Salvatore Mannuzzu
Alice

"Forse la questione dell'Alice è collegata a un'altra che mi impegna assai di più, giungendo a identificarsi con la mia stessa vita."

Non possiamo negare che un'immediata curiosità sia scattata in noi di libriAlice.it vedendo l'ultimo lavoro di Salvatore Mannuzzu. È nel titolo una certa affinità elettiva, ma anche nel particolare che Alice sia per l'autore una chiave d'accesso, la password di un computer.
È il romanzo di un mistero, di una ricerca particolare, ma anche uno spaccato di vita e di memoria, dove vari personaggi si alternano, ruotando attorno a un unico protagonista principale: Piero. La scrittura brillante, rapida e divertente di Mannuzzu accalappia il lettore sin dalle prime pagine. Piero (anche voce narrante, spesso ironica) suscita un'immediata simpatia. Lo troviamo, dolorante per una caduta, mentre assiste a un'asta, attendendo la donna, Candida, con la quale ha un appuntamento. Con il telefonino scarico, la pioggia battente e Candida che non arriva, Piero, cinquantenne, giudice di corte civile, pare un ragazzino al primo appuntamento, ansioso, agitato e innamorato. Presto però scopriamo che quest'uomo ha una vita sentimentale più complessa di ciò che appare. Ama Candida, ma vive con Lula ed ha una moglie schizofrenica dalla quale non ha mai divorziato. Deciso a lasciare Lula, per la quale non prova più sentimenti profondi, Piero cerca di organizzare una nuova vita partendo dall'addio alla vecchia. Nella casa comune, che li ha visti insieme per nove anni e che lui non vorrebbe abbandonare, si aggira alla ricerca del passato vagando tra le stanze e soffermandosi qui e là. Così, improvvisamente, nella sua vita irrompe Alice. Non è una donna, è il relitto di un brigantino francese immortalato alla foce del Columbia River nel 1909: una fotografia, ritagliata dalle pagine di una rivista e collocata in mostra sotto il vetro del tavolo personale di Lula, che immediatamente cattura l'attenzione di Piero. Perché tanto interesse per quel brigantino da parte della donna? Accendendo casualmente il computer portatile della compagna, per scrivere una sentenza, Piero scopre dei file che lo incuriosiscono. Per accedere a questo piccolo archivio è necessaria una password. La foto del brigantino occhieggia sotto il tavolo... che la password sia Alice? Quei file apriranno una finestra su una realtà dolorosa per Piero, che riguarda suo fratello Franz, ormai morto. Una verità incerta e misteriosa che diventerà un'ossessione, ma che lo aiuterà ad affrontare il rapporto con le sue donne, con la figlia Chicca, da tempo "fuggita" lontano dai genitori, con il padre, un uomo non facile ricoverato in una casa di riposo. "I misteri sono banali e se si rivelano è solo in parte: quella che crediamo importante, magari, e non lo è". Così Mannuzzu fa dire alla sua Lula, per mandarci un messaggio e per comunicarlo anche al suo protagonista. Alla fine della storia capiremo che è proprio così.


Alice di Salvatore Mannuzzu
172 pag., Lit. 26.000 - Edizioni Einaudi
ISBN 88-06-15841-4




Le prime righe

I.
La porta chiusa


Il relitto

Ho qui davanti una fotografia piuttosto antica, riprodotta sulla carta patinata d'una rivista inglese uscita, invece, verso la metà degli ultimi anni Novanta. Non so perché questa fotografia sia stata ritagliata e conservata; so invece che cosa mi induce adesso a guardarla, per l'ennesima volta. Appartiene alla collezione del San Francisco Maritime National Historical Park ("più di 200000 immagini" si legge in un frammento dell'articolo che illustrava, rimasta sul verso): e secondo la breve didascalia raffigura il "relitto del brigantino francese Alice. Penisola di North Beach, foce del Colombia River, 1909". Ma il brano superstite dell'articolo, che ho faticato a tradurmi, niente dice di quella vicenda.
Cerco adesso di descrivere la fotografia. Ciò mi aiuta, penso, a vederne tutti i particolari, anche i più minuti cui finora non ho badato - minuti, però (chissà) non irrilevanti: può darsi che enunciandoli io riesca a capire sino in fondo i motivi della mia attenzione. Sebbene non sia possibile adeguare le parole a ciò che gli occhi vedono: rimane uno iato incolmabile, come fra qualità irrimediabilmente diverse. Ma è pure vero il contrario: le parole forniscono un apporto che è vano cercare altrove; forse anch'esso, in qualche modo, riguarda la cosa vista: non meno della sua immagine (o quasi).
Dunque, stendo davanti a me la pagina gualcita: d'un magazine che non conoscevo, uno dei tanti che le compagnie aeree usano offrire ai loro clienti duranti i viaggi. La fotografia è quella d'un bastimento a vela, controluce. Siamo, evidentemente, assai vicini alla spiaggia: le piccole e lunghe onde in primo piano si rompono sulla battigia (che indoviniamo, non inquadrata); e su di esse si riflette la lunga scia del sole (mattino o pomeriggio tardi, verso il tramonto?) Lo scafo è quasi interamente affondato: rimane un po' inclinato verso sinistra, forse indietro; e gli alberi (probabilmente tre, il bompresso non si distingue) hanno la stessa inclinazione, accentuata dall'altezza. Spiccano gli intrichi del sartiame, non divelti, anzi pressoché integri, stranamente; e le vele sono spiegate: o almeno tali dovevano essere quando la nave è divenuta un relitto; ma ora appaiono per la maggior parte strappate via: e quel che ne resta penzola lacero, ridotto a brandelli; contro un cielo luminoso, segnato dai contorni di poche nuvole leggere e lontane.

© 2001, Giulio Einaudi editore


L'autore
Salvatore Mannuzzi ha scritto: Un morso di formica, Il terzo suono, Il catalogo; una raccolta di racconti La figlia perduta e una di poesie Corpus.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




8 giugno 2001