La biografia
La bibliografia


Minette Walters
Il corpo del nemico

"Avrebbe forse un po' più di senso se fosse stata una di noi ma non era nemmeno inglese... Solo un'altra infelice immigrata che viveva del sussidio e riempiva gli ospedali di malattie importate. Perché mai li facciamo entrare non lo so proprio."


Come ci ha dichiarato in una recente intervista, Minette Walters non ha trovato particolari difficoltà lungo il suo cammino di scrittrice. Una tradizione narrativa di crime story tutta al femminile caratterizza la letteratura inglese più recente (differenziandosi in questo da quella americana) e ha in qualche modo spianato la strada a chi è arrivato dopo, come la Walters, appunto. L'essere donna non ha condizionato né il suo modo di scrivere né le scelte al momento della pubblicazione. Forse una caratteristica che la contraddistingue, come del resto molte sue colleghe inglesi, è la scelta di una linea soft, meno cruda e meno violenta delle storie "al maschile".
Il corpo del nemico prosegue nella tradizione narrativa dell'autrice per alcune linee fondamentali. Innanzitutto la volontà di mescolare alla storia una serie di documenti, fotografie, lettere e altre testimonianze pertinenti allo svolgimento della vicenda. "Lo considero un buon sistema per tre ragioni - ci ha detto la Walters - Quando si scrive un romanzo poliziesco esiste sempre alla base un puzzle abbastanza complesso all'interno del quale il lettore può dimenticare qualche piccolo dettaglio che, riandando a un documento, si recupera con maggiore facilità: è senz'altro più semplice ritrovare una foto (ad esempio), piuttosto che cercare una parola scritta lungo le pagine. Poi direi che funziona particolarmente bene con il mio tipo di romanzo. In questo caso la protagonista è una donna che vent'anni dopo un accadimento importante ritorna al punto d'origine, ma che, nel frattempo, costruisce un ampio dossier sul caso, costituito appunto da molti documenti: accumula lettere e informazioni che in tutti quegli anni le arrivano da Londra, in particolare grazie alla collaborazione di suo padre. In terzo luogo io amo il libro anche dal punto di vista estetico, trovo il libro un oggetto bello da vedere e credo che inserendo 'novità' tra le pagine di solo scritto il libro diventi più gradevole, il lettore 'si svegli' sia più all'erta. È per questo che mi cimento con diversi caratteri di stampa, adesso che con il computer si possono fare cose magnifiche anche a casa propria: inserisco tutti i diversi caratteri mentre scrivo, così il libro viene formattato e spedito via e-mail al mio editore, già pronto come lo desidero".
Protagonista del romanzo, l'abbiamo già accennato, è una donna, la signora Ranelagh, che trova morente sul marciapiede di fronte alla sua casa una vicina, Ann, una persona di colore malata di mente. Il destino porta la donna lontana, ma questo ricordo non l'abbandona mai e la spinge a non tagliare i ponti con questa vicenda, ma anzi a svolgere, seppure da lontano, delle indagini per comprendere meglio l'effettivo sviluppo degli eventi (spiegati dalla polizia con un semplice incidente stradale), e individuare il colpevole di questo omicidio.
Parallelamente alla crime story si sviluppa anche il tema del razzismo che, sebbene non sia esattamente una caratteristica della società inglese, anche in questa nazione, abituata da secoli alla convivenza multietnica, fa sentire la sua presenza. In ogni suo libro la Walters inserisce un pregiudizio che diventa parte della storia, per stigmatizzare di volta in volta una differente caratteristica negativa della società. In questo caso tuttavia c'è una cosa in più: Ann non è solo nera in una strada di bianchi ma è anche malata, una caratteristica che la rende doppiamente diversa. È molto isolata (anche perché la sua malattia, la sindrome di Tourette, la predispone a involontari comportamenti antisociali) e si presta ancor più ad essere soggetta all'indifferenza delle persone che vivono vicine ma che non sono disponibili ad aiutarla in alcun modo. In questo contesto sarà ovviamente difficile svolgere delle indagini, specie se "riprese" dopo vent'anni, ma la protagonista riuscirà a trovare vecchi e nuovi indizi e a smascherare corruzione, falsità e violenze da tempo nascoste.


Il corpo del nemico di Minette Walters
Titolo originale: The Shape of Snakes

Traduzione di: Gioia Guerzoni
428 pag., Lit. 34.000 - Edizioni Longanesi & C. (La Gaja Scienza)
ISBN 88-304-1918-4

