Ginevra Bompiani
L'età dell'argento

"L'isola che fino a quella sera era stata simile a Cecilia, un po' addormentata, un po' pesante, un po' antica, torpida e formosa, ora vibrava tutta di eccitazione, di emozione giornalistica. Svanita la vergogna di parlare, l'isola traboccava di parole, senza misura, senza pudore."

Un delitto che sconvolge un paese chiuso in se stesso, restio ad accogliere chi è diverso, sia esso straniero o stravagante, che espelle dal suo nucleo chi non si comporta secondo le regole e la morale che il piccolo nucleo considera una tutela della propria sopravvivenza. Una donna anziana che però non accetta e non si sente parte di quelle regole e che si muove liberamente alla ricerca della verità. Un bambino, senza una vera famiglia, che, come in tutte le favole che si rispettino, vive in casa di un "orco" e di una "orchessa", il panettiere e sua moglie che lo accolgono a vivere con loro e gli garantiscono la sopravvivenza, ma nient'altro: né affetto, né ascolto, né attenzione. Una sedicenne, Cecilia, una ragazza come tante del paese, che scompare e viene ritrovata morta in fondo a un pozzo. Il paese vorrebbe che quella morte fosse accidentale, ma il bambino ha visto l'ombra di un uomo fuggire non lontano da quel pozzo e la vecchia ha udito un grido disperato nella notte, la drammatica richiesta di aiuto della vittima. Così è impossibile non accettare che si sia trattato di un delitto e che qualcuno tra gli abitanti (ma subito si addita l'unico "straniero" come possibile colpevole) possa essersi macchiato di tale infamia. Forse addirittura c'è stato un impulso sessuale a muovere l'assassino, forse è qualcuno vicino alla vittima, forse il padre stesso...
Quando viene arrestato l'uomo che viene considerato estraneo al gruppo, lo "straniero", tutti si sentono soddisfatti, tranne il bambino e la vecchia che protestano l'innocenza del prigioniero e che faranno di tutto per ristabilire la verità. Quell'uomo inoltre non era una persona estranea alla collettività: è un compaesano partito molti anni prima, lasciando moglie e figli ancora piccoli, di cui si erano perse le tracce e tornato per il bisogno di ritrovare se stesso, le proprie radici, il proprio nucleo di affetti.
La verità è difficile da accettare e il libro non ci mostra una soluzione giuridica del caso, morale però sì, almeno capace di non condannare un innocente.
Ginevra Bompiani ci offre un volumetto scarno, essenziale, con un andamento molto lirico e un linguaggio davvero evocativo: qualcosa di fiabesco (nelle fiabe l'orrore è sempre presente) che sa intervenire sulla cronaca e rivelarne gli aspetti più intimi, i segreti nascosti, la complessità dei rapporti umani. E come nelle fiabe è un bambino il vero protagonista della storia e una vecchia (una fatina?): entrambi si battono per capire, per sciogliere il caso, per avere delle risposte dalla vita non necessariamente rassicuranti, ma vere.


L'eta dell'argento di Ginevra Bompiani
70 pag., Lit. 20.000 - Edizioni La tartaruga (Narrativa)
ISBN 88-7738-338-0




Le prime righe



Ci sono parole che producono un'emozione narrativa; qualche giorno fa ne ho incontrate tre: farina, silverage, nostos.

La parola farina evoca l'orco e l'orchessa della fiaba affacciati sul sonno dei fratellini smarriti. La voglia di narrare si produce nell'attrito fra una parola e un'immagine e disegna accanto alla fiaba nota, un'altra oscura.

Trascrivendole qui di seguito, il palpito è svanito. Sono diventate opache, non tremulano. Che cosa le faceva vibrare? Brillavano come smeraldi fra le rovine di una miniera. Sembrava che bastasse scavare per trovare la vena. Ma ora, portate a casa, non brillano più. Sono pezzi di vetro smussati.

Farina: perché rinvii all'orco e all'orchessa della fiaba non saprei. Forse erano fornai e l'orchessa aveva un'inclinazione domestica e materna intimidita dalla furia cannibalica del marito. Quel focolare ha un che di rassicurante (i sei volti addormentati dei bambini nel grande letto), turbato dall'unica minaccia dell'uomo, cieca fame brutale che un bambino può ingannare.

Silverage: annuncia la sera piena di canti e di voci, i canti degli uccelli, le voci delle ragazze che sulla piazzetta scherzano sui loro sogni leggeri. Un'età d'argento, madreperla, su cui rade il sole fresco del tramonto, la freschissima luna. Un'età traslucente, appoggiata su nulla, un'età agitata dal vento e dalle risa, che non va da nessuna parte.

Nostos: il ritorno evoca rimpianto e nostalgia. Rimpianto è parola migliore. Chiama a sé il tempo passato, tira i pesci nel presente, ah se avessi fatto... La nostalgia ritorna sui suoi passi, è là che vuole stare, qui non si trova. Chi è che ritorna? io no. Ma vorrei che qualcuno tornasse. Perdere è terribile. Il ritorno nella parola nostos ha un che di stanco. È il ritorno di Ulisse. Perché è tornato? non amava Penelope. Si è subito annoiato.

La prima parola è un antro. È calda, minacciosa. La seconda è fresca, serotina. La terza è un crepuscolo. Sono tre forme della sera che queste parole hanno evocato. La prima al chiuso, minacce e protezione del chiuso; la seconda all'aperto, frescura e leggerezza dell'aperto. La terza è lo scialbo rumore dei remi che si avvicinano a riva, quando le reti sono già tirate sulla spiaggia e la spiaggia è deserta. Tre punti dell'isola in una stessa sera.

© 2001, La tartaruga edizioni


L'autore
Ginevra Bompiani vive a Siena e a Parigi. Ha scritto: Le specie del sonno, Lo spazio narrante, L'attesa, Tempora, L'orso maggiore.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




6 luglio 2001