Ottiero Ottieri
La linea gotica. Taccuino 1948-1958

"La 'via aziendale alla classe operaia' è una via lunga; ma, alla fine, chiusa. O ci trovi, in fondo, il padrone; o, nel migliore dei casi, la tua stessa coscienza e la storia, che la sbarrano"

Un diario che annota non tanto gli eventi (anche se vengono segnalati molti fatti e descritti molti incontri), quanto i pensieri, le riflessioni, le contraddizioni, le disperazioni e i tormenti che si susseguono lungo dieci anni cruciali della vita italiana, quelli che vanno dall'immediato dopoguerra al boom economico.
La prefazione di Furio Colombo è davvero illuminante: si nota un'antica frequentazione con l'autore, un'amicizia e una stima che consentono, possedendo la sensibile intelligenza di Colombo, di leggere questa nuova edizione di La linea gotica con maggiore consapevolezza e attenzione.
Ottieri, si allontana da una città solare, Roma, e approda nella grigia, faticosa Milano. Con sé porta un importante cognome, una cultura, una formazione alto borghese, una nascita nobile, ma anche un'ideologia progressista e una scelta di campo che scatena, anzi ha già scatenato, contraddizioni pesanti da sopportare.
Dentro questo speciale diario si inserisce anche la storia di una nevrosi: filtro della realtà e nello stesso tempo strumento che disvela l'ipocrisia, il falso benessere, l'ottimismo "da ricostruzione". Che mette in gioco la persona, la soggettività; che può paralizzare, ma anche farsi strumento, doloroso e lacerante ma necessario, per sopportare la vita, la funzione di intellettuale che nella razionalità vede esplicarsi il suo ruolo.
Straordinario è il dialogo che contrappone il giovane narratore all'autorevole dirigente d'azienda che lo sottopone a un colloquio di lavoro. Sintonia assoluta su tutto e, improvviso, uno scarto: il narratore si dichiara, dice di aver scritto "due o tre articoli sull'Avanti!"; l'altro, così affabile fino a quel momento, si ritrae, lo congeda. Poche righe dopo Ottieri, citando Orwell parla di esilio, del prezzo che si paga "quando si abbandona la propria terra", quasi che la scelta di essere altrove (città, ideologia, amicizie) portasse a questa naturale frantumazione dell'io, a un dolore che sa (e in questo sta la incredibile umiltà e senso del limite dell'autore) non essere solo suo. Soffre il padre, vedendo vivere miseramente il figlio; soffre l'operaio che si suicida così, senza che nessuno l'abbia previsto, gettandosi sotto un treno che deve aspettare perché non è in orario; soffre la moglie del collega, lasciata a Napoli perché giudicata inadeguata al nuovo ruolo intellettuale del marito; soffre chi lavora, perché il lavoro è fatica, sporcizia e umiliazione ("Sedici ore al giorno fuori di casa, per lavorare otto ore in fabbrica", questa è la vita di una ragazza da lui intervistata per un giornale). Le pagine che descrivono Dalmine, l'inferno della fabbrica, il fuoco che avvampa sui volti, il calore che avvolge e l'orgoglio mite di chi vi lavora, giustappongono, in immediata sequenza, la fotografia degli uffici di impiegati e dirigenti, i grandi tavoli brillanti, il gesto stanco di spazzare via "una molecola di cenere dalla superficie delle scrivanie a specchio", le villette ordinate "alla svizzera" e una "comunità mancata" che la sera fugge a Bergamo o a Milano. Anche l'attività politica è fatica e frustrazione, difficoltà di parlare del generale quando dentro grida il proprio quotidiano: "con la consuetudine, l'erosione dei miti, approfondisco la psicologia operaia. Dietro la classe si cominciano a distinguere le persone".
A tutto ciò si aggiungono momenti che giustamente Colombo definisce "profetici", si leggano queste frasi: "Quando il proletariato tende a migliorare all'interno del sistema capitalistico, essendosi preparato per una rivoluzione che non viene, quando rinuncia al salto qualitativo e cerca l'aumento del salario: allora può venire una crisi profonda, rompersi la solidarietà, nascere la rivolta contro gli scioperi politici, ecc. Allora, dobbiamo affrontare questa crisi, non fuggire a ritrovare gli stimoli rivoluzionari delle aree depresse, a indignarci facilmente."
Un libro quindi di grande attualità culturale, che costringe la sinistra a una riflessione su di sé, utile oggi forse più di quando fu pubblicato per la prima volta.
A questa tematica politico-culturale, va brevemente aggiunta qualche parola sull'altro tema portante, quello della malattia: da una parte, come si è detto, è paralisi e strumento, dall'altro è l'inquietudine che pone domande a cui non si sa e non si può rispondere. Così la figura di Musatti che appare soprattutto nella prima parte del libro, uomo allegro e simpatico è quasi simbolica (per noi, oggi) di un ruolo e di una funzione dell'intellettuale democratico. Così l'uomo inquieto che è autore di questo diario ci appare la coscienza del malessere contemporaneo, la lucida coscienza di un inconscio che troppo spesso tende ad annullarsi dietro al buon senso e al denaro.