Di Giulia Mozzato



le prime pagine
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1

NON riuscivo a capire se "Annie la matta" fosse stata assassinata perché era pazza o perché era nera. A quell'epoca abitavamo nella zona sud-ovest di Londra e ricordo ancora lo shock che provai quando, rientrando dal lavoro in una piovosa serata di novembre, la trovai riversa sul marciapiede davanti a casa nostra. Era il 1978 - l'inverno dello scontento, come venne chiamato -, il governo aveva perso il controllo sui sindacati, gli scioperi erano all'ordine del giorno, gli ospedali avevano smesso di prendersi cura dei malati e la spazzatura giaceva in enormi ammassi sui marciapiedi. Se non avessi riconosciuto il vecchio cappotto a scacchi l'avrei probabilmente ignorata, pensando che quel fagotto nel canalino di scolo fosse un cumulo di abiti scartati.
Si chiamava Ann Butts, ed era l'unica persona di colore che abitava nella nostra strada. Era una donna robusta, con un'espressione riservata e una profonda avversione per i contatti sociali; era risaputo che le piaceva bere, soprattutto rum caraibico, e spesso in estate la si vedeva seduta sul marciapiede a cantare inni gospel. Si era guadagnata l'appellativo di "matta" perché faceva strane smorfie e borbottava tra sé mentre avanzava a scatti, in una specie di trotto zoppicante.
Si sapeva ben poco delle sue condizioni, tranne che, alla morte della madre, aveva ereditato la casa e una piccola rendita e che, a parte una schiera di gatti randagi che si erano stabiliti da lei, viveva da sola. Si diceva che la madre fosse più pazza di lei e che per quel motivo il padre le avesse abbandonate. Uno dei più vecchi residenti in Graham Road giurava di aver visto la signora Butts urlare oscenità ai passanti e roteare come un derviscio, ma, siccome era morta da tempo, la storia circolava ormai di sicuro ingigantita. Personalmente non ci credevo più di quanto credessi alle voci secondo cui Annie allevava in casa polli che poi uccideva, mettendoli a bollire interi, con le penne e il resto, per la cena sua e dei suoi gatti. Erano stupidaggini - come tutti comprava la carne nel supermercato locale -, ma i suoi vicini più prossimi parlavano di grossi ratti nel suo giardino e di un terribile puzzo che proveniva dalla cucina; ecco com'era nata la storia dei polli. Io ribattevo sempre che Annie non poteva avere topi e gatti insieme, ma nessuno voleva mai ascoltare la voce della ragione.
Sempre gli stessi vicini le rendevano la vita difficile denunciandola regolarmente al consiglio comunale, all'RSPCA e alla polizia, ma le loro lamentele non portavano mai a nulla, perché il consiglio non poteva cacciarla da casa sua, i gatti non risultavano maltrattati e Annie non era abbastanza folle da essere rinchiusa in un istituto. Se avesse avuto parenti e amici a difenderla, avrebbe potuto portare quei diffamatori in tribunale, ma era una persona solitaria, e difendeva la sua privacy. Ogni tanto gli assistenti sociali o sanitari tentavano, invano, di convincerla a trasferirsi in una casa di cura, e una volta alla settimana il pastore locale bussava alla sua porta per assicurarsi che fosse ancora viva. Veniva regolarmente investito da un fiume d'imprecazioni urlate da una finestra al piano di sopra, ma lui non se la prendeva e perseverava, benché Annie rifiutasse persino di avvicinarsi alla chiesa.
La conoscevo solo di vista, perché abitavamo all'estremità opposta della strada, ma non capii mai perché gli abitanti provassero tanto astio nei suoi confronti. Mio marito sosteneva che avesse a che fare solamente con il valore immobiliare della zona, ma io non ero d'accordo. Quando c'eravamo trasferiti in Graham Road, nel 1976, non nutrivamo illusioni sul perché ci potevamo permettere di abitare in quella zona. Il codice postale era quello di Richmond, ma senza dubbio si trovava "dalla parte sbagliata del binario", come si diceva, cioè in un quartiere povero. Le abitazioni, costruite per gli operai nel 1880 circa, erano una fila doppia di terrace: una sorta di casette a schiera, due su e due giù, a poca distanza dalla A316 tra Richmond e Mortlake; nessuno di quelli che, come noi, avevano acquistato casa in quella strada si aspettava di far fortuna da un giorno all'altro, soprattutto perché le case di proprietà del comune erano mischiate a quelle dei privati. Era facile comunque distinguerle, grazie alle porte tutte gialle, e venivano guardate male da chi di noi si era comprato la casa, perché almeno due di esse ospitavano famiglie problematiche. Personalmente ritenevo che il modo in cui i bambini trattavano Annie fosse un metro più affidabile per giudicare i sentimenti degli adulti. La schernivano senza pietà, la insultavano e scimmiottavano il suo trotto zoppicante in una crudele dimostrazione del loro diritto di sentirsi superiori, poi scappavano, lanciando gridolini terrorizzati se le loro angherie l'avevano irritata abbastanza da farle alzare il capo, fulminandoli con uno sguardo truce. Sembrava un combattimento di cani contro un grosso orso. La punzecchiavano con disprezzo, ma ne avevano anche paura.



© 2001, Longanesi & C. Editore

biografia dell'autore
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Minette Walters è nata nel 1949 a Bishop's Stortford, nell'Hertfordshire (Inghilterra). Dopo essersi laureata si è trasferita a Londra, dove ha lavorato per un periodico. Ha debuttato come autrice di gialli nel 1992 con The Ice House e si è aggiudicata il Crime Writers'Association John Creasey Award per l'opera prima. Nei due anni seguenti ha vinto prima l'Edgar Allan Poe Award e poi il CWA Gold Dagger.




22 giugno 2001