Lidia Ravera
Un lungo inverno fiorito
e altre storie

"Si sforzava di essere allegra. Ma non era sicura dei risultati. Mettere i sorrisi prima della contentezza, le parole prima del loro significato, le carezze prima dell'amore."

I tre lunghi racconti che compongono questo ultimo libro di Lidia Ravera, hanno, nelle diverse figure femminili che ne sono protagoniste, alcuni elementi di saldatura: non certo perché queste si somiglino tra loro (essendo, nell'ordine, una bambina, una donna matura e una quarantenne), ma per lo sguardo che l'autrice poggia su tutte e tre.
Polly Anna è la bambina protagonista di Per funghi ed è figlia di una coppia "reduce" dal Sessantotto. Per antica abitudine i genitori ospitano nei fine settimana gli amici nella casa di campagna e, per altrettanto antica abitudine, i dialoghi e i comportamenti di tutti corrispondono al cliché di una generazione. Amore per la trasgressione, gusto nel sottoporre ad esame gesti e istinti, giustificazione culturale di atti banalmente immorali, piacere nell'ascoltarsi parlare e nell'uso delle parole meno scontate: questi sono i limiti, o meglio le caratteristiche, di una generazione che porta su di sé, indelebili, le tracce di un'epoca, di un momento storico-culturale. Spettatrice attenta di tutto ciò è Polly Anna, osservata dagli adulti nei gesti e nelle frasi, piccolo prodigio di ricchezza lessicale, grande modello di discrezione e maturità.
La protagonista del secondo racconto, che dà il titolo alla raccolta, è Giulia, una donna matura e bella che, alla morte del marito da cui era separata da tempo, vive per alcuni giorni con il figlio Giorgio arrivato in Italia dagli Stati Uniti per assistere al funerale del padre. Anche in questo racconto la donna ha attraversato, in giovinezza, un periodo della storia italiana in cui la battaglia politica era al centro delle singole vite private. Il marito era stato uno degli uomini di punta del Pci, ma negli ultimi anni figure nuove e più giovani lo avevano "oscurato". Nel momento coreografico del funerale però gesti di riconoscenza e di stima riconoscono allo scomparso il merito di aver interpretato valori importanti per la sinistra.
Giulia ha, negli anni della separazione, assaggiato la libertà e la solitudine, ma nel lutto avverte che è solo da quel momento che la sua vita è totalmente nelle sue mani.
Anche la vicenda del figlio è ben delineata: una moglie americana, due figli, una buona professione, ma in fondo a sé una scontentezza, un'incompletezza che alcuni nomi, pronunciati con un certo pudore dalla madre, di persone a lui legate in adolescenza, sollecitano. Prima di tutto Emma. Era stato l'amore, e ancora oggi, nel rivederla, Giorgio ne è turbato, eppure fugge, torna alla tranquillità senza passioni, rifiuta lo sconvolgimento di una vita ordinata. Il finale del racconto è rapido e incalzante, e l'aeroporto è il luogo più adatto e simbolico in cui collocare il tema del viaggio come simbolo di cambiamento interiore.
Il terzo racconto è quasi un diario: una coppia con un figlio adolescente compie un viaggio a San Francisco; il gusto della trasgressione non ha abbandonato la donna che ha un passato hippy e che proprio negli Stati Uniti aveva vissuto momenti di giocosa autonomia. Oggi non sembra molto cambiata, forse però c'è più esteriorità nel suo agire, prevale insomma un certo gusto per lo spettacolo più che un autentico bisogno di libertà. Le figure dell'uomo e del figlio sembrano un po' in ombra, quasi fosse lei a guidare le scelte, o per lo meno l'occhio dell'autrice riconosce meglio nella figura femminile comportamenti e atteggiamenti tipici di una generazione e di una tipologia sociale. Un matrimonio a Reno conclude la storia: costa poco, si fa in fretta, si scioglie altrettanto velocemente, insomma è proprio il massimo per essere anticonvenzionali.


Un lungo inverno fiorito e altre storie di Lidia Ravera
168 pag., Lit. 22.000 - Edizioni La Tartaruga (Narrativa)
ISBN 88-7738-337-2




Le prime righe

PER FUNGHI

"Gli specchi dovrebbero riflettere un mo-
mentino, prima di riflettere le immagini."

(Jean Cocteau)


Le amiche ridevano, dondolandosi un poco in avanti. Ethel rollava una canna, come le piaceva dire, fiera delle sue scorribande nel linguaggio della loro giovinezza. Dopo il tè, che non si decideva a freddarsi, avrebbero tutte fumato. Fumando, con quel gesto di comunione fra laici che le univa come quattro ragazze, il discorso sarebbe tornato su Polly Anna. Quella volta che aveva detto "Psicosomatico" e quella volta che aveva detto di essersi "depressa il cuore".
"Sei anni, vi giuro, aveva sei anni!"
Polly Anna era una bambina eccezionale, eccezionalmente anormale, e questo la rendeva sopportabile, spesso addirittura gradita non solo a Ethel, che era sua madre, ma anche a Gigia, Roberta e Cristina, che erano sempre state troppo giovani o troppo vecchie, troppo impegnate o troppo preveggenti, per avere bambini. Polly Anna, si poteva portarla in week-end, al cinema, a cena al ristorante, alle feste. Il suo parco parole era adeguato, i suoi silenzi privi di rancore. Si addormentava a ridosso della mezzanotte, su qualsiasi sedia o poltrona e, come diceva suo padre non senza una nota di trionfo, non aveva mai esercitato l'arte infantile del capriccio. Relegava signorilmente qualsiasi tentazione stizzosa a un angolo delle labbra, il sinistro. Oppure stringeva gli occhi, riducendoli a due fessurette offese. Indizi, comunque, mai veri e propri scoppi.
Paragonata ai pochi altri figli delle altre coppie di amici, usciva vittoriosa.
Aveva otto anni e indossava invariabilmente tute da ginnastica di vari colori, ostentando un sovrano disinteresse per le questioni di abbigliamento.
"Non è un tipo maledettamente femminesco, come la figlia di Lisa e Franco", disse Cristina, raccogliendo da terra un paio di Superga blu numero trentaquattro.
Ethel versò latte nel tè da una scatola di cartone.
"Perché Lisa è una criptofemmina, se non ci fosse stato il femminismo avrebbe fatto la sciantosa, invece che la ricercatrice contro il cancro", disse Gigia.
"Se non ci fosse stato il femminismo avrei fatto la sciantosa anch'io", disse Ethel.
"Be', in un certo senso... tu fai la sciantosa", disse Gigia.
L'allusione era al fatto d'aver sposato un uomo ricco, naturalmente. Ethel fu la prima a ridere.
"In un certo senso..."
Se non avessi mantenuto quell'incarico idiota all'università, pensò, mi starebbero già facendo a pezzi, le amiche.

© 2001, Frassinelli Edizioni


L'autrice
Lidia Ravera è nata a Torino. Ha scritto: Porci con le ali, Nessuno al suo posto, Compiti delle vacanze, Maledetta gioventù, Né giovani, né vecchi.
L'intervista all'autrice.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




11 maggio 2001