Tahar Ben Jelloun
Il libro del buio

"Ero diventato molto sensibile al movimento dell'aria, quell'aria che ci faceva sopravvivere, che passando di lì ci portava le notizie del mondo e se ne andava via carica dei nostri silenzi, della nostra stanchezza, degli odori di uomini impastati nell'umidità fetida di un'anticamera della morte in cui bisognava rimanere in piedi."

Un romanzo contro la violenza e contro la prigionia. Un grido di dolore, forte e terribile, rivolto a tutti gli uomini, al di là di ogni nazionalità, del colore della pelle, delle ideologie. Perché il dolore è un sentimento universale e perché la sofferenza di un uomo è necessariamente compresa da tutti gli altri, sebbene spesso questo venga negato di fronte a ogni evidenza.
La storia, drammatica, prende spunto da una vicenda realmente accaduta nel 1971 in Marocco. Un commando militare irrompe nella residenza estiva del re a Skhirate, ma senza riuscire a portare a termine la missione, un vero colpo di stato, di cui del resto solo alcuni avevano reale consapevolezza. Per diciotto anni i responsabili verranno rinchiusi in una prigione ferocemente restrittiva, buia, priva di ogni seppur piccolo elemento che possa far considerare dignitosa la loro esistenza. La preghiera, per alcuni, la forza fisica per altri, la menzogna o la vigliaccheria per altri ancora: ognuno trova in sé la voglia di continuare a vivere, al di là di tutte le umiliazioni, le violenze, le ingiurie subite. E per Salim, la voce narrante, oltre alla fede in un Dio più grande e più giusto, il coraggio arriva dalla capacità di raccontare storie ai compagni, di superare quei confini fisici claustrofobici librandosi fuori da ogni gabbia e trasportando con sé gli altri in magici momenti di libertà regalati dalla fantasia.
Un pensiero che Ben Jelloun esprime attraverso la voce del protagonista e che riconduce a una sensazione drammatica, spesso riferita anche da coloro che hanno subito l'alienazione dell'isolamento, della prigionia dura, del campo di lavoro, o di quello di sterminio: "ricordare significa morire. Mi ci è voluto del tempo prima di capire che il ricordo era il nemico". Dimenticare ogni affetto, ogni identità precedente, ogni figura importante della propria vita. Salim è morto e rinato il giorno in cui è stato arrestato e della sua "vita precedente" rimane una sensazione strana di "altro da sé". Esistere solo in funzione della pura sopravvivenza è l'unico modo per non soccombere. Un grido di dolore universale accomuna l'arabo Ben Jelloun e l'ebreo Primo Levi: "se questo è un uomo". E non c'è altro da aggiungere.


Il libro del buio di Tahar Ben Jelloun
Titolo originale: Cette aveuglante absence de lumière

Traduzione di: Yasmina Melaouah
208 pag., Lit. 30.000 - Edizioni Einaudi
ISBN 88-06-15688-8




Le prime righe

Capitolo primo


A lungo ho cercato la pietra nera che purifica l'anima dalla morte. Quando dico a lungo, penso a un pozzo senza fondo, a un tunnel scavato con le dita, con i denti, nella tenace speranza d'intravedere, anche solo per un minuto, per un lungo eterno minuto, un raggio di luce, una scintilla che mi si imprimerebbe nell'occhio, che le mie viscere custodirebbero, protetta come un segreto. Sarebbe qui, vivrebbe nel mio petto e nutrirebbe l'infinito delle mie notti, qui, in questa tomba, dentro la terra umida, nell'odore dell'uomo svuotato della propria umanità a colpi di vanga che gli strappano la pelle, gli tolgono lo sguardo, la voce e la ragione.
Ma che fare della ragione, qui dove ci hanno sotterrati, intendo dire messi sotto terra, lasciandoci un buco per respirare, per vivere abbastanza a lungo, tutte le notti necessarie per espiare la colpa, dando alla morte una lentezza sottile; la morte doveva prendersela comoda, prendere tutto il tempo degli uomini, quelli che noi non eravamo più, e quelli che ci ricordavano ancora, e quelli che ci avevano completamente dimenticati. Ah, la lentezza! il principale nemico, quello che avvolgeva la nostra pelle martoriata, lasciando molto tempo alla ferita aperta prima che cominciasse a cicatrizzarsi; la lentezza che ci faceva battere il cuore al ritmo quieto di una piccola morte, come se dovessimo spegnerci, una candela accesa lontano da noi che si consumava con la dolcezza della felicità. Pensavo spesso a quella candela, fatta non di cera ma di una materia sconosciuta che dà l'illusione della fiamma eterna, emblema della nostra sopravvivenza. Pensavo anche a una classidra gigante, in cui ogni granello di sabbia era un granello della nostra pelle, una goccia del nostro sangue, un pugno di ossigeno che perdevamo via via che il tempo scendeva verso l'abisso in cui eravamo.
Ma dove eravamo? Eravamo arrivati lì senza il nostro sguardo. Era notte? Forse. La notte sarà la nostra compagna, il nostro territorio, il nostro mondo e il nostro cimitero. Fu la prima informazione che ricevetti. La mia sopravvivenza, le mie torture, la mia agonia erano scritte sul velo della notte. Lo capii subito. Come se l'avessi sempre saputo. La notte, ah! la mia coperta di polvere gelata, la mia distesa di alberi neri che un vento gelido scuoteva solo per farmi male alle gambe, alle dita schiacciate dal calcio di una pistola mitragliatrice.

© 2001, Giulio Einaudi editore


L'autore
Tahar Ben Jelloun è nato in Marocco nel 1944. Ha scritto Lo specchio delle falene e L'Albergo dei Poveri.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




18 maggio 2001