Luca Doninelli
La mano

"Oggi ho pregato otto ore ininterrottamente. Volevo sentirmi perdonata. Dopo otto ore ho sentito che il perdono era arrivato, come una e-mail."

Un lungo monologo, un'allucinata storia di morte e di passione che una donna, ormai irrimediabilmente segnata dall'uso della droga che le ha sconvolto il cervello, fa del proprio fratello, Jerry, un chitarrista straordinario, un grande del rock, che si è dato la morte in modo tragico e folle.
La voce narrante femminile presenta i vari personaggi che interagiscono in questa storia: i genitori, dipendenti dalla cocaina che sono stati i suoi iniziatori all'uso della sostanza; Zac, l'altro chitarrista del gruppo del fratello, più superficiale e mondano di Jerry, suo rivale in musica; Marion, donna "fatale", ufficialmente legata a Zac, madre del figlio di Jerry, naturalmente rifiutata da Isabel, la narratrice, considerata da lei una vera rovina per chiunque avesse con lei un rapporto; il figlio di Jerry, Ez, non presentato mai come un individuo da "formare", ma come un uomo con cui confrontarsi, in certi momento, un oggetto del desiderio, in altri un rivale, in altri ancora un individuo senza inibizioni, né morale.
Tutta la storia, confusa, spezzata, così come la mente malata e segnata dalla cocaina di Isabel riesce a ricostruirla, precipita verso il finale: la morte di Jerry. Nella prima parte la narratrice presenta il contesto in cui si colloca il suo presente: una specie di donazione a Dio, la preghiera, la mortificazione dei sensi, la ricerca del perdono, il colloquio e il supporto ricevuto da alcune suore. Poi il racconto si srotola, sempre spezzato, quasi rotto da improvvisi lampi o singhiozzi, e viene ricostruita la strada verso la pazzia del fratello. Infine la notte in cui tutto si consuma, in cui l'elemento simbolico, reificato, finisce con l'uccidere: la mano che non risponde al perfezionismo dell'esecutore, la ricerca di una "sostituzione" chirurgica, il sogno di una mano meccanica che sappia offrire prestazioni superiori ("sette dita" per vincere in rapidità ogni rivale), e infine la morte, unica possibile via d'uscita.
Come un assolo di jazz, con l'improvvisazione che guida, attraverso percorsi soggettivi, il musicista, le parole di Isabel percorrono strade tutte sue, che nessun altro può conoscere. Solo il "piccolo dio della cocaina" sa rendere sopportabile un dolore e una solitudine così sconfinata, amara come "la fine della musica", come la pazzia e la morte.


La mano di Luca Doninelli
157 pag., Lit. 22.500 - Edizioni Garzanti (Narratori Moderni)
ISBN 88-11-6623-1




Le prime righe

1.


Mio fratello una volta scrisse una canzone. Ne ha scritte molte, per la verità, ma mai per intero: lui era specializzato nella musica, era l'autore delle musiche. Le parole le scriveva quello là, quello biondo, come si chiama.
Questa fu l'unica volta in cui Jerry scrisse anche le parole.
Si trattava di una ballata.
Era una storia molto bella e triste. Adesso purtroppo non ricordo più come facevano quelle parole.
Che guaio.
Non mi ricordo nemmeno il titolo. So che volevo intitolarla Kashmir, questo me lo ricordo benissimo, ma poi non poté perché c'era già quell'altra, quella di...
Era una lunga ballata.
È strano, non me la ricordo più. Fino a cinque minuti fa me la ricordavo tutta, l'ho addirittura canticchiata piano piano, e adesso zero, mi è sparita dalla mente.
Perché l'ho dimenticata? Quando non ci pensi ti viene tutto in mente, appena ti metti a pensare...
Ah sì, parlava di un uomo che scriveva sui muri. Scriveva sempre la stessa frase - sempre, sempre.
C'è qualcosa di orribile in questo continuo ripetere. Ma, per quanto ci ragioni (ci ho già provato altre volte), non riesco a ricostruire la storia.
Un secondo uomo che scrive sui muri, stavolta creato da me, si sostituisce all'altro. Anche il mio non fa che ripetere, però il mio fa e dice le cose che io gli ordino di dire e di fare.
Sono io che gli ordino di scrivere sempre la stessa frase.
Ma è un personaggio noioso: un fantoccio senza la più pallida parvenza di anima. Uno schifo. Mentre quello della canzone ne aveva, di anima...
L'arte vive una vita propria, che non ha nulla a che fare con i ragionamenti e con il buon gusto.
Mia madre era una donna di buon gusto...

Che frase era? Qual era la frase che questo maledetto uomo scriveva sempre sui muri?
Forse la canzone non dice che frase era. Potrebbe essere una frase molto stupida - no, non era stupida, non ho nessun ricordo di qualcosa di stupido.
Mio fratello ha avuto molte idee strambe, questo sì. Ma non fu mai stupido, non che mi ricordi.
Ma forse la frase non c'era. Non so decidermi.

© 2001, Garzanti Libri


L'autore
Luca Doninelli è nato nel 1956 e vive a Milano. Ha scritto: La verità futile, La nuova era, due libri-intervista Intorno a una lettera di Santa Caterina e Conversazioni con Testori.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




8 giugno 2001