Orhan Pamuk
Il mio nome è rosso

“Anche l’ultimo libro ancora intonso uscito fuori come per miracolo dal fondo asciuttissimo di una cassa miracolosa, insieme ad altre pagine stracciate, bucherellate, ingiallite, illeggibili, ridotte in pappa dall’acqua, dall’umidità, dagli insetti e dal disinteresse, un giorno, di certo, scomparirà inghiottito dalle fiamme di un incendio spietato.”

È ormai considerato il massimo scrittore turco contemporaneo, ma in Italia non è tuttora arrivato a quel livello di celebrità che lo renderebbe conosciuto ai più. Orhan Pamuk non ha ancora cinquant’anni, ma la sua letteratura è matura, intensa, forte. Leggere i suoi romanzi significa capire meglio una civiltà a cavallo tra occidente e oriente, tra laicità e religiosità, segnata da molti eccessi ma anche da una grande consapevolezza. Il suo mondo è la Turchia, un paese in cui le contraddizioni culturali si percepiscono nettamente. Per poterne mettere in rilievo tutti gli aspetti più oltranzisti, intransigenti (e per altri versi più interessanti), Pamuk ricorre al romanzo storico, pur essendo chiaro che intende anche denunciare una situazione contemporanea.
Il mio nome è rosso è ambientato alla fine del Cinquecento nella Turchia divisa proprio fra il fermento innovativo arrivato dall’Occidente e quell’integralismo religioso radicato e sempre molto forte, che si evidenzia specie nelle sue forme più estreme. La trama si tinge di giallo con il ritrovamento di un cadavere e l’indagine che ne consegue, ma scopo del romanzo non pare essere attirare il lettore con una storia avvincente (cosa che comunque avviene). A essere ucciso è il migliore doratore dell’Impero, al momento impegnato nella realizzazione di un libro speciale per il Sultano. A occuparsi dell’indagine è il nipote Nero, desideroso di scoprire la verità anche allo scopo di sposare la bella cugina Seküre. Tema centrale attorno a cui verte non solo l’omicidio, ma tutta la vicenda narrata, è la disputa sull’opportunità di rappresentare o meno la figura umana, per non recare offesa ad Allah. Un tema strettamente teologico che ha ripercussioni politiche e sociali, specie quando i seguaci del predicatore Erzurum ricercano in tutta Istanbul, minacciandoli di morte, i miniaturisti che, trascurando i precetti del Corano e andando contro gli insegnamenti degli antichi maestri, ritraggono il mondo come viene visto dagli esseri umani.
Da questa traccia si sviluppa un romanzo corale, narrato a più voci. “Ho scelto tante voci narranti diverse – ha affermato Pamuk in un’intervista rilasciata a Livia Manera – perché scrivere un romanzo storico in terza persona dà un’eccessiva autorità all’autore. E proprio perché ciò che avevo in mente era molto serio, con problemi filosofici, iconografici, religiosi e ideologici, ho pensato che farlo narrare a voci diverse avrebbe dato un tocco di leggerezza al racconto”.
Il grande tema dell’iconoclastia, sviluppato sia in termini teologici che filosofici (basti pensare quanta parte dell’estetica è incentrata su questo tema) pervade tutto il romanzo. Il fondamentalismo che ancora ha dimostrato la sua presenza viva nell’animo dei Talebani e nella distruzione recentissima delle statue dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan, colpiva con durezza anche nella Turchia del XVI secolo. Ma, sempre parlando con Livia Manera, Pamuk arriva ad affermare che “la società ottomana premoderna era molto più multiculturale e tollerante della Turchia di oggi”. È nota la sua posizione critica nei confronti del governo, il suo desiderio di vedere una nazione degna sotto tutti gli aspetti (specie quelli umanitari) di entrare nell’Unione europea. La sua è una voce laica e democratica che sa raccontare, usando le parole di un grande autore, un passato integralista, e lo fa con la passione di chi vuole capire e comunicare ciò che ha compreso.



