Zeruya Shalev
Una storia coniugale

"Comunque, mi consolo, potrebbe andare peggio, meglio così che starci troppo attaccati, meglio mantenere una distanza, per quanto a volte, mentre sto seduta da sola in terrazza la sera, ammetto che nulla ormai più ci tiene insieme se non la minaccia di un pericolo temporaneo, come se noi tre fossimo capitati per caso nello stesso rifugio durante un bombardamento..."

La storia di una famiglia che si sta sgretolando si trasforma in questo romanzo, pagina dopo pagina, in una vicenda di iniziazione alla vita. Un uomo, una donna, una bambina: tra loro c'è amore, ma questo sentimento è una prigione, porta sofferenza, porta malattia, porta i due adulti a ferirsi e a farsi del male e la bambina a chiudersi in un silenzioso senso d'incertezza, di precarietà. Una mattina, dopo un periodo di assenza, Udi, un uomo ancora giovane, marito di Naama, padre della decenne Noga, al risveglio si trova completamente paralizzato. Il difficile rapporto della coppia è messo alla prova da questa drammatica situazione: viene chiamata l'ambulanza, in ospedale sono fatte innumerevoli analisi, ma non vi è nulla di organico che giustifichi quell'improvviso malanno. Passa qualche giorno e Udi riesce a muoversi di nuovo, ma subentra dopo poco un'improvvisa cecità, la malattia così inizia a mostrare il suo aspetto psicologico, figlio di una nevrosi sempre più forte. Naama ha molta difficoltà ad affrontare questo momento critico, sentimenti opposti la percorrono, speranza in una ritrovata intesa, rabbia nei confronti dell'uomo che ha verso di lei atteggiamenti molto duri, uomo che lei ha iniziato ad amare ancora bambina, quasi un compagno di giochi che si è trasformato, anno dopo anno, nel compagno di una vita piena di scontentezze. Un'infatuazione vissuta qualche anno prima per un altro uomo, anche se tutta mentale, le ha lasciato sensi di colpa e il pensiero di aver rovinato il rapporto col marito. Queste frustrazioni si sono tramutate da tempo in colpevolizzazioni nei confronti del partner che è, appunto, crollato in somatizzazioni devastanti, tanto da non essere più capace di condurre una vita normale. Ma Udi, ha uno scatto vitale: decide di andarsene, di rompere quella trappola mortale in cui si è trasformato il suo matrimonio. La crisi insomma precipita e Naama affronta, forse per la prima volta senza schermi, il proprio malessere, la sensazione umiliante dell'abbandono, il rapporto con la figlia, amatissima, ma forse poco osservata nel suo crescere. Il lavoro della donna, che è un'assistente sociale intelligente e sensibile, viene vissuto come ulteriore prova del proprio fallimento e tutto sembra crollarle addosso, quando anche in lei scatta qualcosa di positivo: un incontro con un uomo, una "pazzia" vissuta come tale, senza implicazioni sentimentali, un rinnovato coinvolgimento nel lavoro, l'assumersi infine la responsabilità di se stessa. La storia si chiude con il compleanno della bambina, il padre che torna per festeggiarla e un po' di serenità in vista, tra tante macerie. Non si può parlare di lieto fine, niente fa supporre una ricomposizione, si può invece parlare della maturazione faticosa di due adulti che forse riescono a ricomporre i pezzi della loro vita dopo averla frantumata. La scrittura di Zeruya Shalev è intensa ed evocativa del clima soffocante in cui la vicenda è collocata, tutta la letteratura ebraica contemporanea presenta una affascinante sintesi tra elementi immaginifici e duro realismo e anche la Shalev si inserisce a pieno titolo in questo filone che gode di un giustificato successo tra i lettori italiani.


Una storia coniugale di Zeruya Shalev
Titolo originale: Baal we-ishah

Traduzione di: Elena Loewenthal
315 pag., Lit. 29.000 - Edizioni Frassinelli (Narrativa)
ISBN 88-7684-653-0




Le prime righe

1


Nel primo istante del giorno, prima ancora di sapere se sarebbe stato freddo o caldo, bello o brutto, trovai il deserto, piatto e desolato, dove spuntavano pallidi arbusti polverosi, tristi come idoli abbandonati a se stessi. Non ci ero più stata da tempo, ma lui sì: era tornato da laggiù appena la notte scorsa, e ora apre un occhio stretto color sabbia e dice: Dentro il sacco a pelo nella steppa sono riuscito a dormire meglio che qui con te.
Un odore di scarpa vecchia gli usciva dalla bocca, così mi sono voltata dall'altra parte, verso la faccia camusa della sveglia che proprio in quel momento comincia a suonare. Lui brontola: Quante volte ti avrò detto di metterla nella stanza di Noga, allora mi tiro su di scatto, macchie luminose mi vorticano davanti agli occhi: Insomma, Udi, è ancora una bambina, siamo noi a dover svegliare lei e non il contrario. Tu sai sempre tutto, replica lui stizzito, ma lo capirai una volta per tutte che non si fa così, e allora si ode la sua voce che avanza esitante, saltando sopra i quaderni gettati sul tappeto, pestando mucchi di libri chiusi, tentando la sorte: Papà?
Lui si getta su di me, zittisce brutalmente la sveglia mentre io bisbiglio dietro la sua spalla: Ti sta chiamando, Udi, va' da lei, è quasi una settimana che non ti vede. In questa casa non si riesce nemmeno a dormire decentemente, commenta sfregandosi gli occhi con risentimento, ha dieci anni e la tratti ancora come fosse un neonato, e grazie che non le cambi il pannolino, quand'ecco spuntare il suo viso sulla soglia della nostra stanza, il collo teso obliquamente mentre il corpo sta ancora nascosto dietro lo stipite. Chissà che cosa ha sentito della nostra conversazione, i suoi occhi famelici divorano i movimenti delle nostre labbra senza digerire nulla e ora vanno a lui, già feriti: Papà, mi sei mancato. Lui le rivolge un sorriso spiegazzato: Davvero? E lei: Certo, è quasi una settimana.
Com'è che mi volete tanto voi due, dice stirando le labbra, state così bene senza di me, allora lei fa un passo indietro, gli occhi sempre più piccoli, io mi alzo: Tesoro, papà sta solo scherzando, adesso va' a vestirti. Con un gesto innervosito spalanco le persiane, in faccia alla luce forte che di colpo rende gialla la stanza, come se un gigantesco riflettore fosse rivolto verso di noi, perseguitandoci.

© 2001, Edizioni Frassinelli


L'autore
Zeruya Shalev, israeliana, è nata in un kibbutz nel 1959, e vive a Gerusalemme, dove lavora presso una casa editrice. Sposata a uno scrittore, con due figli, ha già al suo attivo una raccolta di poesie, un romanzo, un libro per bambini e il best-seller Una relazione intima, pubblicato in Italia e per il quale è stata insignita del Golden Book Prize e dell'Ashman Prize.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




22 giugno 2001