomo Jeeves, personaggio che ha reso celebre il suo creatore. In realtà l’abilità di Wodehouse sta proprio nel saper cogliere dalle abitudini quotidiane quelle caratteristiche che possono rivelarsi divertenti, costruendo attorno ad esse storie umoristiche e “sopra le righe”.

I cani non sono cani di P. G. Wodehouse
Titolo originale: Mulliner Nights
Traduzione di: Luigi Brioschi
227 pag., Lit. 28.000 – Edizioni Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN 88-8246-378-8



Le prime righe

Capitolo primo

IL SORRISO VINCENTE

La conversazione, nella saletta interna dell’Anglers’ Rest, aveva per tema il livello morale deplorevolmente basso della nobiltà e della gentry britanniche.
La signorina Postlethwaite, la nostra erudita barista, aveva sollevato l’argomento accennando al fatto che nel romanzetto che stava leggendo un visconte aveva appena buttato giù da un dirupo l’avvocato di famiglia.
“Questo perché aveva scoperto la sua onta segreta,” spiegò la signorina Postlethwaite lustrando un bicchiere con una certa aria severa, poiché era una buona donna. “Era la sua onta segreta che l’avvocato aveva scoperto, così il visconte l’ha buttato giù dal dirupo. Scommetto, se solo se ne sapesse un po’ di più, che questo genere di cose succede di continuo.”
Il signor Mulliner annuì gravemente.
“Oh, certo,” convenne. “Al punto che, ogni volta che un avvocato di famiglia vien ritrovato a pezzi in fondo a un dirupo, credo che la prima cosa che i Quattro Grandi di Scotland Yard dovrebbero fare è passare in rassegna tutti i visconti della zona.”
“I baronetti sono anche peggio dei visconti,” disse con vigore una Pinta di birra scura. “C’è uno che solo il mese scorso mi ha imbrogliato sul prezzo di una vacca.”
“I conti sono peggio dei baronetti,” insistette un Whisky Sour. “Potrei raccontarvene, sui conti.”
“E degli O.B.E. che ne dite?” domandò una Birra mischiata. “Se volete che ve lo dica, anche gli O.B.E. bisognerebbe tenerli d’occhio.”
Il signor Mulliner sospirò.
“Il fatto è,” disse, “che, per quanto si possa essere riluttanti a ammetterlo, l’aristocrazia britannica è moralmente tarlata. Arriverei a dire che, se prendete uno spillo e lo conficcate in un punto qualunque del Debrett’s Peerage, non potrebbe appuntarsi che su qualcuno che se ne va in giro con una coscienza sensibile quanto un collo abbronzato. E se c’è qualcosa che può dimostrare quel che dico, è la storia di mio nipote Adrian Mulliner, il detective.”
“Non sapevo che avesse un nipote detective,” disse il Whisky Sour.

Oh sì. Adesso è a riposo, ma una volta era uno che nel mestiere poteva tenere testa a chiunque. Dopo aver lasciato Oxford e aver messo mano a uno o due lavori poco congeniali, aveva trovato il posto giusto nell’agenzia Widgery e Boon, Investigatori, Abemarle Street. E fu quando era ormai da due anni in quella vecchia ditta che incontrò Lady Millicent Shipton-Bellinger, la figlia più giovane del quinto conte di Brangbolton, e se ne innamorò.
Fu la faccenda del Sealyham scomparso che fece incontrare i due. Da un punto di viste strettamente professionale, mio nipote non ha mai considerato questo caso come uno dei suoi più grandi trionfi investigativi; ma, viste le conseguenze che ebbe, avrebbe tutto il diritto, credo, di considerarlo il caso più importante della sua carriera.

© © 2001 Ugo Guanda Editore


L'autore

P. G. Wodehouse (1881-1975) ha scritto, tra l’altro: Aria di tempesta, Un pellicano a Blandings, I porci hanno le ali, Il ratto dell’imperatrice, Zio Fred in primavera, Zio dinamite e diversi romanzi imperniati sul personaggio di Jeeves.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




31 agosto 2001