Il mio nome è rosso di Orhan Pamuk
Titolo originale: Benim Adim Kirmizi
Traduzione di: Maria Bertolini e _emsa Gezgin
450 pag., Lit. 38.000 – Edizioni Einaudi
ISBN 88-06-15799-X





Le prime righe

Capitolo primo

Io sono il morto


Adesso io sono un morto, un cadavere in fondo a un pozzo. Ho esalato l’ultimo respiro ormai da tempo, il mio cuore si è fermato, ma, a parte quel vigliacco del mio assassino, nessuno sa cosa mi sia successo. Lui, il disgraziato schifoso, per essere sicuro di avermi ucciso ha ascoltato il mio respiro, ha tastato il mio polso, mi ha dato un calcio nel fianco, mi ha portato nel pozzo e mi ha preso in braccio per poi buttarmici dentro. La testa me l’aveva già spaccata a colpi di pietra, e cadendo nel pozzo è andata in pezzi, la mia faccia, la fronte e le guance, è rimasta schiacciata, è scomparsa, le ossa si sono spezzate, la bocca si è riempita di sangue.
Sono quattro giorni che manco da casa. Mia moglie e i miei figli mi staranno cercando. Mia figlia, sfinita dal pianto, probabilmente starà guardando il cancello del giardino; tutti mi staranno aspettando con lo sguardo fisso sulla porta.
Ma mi staranno veramente aspettando? Non lo so. Forse si saranno abituati, che orrore! Perché stando qui sembra quasi che la vita che ti sei lasciato dietro continui come sempre. Prima di nascere avevo alle spalle un tempo illimitato. Un tempo che non sarebbe finito neanche dopo la mia morte! Da vivo non pensavo a queste cose, continuavo a vivere nella luce, nel tempo che passa tra due oscurità.
Ero felice, ero veramente felice, ora lo capisco. Nel laboratorio di miniatura del Nostro Sultano io facevo le dorature migliori e non c’era doratore dotato di pari maestria. Con i lavori che facevo fuori arrivavo a guadagnare fino a novecento akçe al mese. E tutte queste cose certamente rendono la mia morte ancora più insopportabile.
Facevo solo miniature e dorature, decoravo i bordi delle pagine e coloravo l’interno delle cornici, foglie, rami, rose, fiori, uccelli, nuvole ricciute alla maniera cinese, serie di foglie sovrapposte, foreste di colori dove si nascondevano gazzelle, galere, sultani, alberi, palazzi, cavalli, cacciatori… Di tanto in tanto decoravo un piatto, il retro di uno specchio, un cucchiaio, a volte il soffitto di un palazzo in una villa sul Bosforo, una cassapanca… Negli ultimi anni, invece, ho lavorato solamente per decorare pagine di libri, perché il Nostro Sultano pagava generosamente i libri miniati. Non vi dico che quando ho incontrato la morte ho capito che nella vita il denaro non è affatto importante. È proprio quando non sei più in vita che capisci l’importanza del denaro.
Adesso, considerando il fatto miracoloso che possiate sentirmi nonostante la mia situazione, so che penserete: evita di dirci quanto guadagnavi in vita. Raccontaci quello che vedi lì. Cosa c’è dopo la morte, dov’è la tua anima, come sono il Paradiso e l’Inferno, cosa vedi lì? Come ti sembra la morte, provi dolore? Avete ragione. So che l’uomo quando è ancora in vita muore dalla curiosità di sapere cosa accade nell’aldilà.


© 2001 Giulio Einaudi Editore


L'autore
Orhan Pamuk è nato a Istanbul nel 1952. È uno dei più importanti scrittori turchi. Tra i suoi romanzi, tradotti in quindici lingue, ricordiamo Roccalba, La casa del silenzio, Il libro nero, La nuova vita.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




31 agosto 2001