Chiara Giaccardi, Mauro Magatti

La globalizzazione non è un destino
Mutamenti strutturali ed esperienze soggettive nell’età contemporanea

“Questo mondo sta per esplodere sotto i nostri occhi e noi europei lo sappiamo bene. I nostri paesi tra poco spariranno, le nostre identità tra poco spariranno. Se non riusciamo a creare, intellettualmente innanzitutto e poi praticamente, cioè politicamente, una nuova immagine della società, allora non resteranno nient’altro che i tecnocrati da un lato e gli ayatollah dall’altro.”

A. Touraine


L’analisi si fissa prima di tutto sul termine globalizzazione e viene contestato il carattere deterministico che è andato recentemente assumendo, “prigioniero di una concezione evoluzionistica della storia”, mentre ha senso se lo si considera come reale frattura col passato e messa in discussione della rappresentazione di società che le scienze sociali ci hanno tradizionalmente fornito, così come è indispensabile compiere una distinzione tra dimensione strutturale e quella soggettiva. Sappiamo insomma che cosa abbiamo alle spalle, spesso ignoriamo, o siamo impossibilitati a capire, quello che ci aspetta. Per cui è essenziale cercare di penetrare nel rapporto tra le grandi trasformazioni in atto e le singole vite degli uomini. Se è l’economia a guidare il processo, non si deve dimenticare la straordinaria trasformazione della sfera culturale con le nuove tecnologie che hanno rivoluzionato informazione e comunicazione. E tutto ciò ha sicuramente toccato le soggettività modificando le singole esperienze individuali rispetto ai luoghi e ai tempi dell’agire. Come gli stati nazionali, così non solo la memoria e la storia sembrano perdere consistenza, ma addirittura le “relazioni societarie” quei legami che erano fondamentali a dare identità e coesione nel recente passato. Ci aspetta insomma un mondo di individui? Si deve tener conto inoltre che “la rete è un ambiente anarchico e individualista, ma non per questo egualitario. Nonostante la logica destrutturante e individualizzante che la costituisce, essa tende a rigenerare relazioni strutturate e differenziate di potere."
Così anche il conflitto sociale che può sorgere (anzi che sta sorgendo) deve configurarsi in modo totalmente diverso rispetto al passato: dalla microconflittualità al popolo di Seattle, da Greenpeace ai vari movimenti non violenti antiglobalizzazione. I bisogni per cui si è aperto il conflitto sono i più vari: dal riconoscimento delle identità, alla ridistribuzione delle ricchezze, alla protezione dell’ambiente, all’attenzione verso i temi della genetica...
Gli autori in conclusione vedono indispensabile la copresenza di tre fattori: “solo la globalità è in grado di offrire un inquadramento universalistico; solo la località garantisce quel radicamento che fa sì che la traduzione concreta di tali riferimenti non avvenga in modo distruttivo; solo la statualità può offrire una base istituzionale sufficientemente forte per cogliere i frutti migliori di questi due livelli.”

La globalizzazione non è un destino di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti
219 pag., Lit. 40.000 – Edizioni Laterza (I libri del Tempo)
ISBN 88-420-6366-5


Le prime righe

Introduzione

Capita spesso ai termini delle scienze sociali che hanno più fortuna di diventare di uso comune. Purtroppo, però, il successo coincide anche con il declino di queste espressioni, che diventano vaghe e indistinguibili, e perciò inutili.
Quando ciò accade, le difficoltà aumentano. Non solo perché è più arduo non fermarsi agli stereotipi, al dato per scontato, ma anche perché quella capacità di immaginazione sociologica a cui invitava C. Wright Mills si inaridisce.
Con la parola “globalizzazione” ci troviamo esattamente in questa situazione. Il problema è che l’usura del termine non comporta l’irrilevanza dei processi ai quali – seppur vagamente – si riferisce. Al contrario, più si banalizza l’espressione, più diventa difficile decifrare la realtà.
Non ci illudiamo di essere sfuggiti a questa trappola, troppo forte e avvolgente per le nostre forze. Più modestamente, questo lavoro intende far trapelare alcuni dubbi in mezzo alla valanga di certezze a buon mercato che sembrano avvolgere l’idea di globalizzazione. E ciò a partire da alcuni assunti che definiscono i nostri orientamenti di fondo.
Il primo è che il termine globalizzazione rimane prigioniero di una concezione evoluzionistica della storia. Ancora una volta, si ripropone una meta al cammino dell’uomo e, benché la proposta venga avanzata in modo freddo e assai poco entusiasmante, rimane l’implicito messaggio che la strada è tracciata. Dobbiamo solo camminarci sopra. L’immaginazione sembra aver presa la mano agli scienziati sociali: per quanto siano dirompenti i processi con i quali dobbiamo fare i conti, la realtà avanza più faticosamente del nostro pensiero e, a volte, con qualche curva imprevista. Come cercheremo di spiegare nel capitolo 1, a nostro modo di vedere, il termine globalizzazione può essere accettato a condizione di interpretarlo in senso debole, come grimaldello analitico che ci permette di comprendere che il mondo del XX secolo è finito e che siamo entrati in un nuovo territorio, tutto da esplorare. La globalizzazione è, da questo punto di vista, una sfida che ha davanti a sé un ampio spettro di possibilità, mentre la nascita di una società globale rimane, almeno per il momento, qualcosa che non riusciamo nemmeno ad immaginare. Il cambiamento c’è, è profondo, ma è molto più indeterminato di quanto non si voglia far credere.

© 2001, Gius. Laterza & Figli


Gli autori
Chiara Giaccardi insegna Sociologia della Comunicazione presso l’Università Cattolica di Milano. Tra le sue più recenti pubblicazioni: Televisione culturale e servizio pubblico nel paese catodico.
Mauro Megatti insegna Sociologia del mutamento economico e del lavoro presso l’Università Cattolica di Milano. Di recente ha pubblicato Tra disordine e scisma. Le basi sociali della protesta del Nord e, con V. Cesareo, Radicati nel mondo globale.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




13 luglio 2001