La linea gotica. Taccuino 1948-1958 di Ottiero Ottieri
295 pag., Lit. 28.000 - Edizioni Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN 88-8246-341-9




Le prime righe

1948


Una linea gotica, mentale, per me taglia a mezzo l'Italia. Ci vivo a cavallo. I dilemmi spirituali, dell'anima, si proiettano nella geografia. Una scelta interiore si camuffa da scelta di una città e non è nemmeno del tutto un camuffamento. Roma è il mio essere, Milano il mio dover essere. Sogno una terza città che le unisca, dove avere tutto, conciliare tutto, e stare una buona volta tranquillo.

Ho lasciato il 2 febbraio, a 23 anni, Roma per Milano. Ho lasciato la letteratura, la casa agiata dei miei, la nevrosi di figlio unico. Il pomeriggio prima di partire ho telefonato ad Anna: sempre occupato; finalmente ha risposto, sono riuscito a vederla; non le ho fatto una dichiarazione, ma le ho proposto una specie di contratto, di venire a vivere con me a Milano, visto che anche lei è una scontenta... Scontenta sì, ma resta a casa sua. Il viaggio. Lo strappo, come tira al di là di Firenze. Solo, appoggiato con la testa sul tavolino dello scompartimento, dalla stazione scendo su una Milano nera dentro una malinconia nera.

Sono un "intellettuale di sinistra" - sono venuto qui per esserlo, come uno va a frequentare una scuola di un'altra città - ma il primo sindacalista che mi riesce di incontrare è un cattolico. Ragioni di amicizia, di famiglia. Mi porta alla Siai Marchetti di Sesto Calende, lungo un fiume. È un giovane serio con la barba da alpino. In treno, al ritorno, parliamo. Scopro l'atteggiamento spiritualistico, che si inserisce nella valutazione della lotta sindacale, e che io avevo imparato, sui libri, a Roma, a rigorosamente bandire. Ma il mio cattolico di sinistra sembra che si voglia incuneare fra borghesia e comunismo con una pura percussione morale.
Incanala gli elementi della carità e della pietà non più verso la massa di tutte le anime, ma verso gli uomini che più storicamente, materialmente e collettivamente, ne hanno bisogno. È un classista empirico, passeggero, che accantona la trascendenza. In uno storicismo relativo, razionalizza il sentimento verso gli oppressi. Non ha certo la preoccupazione dell'intellettuale marxista di allontanare ogni istinto di pietà e di carità per lasciare tutto lo spazio alla lotta guidata dalla scienza, e in questo fa meno fatica.

© 2001, Ugo Guanda Editore


L'autore
Ottiero Ottieri è nato a Roma nel 1924. Tra i suoi libri ricordiamo: Storia del PSI nel centenario della nascita, La psicoterapeuta bellissima, De morte e Cery.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




8 giugno 2001