François Flahault
La cattiveria

"Così, la forza che ci spinge ad esistere incontra gli altri sia come condizione della nostra esistenza sia come ostacolo; dietro ogni cattiveria, anche banale, si trova dunque il desiderio di una onnipotenza che spazza via l'ostacolo e ci si impone senza condizioni."

Un saggio sulla cattiveria suscita (e prima della lettura non si sa bene perché questo capiti) molta attrazione, ha un fascino sottile e un po' inquietante che esige che gli si dia almeno un'occhiata. E si incomincia a leggere: Flahault ha la capacità di aprire il volume con una introduzione che ci pone già in media re, nel centro della tematica e della riflessione sull'argomento in questione, la cattiveria.
Prima di tutto la ricerca della "fonte interiore della cattiveria" che va posta al di fuori della visione monoteistica della divinità e del dualismo che essa presuppone e ricollocata nell'infinito indistinto. Quindi, attraverso la figura di Frankenstein, si osserva come ci sia l'esigenza di costruire un fantasma che ricopra il ruolo di male assoluto: il buio, il mostro, un'entità così forte e totale davanti alla quale non abbiamo argini da contrapporre. Ciò che in fondo a noi esiste di indistinto e malvagio che temiamo e che non osiamo guardare neppure per un attimo perché lo sgomento ci prenderebbe, ma che possiamo riconoscere in un figura esterna, letteraria o cinematografica, che si trasforma (proprio per questo richiamo inconscio a noi stessi) in entità creatrice di reale terrore. È la sua perfezione che rispecchia il bisogno di assoluto di ognuno ed è la morte che portiamo in noi come paura che viene documentata da queste fantasie che non pongono limiti e che alimentano "una vertigine dell'infinito".
Davvero interessante è il capitolo dedicato al rapporto tra Victor Frankenstein e la sua creatura: lo scienziato vuole superare i confini tra la vita e la morte, tra la diversità dei sessi, vuole insomma prendere il posto di Dio e valicare i limiti penetrando nell'infinitudine. Tutto ciò significa inevitabilmente distruzione e gli effetti non si rivolgono solo contro gli altri, ma prima di tutto contro Victor stesso perché quella creatura orribile è il suo riflesso mostruoso ed è legato a lui con vincoli indissolubili che potranno essere spezzati solo dalla morte di uno dei due. La "creatura" è Adamo dopo la caduta che si rivolta contro il Padre, è la relazione d'amore che si trasforma in odio e desiderio di annientamento. Su questo tema l'autore poi compie degli approfondimenti: spesso le relazioni più passionali provocano il bisogno di essere completati dall'oggetto d'amore che viene quasi cannibalizzato così è frequente che il sentimento amoroso si tramuti nel suo opposto assoluto in un odio totale e distruttivo. È l'odio che spesso diventa l'unico mezzo per riempire di sé la testa dell'altro, per essere al centro della sua vita. Così, per questo bisogno di esserci, per questa solitudine da cui il sentimento ha origine, non possiamo non provare un sentimento di pietà per il grande malvagio, che questo sia la "creatura" di Victor Frankenstein, o il protagonista di una novella di Lovecraft che, vissuto solo per tanti anni in una castello sotterraneo, esce allo scoperto, penetra in una casa cercando esseri umani con cui relazionarsi ma, alla loro fuga, scopre, riflessa in uno specchio la ragione di tanto orrore: vi vede infatti un essere deforme e ripugnante e, disperato, torna nel suo mondo sotterraneo. "La letteratura è in grado di far rivivere l'illimitazione reale in un testo, lo scrittore vuole credere che trasgredisce per davvero, mentre in realtà si abbandona a trasgressioni estetizzate o erotizzate". Così la figura del colpevole innocente viene esaurientemente espressa da Michel Foucault in Moi, Pierre Rivière, ayant égorgé ma mère, ma soeur et mon frère... e a questo giovane che concluderà suicida la propria drammatica esperienza di vita l'autore fa dire: "Ero divorato dalle idee di grandezza e immortalità; mi stimavo assai più degli altri". Così "per forzare il destino - l'impossibilità di esistere - e, infine, riparare, affermare se stesso in un lampo accecante, Pierre Rivière si vota all'antico schema della sublimità nello scontro distruttore."
Tutto il saggio insomma ruota intorno al concetto che la cattiveria è dentro di noi e che, proprio per questo, non può essere estirpata. Vi si possono porre alcuni rimedi, degli argini, sia a livello personale che sociale, ma non si può pensare certamente di annullarla.


La cattiveria di François Flahault
Titolo originale: La méchanceté

Traduzione di: Giuseppe Cestari
205 pag., Lit. 38.000 - Edizioni Marietti (Collana di Saggistica n.83)
ISBN 88-211-6697-X




Le prime righe

Introduzione


Uno dei sopravvissuti di Auschwitz, Primo Levi, si è spesso recato nei licei per portare la propria testimonianza a viva voce. All'inizio degli anni ottanta, confessava con un certo disagio dinanzi alle domande che gli studenti gli ponevano: "Ed ora, vorrei chiederlo io a voi: sapreste rispondere a questa domanda: perché si fa la guerra? Perché si torturano i nemici, come facevano i Romani, e come hanno fatto i nazisti? [...] Ebbene, io non so rispondere se non per vaghi e sommi capi al fatto che l'uomo è cattivo, che l'uomo non è buono. A questa domanda che mi pongo sovente, sulla bontà o sulla cattiveria umana, come rispondere?".
Probabilmente Primo Levi era più preparato a rispondere a domande dotte anziché a quest'ultima, ingenua. Le domande dotte si riducono press'a poco a:
Quali sono le condizioni storiche, sociali, ideologiche, organizzative, ecc., che consentono lo scatenarsi e il dispiegarsi di una logica della distruzione?
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, ci si è spesso posti questo interrogativo. Esso dipende dalle scienze umane, e sono ovviamente gli storici che l'hanno studiato, cercando di capire in che modo i nazisti avevano potuto dare inizio allo sterminio di milioni di esseri umani che, per di più, non erano personalmente impegnati nella guerra. Tuttavia, quando veniamo a conoscere certi fatti, i massacri che hanno avuto luogo nel Ruanda, quelli che avvengono in Algeria, o ancora, più banalmente, quando la nostra attenzione è attratta dalla violenza dei rapporti economici, non ci poniamo soltanto delle domande "dotte". Reagiamo anche come gli studenti di cui parla Primo Levi, perché questi fatti singoli gettano un turbamento sull'idea che ci facciamo dell'essere umano in generale. Così, dietro la domanda cui rispondono le scienze umane si aggira sempre, sullo sfondo, una domanda "ingenua" che, in realtà, è una domanda filosofica. Potremmo formularla così:
Qual è l'innesco interiore della cattiveria umana?
È a questa domanda che il presente libro è dedicato, una domanda che oggi è necessario porre. Infatti la tentazione di eluderla - cioè, sostanzialmente, la vecchia tentazione di autoidealizzarsi - non porta soltanto a ogni sorta di errori individuali, ma incoraggia altresì la credenza in certe illusioni condivise da un gran numero di persone.

© 2001, Marietti Edizioni


L'autore
François Flahault, ricercatore del CNRS, è attualmente Direttore del Centro di Ricerche sulle Arti e il Linguaggio di Parigi. Ha pubblicato diverse opere, tra le quali La scène de ménage, L'interpretation des contes, Face à face, un saggio sul volto.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




6 luglio 2001