Kenichi Ohmae

Il continente invisibile
Oltre la fine degli stati-nazione: quattro imperativi strategici nell’era della Rete e della globalizzazione


L’aspetto cibernetico della nuova economia è un enigma. Ha il potenziale per aumentare la produttività dei produttori che occupano il “vertice di comando” di una piattaforma cibernetica.


Esiste un continente che non ha confini, perché non ha terre, esiste solo nelle “menti collettive” degli uomini, per questo Ohmae l’ha definito invisibile, eppure “ai fini economici, politici e sociali, soprattutto dal punto di vista commerciale, il continente invisibile è altrettanto palpabile e vitale, tangibile e solido dei continenti che potete trovare sulle mappe”. Non sarebbe mai nato senza le tecnologie, ma queste non ne sono l’unica origine proprio perché sono varie (l’autore ne individua quattro) le dimensioni da cui è sorto e ha tratto vigore questo invisibile e potentissimo continente.
Prima di tutto la dimensione visibile: continuerà ad esistere un commercio locale, anche se sarà sempre più interconnesso con quello globale.
Quindi la dimensione “senza confini”: un’economia che non è minimamente legata ali stati nazionali, trainata “dai consumatori e dagli investitori finanziari che non hanno interesse per la stabilità nazionale, evitano di pagare le tasse laddove è possibile, e danno per scontata la disponibilità di posti di lavoro perché sanno che possono lavorare per chiunque, in qualsiasi parte del mondo”. A ciò si aggiunge una grande migrazione transfrontaliera di capitali.
La dimensione cibernetica è ormai notissima. Si ricordi però che la Rete non costituisce la totalità di questa dimensione: ugualmente importante è la televisione o la telefonia mobile.
La dimensione dei multipli alti: la circolazione di un’enorme quantità di denaro rende il continente invisibile “un terreno terribilmente scivoloso su cui muoversi per i governi, le aziende e persino per gli speculatori”.
Fatte queste considerazioni si verifica la difficoltà di trovare un modello valido per questa economia e il volume procede con un’analisi molto approfondita e scientifica del fenomeno. L’interesse particolare per i lettori è il punto di vista dell’autore che parte da un paese complesso e ricco, il Giappone, e osserva ciò che avviene negli Stati Uniti e in Europa con un’ottica per noi europei, piuttosto inedita. La lezione che dobbiamo apprendere, a detta dell’autore, per muoverci meglio in questo territorio “scivoloso” è duplice: liberarci dai retaggi del vecchio mondo, sostituendo la sovranità nazionale con quella di consumatori e cittadini, in “modo che questi possano esercitare il diritto di scelta”.
In secondo luogo bisogna prepararci alla vita nel nuovo continente, allenando “la mente e i muscoli” e questo significa per le nazioni: nuove forme di istruzione, riscrittura delle leggi, dei sistemi finanziari e infrastrutturali. Per gli individui significa essere pronti a vivere ovunque nel mondo.

Il continente invisibile. Oltre la fine degli stati-nazione: quattro imperativi strategici nell’era della Rete e della globalizzazione di Kenichi Ohmae
Titolo originale: The Invisible Continent
Traduzione di: Francesca Marchei
374 pag., Lit. 35.000 – Edizioni Fazi (e-pensiero)
ISBN 88-8112-163-8


Le prime righe

L’ETA’ DELL’ESPLORAZIONE 1

Nel corso della storia umana spesso i cambiamenti radicali e improvvisi sono derivati dalla scoperta di nuove terre, che corrispondono con l’apertura di un contatto con una nuova regione geografica, caratterizzata da un diverso stile di vita. Arrivando i nuovi continenti, gli esploratori e i coloni hanno modificato non solo il proprio modus vivendi, ma anche quello dei vecchi mondi che si sono lasciati alle spalle. Lungo le rotte esplorative delle Americhe, da Colombo ai pionieri della pista dell’Oregon, sono passate informazioni e persone in entrambe le direzioni; lo stesso è accaduto lungo la “strada per Yam“, che gli egiziani del 2300 a.C. risalivano seguendo il Nilo fino alla Nubia, e lungo i sentieri di montagna e nel deserto, noti come la via della seta, percorsi dai monaci buddisti e dai mercanti arabi che viaggiavano dall’Afghanistan e dall’India alla Cina e quindi, attraverso la Corea, fino al Giappone. All’origine di tutti questi viaggi, e di altri ancora, c’è il desiderio incontenibile che spinge chi ha coraggio e curiosità, e naturalmente avidità, ad esplorare. Motivati quasi sempre, almeno in parte, dalle prospettive di affari e commercio, questi viaggi hanno indubbiamente garantito quella scintilla creativa che scongiura il ristagno della civiltà.
Nella nostra epoca sembra che non ci siano più nuovi continenti da scoprire. Le terre abitabili sono tutte note, non ci sono più zone da colonizzare. Eppure mai come negli ultimi quindici anni la società ha subito uno stravolgimento su scala planetaria così rapido e continuato. È come se fosse stato scoperto un nuovo tipo di continente: un continente senza terra.
In questo contesto tutti i continenti in cui viviamo – Asia, Europa, Nord America, Sud America, Africa e Australia – fanno parte di un ambiente geopolitico consolidato, tipo “vecchio mondo”. In questo vecchio mondo le economie nazionali affondano le radici nella proprietà terriera, e nell’uso di macchine e capitali.

© 2001, Fazi editore


L’autore
Kenichi Ohmae vive a Tokyo ma lavora come consulente per imprese e governi di tutto il mondo. stato direttore della filiale giapponese e chairman della sezione Asia Pacific della McKinsey & Company. Scrive per il Wall Street Jounal, il New York Times e Newsweek.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




13 luglio 2001