Bernard Simeone
Cavatina

“Non mi aspetto nulla dalla musica, mi ha già dato molto. La memoria è assente dai primi ricordi che ne ho: un modo per dire che la musica non può essere contenuta in nessuna delle sue tracce, rimane sempre integra, non un ricordo ma un continente…”

Una città italiana, Torino, prende vita, anima e quasi si trasfigura nelle pagine di un autore francese, Bernard Simeone, poeta e narratore, studioso di letteratura italiana, conosciuto nel nostro paese più come traduttore che come scrittore.
Questo intenso romanzo si svolge in un ambiente claustrofobico: l’interno di un garage. Ma è solo il corpo del narratore che rimane chiuso tra le quattro pareti insonorizzate, attento ad ascoltare per ore ed ore l’intera edizione dei quartetti per archi di Beethoven, la sua mente, il suo pensiero, le sue emozioni superano subito quel luogo circoscritto e raggiungono altezze e profondità in cui perdersi. Molto spesso il pensiero ricostruisce un luogo ben definito: Torino, città in cui il narratore, un critico musicale, ha vissuto, ha amato una donna, l’ha persa e in cui, tornato dopo anni, viene a sapere che quella ragazza “speciale” è morta in un incidente, lasciando dietro di sé momenti oscuri, sensi di colpa mai risolti, e la terribile sensazione di un processo di autodistruzione avviato dalla violenta conclusione del loro rapporto. La musica che segue tutto l’itinerario interiore, dà anche particolari cadenze e ritmi alla narrazione, alcune volte l’ascolto appare quasi devastante, altre evoca momenti divini, altre ancora sa pacificare e liberare il cuore, più spesso spinge alla riflessione.
Altri personaggi prendono vita nei ricordi: prima di tutti un prete particolare, attivo nel sociale, dedito al recupero dei tossicodipendenti, testimone della storia d’amore che fa da sfondo, e quasi da protagonista, del romanzo. Pur occupandosi di tossicodipendenti, il prete non era però intervenuto quando la giovane amica, a cui aveva dato in affitto uno dei suoi appartamenti in città, era caduta nell’abisso dell’eroina, per una specie di pudore che non si sarebbe poi perdonato. È lui ad annunciare la morte della ragazza al critico musicale, tornato dopo anni a Torino, e a raccogliere anche una sua drammatica confidenza: la conclusione della relazione aveva provocato nell’amante abbandonato una reazione così inconsulta da spingerlo a compiere violenza sulla ragazza, atto che continuava a tormentarlo, anche a distanza di anni. L’orrore e la vergogna per quel gesto si erano acuiti in quegli stessi giorni per un episodio simile di cui era stata vittima la figlia adolescente. Gli eventi narrati prendono vita nella mente che registra situazioni ed emozioni, confondendo piani temporali, in un complesso intreccio di passato e presente: non ci si allontana dal garage, ma è Torino, con le sue vie e le sue piazze ad essere teatro della storia e a portare il narratore ad una vera forma di identificazione con la città; i fatti vissuti anni prima sono ancora vivi e il dolore non si è esaurito o stemperato nel ricordo.
La complessità del romanzo, la cupa tensione emotiva che lo pervade esplodono, come avviene nella musica, in momenti luminosi: è come se le parole trascrivessero e razionalizzassero quelle emozioni che solo i suoni hanno saputo far emergere.


Cavatina, di Bernard Simeone
Titolo originale: Cavatine
Traduzione di: Antonino Velez
125 pag., Lit. 26.000 – Edizioni Bollati Boringhieri (Varianti)
ISBN 88-339-1328-7




Le prime righe


“Non mi aspetto nulla dalla musica, mi ha già dato molto. La memoria è assente dai primi ricordi che ne ho: un modo per dire che la musica non può essere contenuta in nessuna delle sue tracce, rimane sempre integra, non un ricordo ma un continente. Lei era là, fu là, fu sempre. Precede, suscita, intimamente presente, eppure assai più in là. Mi riconcilia ma non cancella nulla, non compensa niente, non si compiace. Mi ascolta come l’ascolto io, mi ripercorre senza conoscermi, io e lei sostanze diverse, temporaneamente vicine. Ascoltare e conoscere, verbi che non hanno per lei, in lei, alcun senso, che io scrivo ancora all’unico scopo di crederla umana… Spoglia esplora il vuoto, è pura ricerca, tracciato implacabile, contenuta dal baratro. È un tiro
diretto che s’incurva. Fa fronte”.
Mi piace il cigolio della porta: da tempo avrei dovuto lubrificarne i cardini, mi piace, però, che per entrare si debba dapprima sentire questo rumore, questo graffio, sentire la resistenza del metallo, temerne il cedimento sotto gli occhi del vicino che si attiva al suo banco da lavoro o rimescola le viscere della sua moto. I garage sono una ventina alla fine di un viale con un muro parzialmente coperto di glicine: la pianta straripa da una villa che crea illusioni in questa periferia dove il canale fu battezzato lago con l’assenso comunale. Sulle sponde si alternano villini e i capanni degli orti popolari, mondi ottenuti dopo anni di umiliazioni, rettangoli di terra conquistati come non lo fu mai nessun impero e che digradano verso l’acqua. Fra gli alberi, le facciate delle ville e i loro infissi di legno marcio o di ferro arrugginito sono in attesa di un’altra vita. Arroganza e resa si mescolano qui nella stessa dolcezza, che possiamo, a seconda della luce o dell’ora del giorno, trovare tristi o rivoltanti ma che è solo reale. Così come i caseggiati e i palazzoni dietro lo striminzito boschetto, e i loro resti di città radiosa sotto un sole indifferente.
Quando sono venuto qui per la prima volta… Certo, potrei dire “venuto”, ma il termine non sarebbe esatto. La verità è che mi sono perduto, con l’auto in panne nella strada deserta fra la tangenziale, da cui ero uscito dopo una manovra sbagliata, e la piazza di una chiesa come ce ne sono tante. Nell’aprire il cofano, avevo visto il cartello “affittasi garage”, incurante di attirare l’attenzione, il lunghissimo viale tra i muri sgretolati, il glicine e infine quelle sfere di ferro o di piombo che, oltre il muro di sinistra, lasciavano supporre il tetto metallico e le torrette d’una villa all’orientale. In piedi davanti all’auto inutile avevo colto come un segno fortunato o ironico questo cartello che invitava ad affittare un garage. Una periferia senza cliché, ecco una formula che avrei potuto utilizzare: casermoni e palazzoni disseminati, però, da ville al centro di giardini ancora fioriti e un viale che portava a venti garage muniti di porte basculanti in cui spiccava un’altra apertura, più piccola, stretta e verticale, montata su cardini, per l’ingresso.


© 2001 Bollati Boringhieri Editore


L'autore
Bernard Simeone (Lione, 1957) è poeta e narratore. Ha tradotto alcuni dei più importanti poeti italiani del Novecento, in particolare Caproni, Fortini, Luzi, Raboni e Sereni, e narratori come D’Arzo, Biamonti, Bufalino, Anna Maria Ortese. Critico letterario su diversi giornali e riviste, le sue “Cronache italiane” sono ora raccolte in due volumi: Lecteur de frontière (1997) e Le Spectre de Machiavel (2001).

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




31 agosto 2001