Davide Longo
Un mattino a Irgalem

"Prochet prese il bicchiere. I capelli gli brillavano lucidi sopra il triangolo nervoso della schiena. A ogni movimento delle braccia era come se un elastico gli si muovesse sottopelle."

Un editore che non pubblica mai autori esordienti e molto raramente scrittori italiani, eppure per questo romanzo è stata fatta un'eccezione e ci si può chiedere il perché. La risposta giunge immediata dopo aver letto il libro: la forza narrativa di Longo è davvero particolare, la tematica poco praticata, i personaggi tracciati con acutezza, i luoghi descritti con efficace tensione.
La storia vede un giovane avvocato torinese, Pietro, tenente dell'esercito, essere richiamato in Africa, in Etiopia, nel 1937 per assolvere alla funzione di difensore in un processo che è stato intentato contro un soldato italiano, accusato di orribili delitti. Non è certo l'uccisione dei locali che viene imputata a Prochet, questo è il nome del reo, nemmeno quando a morire erano stati bambini o innocenti: la guerra coloniale aveva già relegato gli etiopi ad un ruolo totalmente subalterno, quasi non fossero esseri umani, e questo miserabile sergente aveva compiuto crimini che, anche se creavano orrore tra i soldati, non venivano giudicati passibili di condanna. Diverso invece è l'atteggiamento delle autorità militari quando la strage viene compiuta sui commilitoni del soldato che, così almeno appare chiaro a tutti, sono stati sterminati brutalmente da questo orribile individuo. Pietro cerca di capirne di più e la sua breve e fallimentare indagine ha, per il lettore, la funzione di presentare la realtà di una colonizzazione molto più violenta di quanto la tradizione edulcorata e assolutoria ci abbia tramandato, di una corruzione piena di complicità diffusa a tutti i livelli tra i colonizzatori, infine delle difficoltà psicologiche ed etiche di chi, come il giovane torinese, rifiuta abusi e arrogante violenza come prassi di vita. Uno dei temi centrali del romanzo (che in qualche modo ricorda un classico contemporaneo come La ragazza di Bube) è l'accettazione del crimine in guerra e lo scandalo davanti allo stesso quando torna la pace. E a lettura conclusa restano aperte alcune domande, forse senza risposta. Chi è il colpevole in questa storia? Perché si condannerà a morte Prochet, carnefice e vittima nello stesso tempo di una cultura e, quasi, della Storia? Come può un uomo, retto e intelligente, rientrare nella banalità della vita di tutti, nella quotidianità degli affetti, dopo esperienze traumatiche e sconvolgenti come quelle qui descritte?


Un mattino a Irgalem di Davide Longo
187 pag., Lit. 23.000 - Edizioni Marcos y Marcos (Gli alianti)
ISBN 88-7168-322-6




Le prime righe



Le labbra serrate, le braccia abbandonate lungo il corpo, Pietro guardava la linea scura dell'altopiano disegnarsi oltre il finestrino come il fronte buio di un temporale.
Qualcuno al fondo del vagone cantava Violino tzigano mangiando le parole della strofa. Tutti gli altri dovevano dormire. Dall'esterno un vento caldo portava polvere e ossido.
Pietro frugò nel taschino e sentì fra le dita la consistenza fragile del tabacco. Senza togliere gli occhi dal paesaggio lavorò per raccoglierne tra l'indice e il pollice quanto bastava, poi lo portò alle narici e rimase ad annusare.
I lacci degli zaini mossi dal vento urtavano le reti portabagagli con un suono di frusta.
Passi pesanti lo distolsero dal finestrino. Un caporale dalla pelle scura, esile come uno stecco, attraversava il vagone scavalcando i soldati addormentati sul pavimento. Le braccia gli uscivano dalle maniche di camicia nodose come rami.
Sull'ultimo passo inciampò.
- Va in mona - si alzò una voce dal basso.
Le parole della canzone si spensero di netto.
Il caporale si era bloccato come un cane che punta, la cicca all'angolo della bocca.
I suoi occhi si mossero lenti sulle facce dei soldati che aspettavano e trovarono quelli di Pietro. Erano partiti da due giorni e sulle guance aveva già un sughero bruciato.
Sorrise.
- Glielo dica lei tenente. È meglio che se le tengono. Ne avranno da bestemmiare!
Pietro non diede risposta nemmeno con il capo. Solo strinse un po' gli occhi.
Allora il caporale spalancò le labbra sui denti piccoli da cane e fece di sì, che s'erano intesi, poi si liberò dalle gambe dei soldati, aprì lo sportello e si mise a urinare fuori dal treno.
Tutti richiusero gli occhi abbandonandosi al caldo e al dondolio delle rotaie.
Pietro finì di riempire la cartina, le diede forma con due giri secchi e accese.
Attraverso il fumo la piana arida che li separava dall'altopiano si colorò di azzurro.
Da quando avevano lasciato Massaua non avevano incrociato anima viva. Il treno nel mezzogiorno era sfilato accanto a poche capanne abbandonate, ma anche a distanza nessuna figura d'uomo. Solo una pila di pietre piatte messe una sopra l'altra per ragioni che mai avrebbe saputo.

© 2001, Marcos y Marcos editore


L'autore
Davide Longo è nato a Carmagnola mel 1971. Questo è il suo romanzo d'esordio.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




1 giugno 2001