David Malouf
Una vita immaginaria

"Sono nato tra due epoche, il millennio degli antichi dei, che rabbrividisce verso la fine, e una nuova era che arriverà alla sua crisi in un qualche punto così lontano nel futuro che posso immaginarlo appena e dove tu, lettore, siedi in una stanza illuminata il cui arredamento mi è ignoto, o nella luce tarda di un giardino di cui non conosco i fiori, traducendo questa lettera - con quale difficoltà? - nella tua lingua."

Questo romanzo è stato scritto da Malouf nel 1978, ma solo ora viene proposto al pubblico italiano che può accostarsi all'autore anglo-libanese attraverso un testo dalle tematiche complesse e passibile di una doppia lettura. Prima di tutto la storia: Ovidio, mandato in esilio in una terra selvaggia dall'imperatore Augusto perché colpevole di oscenità (ma in realtà perché aveva messo in luce la corruzione e il degrado morale che si annidava anche all'interno della famiglia dell'imperatore) vive con sofferenza la segregazione e la mancanza di ogni tipo di sollecitazione culturale e ludica. Dentro questa angoscia incalzante il ricordo di Roma si fa sempre più doloroso: là c'è la vita e la bellezza, una lingua che gli ha permesso di comporre versi splendidi, una società che gli ha dato ricchezza e piaceri; qui tutto sembra chiuso in una primitiva rozzezza, viene usato un linguaggio duro e arcaico, la popolazione è succube di superstizioni e sospettosa. Solo un vecchio (è quasi coetaneo dell'autore, ma a lui sembra molto più anziano) riesce ad instaurare col poeta un rapporto d'amicizia. Un giorno però si verifica un incontro che cambierà la vita di Ovidio. Un ragazzo (anzi "il Ragazzo") selvaggio viene avvistato e catturato. Il suo comportamento è quello di un animale, non sa parlare, i suoi movimenti e il terrore che dimostra sono quelli di una belva catturata e chiusa in gabbia. Ma il grande e raffinato poeta latino decide di investire, su quella creatura temuta da tutto il villaggio, ogni energia per far emergere la vera anima del bambino che la vita animalesca aveva cancellato. Davvero coinvolgenti le pagine dedicate all'educazione e alla umanizzazione del Ragazzo, intense le emozioni che suscitano i turbamenti e le riflessioni sul comportamento di quella creatura. E proprio in questo il romanzo può aprirsi a una seconda lettura: in noi, sotto l'educazione e le remore dateci dalla civiltà, esiste un'anima selvaggia, un Ragazzo indomito che talvolta emerge e che dobbiamo proteggere, salvare dalla civilizzazione, osservare e amare. Questa è stata la scoperta di Ovidio nel suo doloroso esilio e dalla nuova consapevolezza è derivata l'esigenza di salvaguardare la ricomposizione del proprio io contro chiunque la insidiasse. La fuga del poeta, che chiude il romanzo, è la ricerca di una autentica libertà per sé e per il giovane compagno, minacciato dalla paura degli uomini, dai preconcetti e dalle superstizioni.


Una vita immaginaria di David Malouf
Titolo originale: An Imaginary Life

Traduzione di: Sabrina Pirri e Raffaele Gianetti
177 pag., Lit. 26.000 - Edizione Frassinelli
ISBN 88-7684-646-8




Le prime righe


Non saprei dire quando ho visto il ragazzo per la prima volta. Rivedo me stesso - forse a tre o quattro anni - che gioco sotto gli olivi al confine della nostra masseria, a portata di voce del capraio, e sto parlando al ragazzo. Se fosse la prima volta o no, non posso più dirlo, a distanza. Il capraio sonnecchia contro un tronco di olivo, con la testa abbandonata all'indietro, che mostra il profilo scuro della mandibola, le linee del suo collo rugoso, l'oscurità della sua bocca spalancata. Api ronzano tra l'erba. L'aria risplende. Dev'essere la fine dell'estate. Tra l'erba, ci sono dei papaveri spampanati dal vento. Un capro nero rampa sulle zampe posteriori per brucare da una vite.
Il ragazzo è là. Io ho tre o quattro anni. È la fine dell'estate. È primavera. Ho sei anni. Ne ho otto. Il ragazzo ha sempre la stessa età. Ci parliamo, ma in una lingua tutta nostra. Mio fratello, che ha un anno più di me, non lo vede, nemmeno quando ci sfiora.
È un ragazzo selvaggio.
Ho sentito i caprai che parlavano di un ragazzo selvaggio, che fosse questo oppure un altro non so dire. Naturalmente, non ammetto, con loro o con nessun altro, che io lo conosco. Il ragazzo selvaggio, di cui loro parlano, vive tra i lupi, nei burroni verso oriente, oltre i campi coltivati e le masserie della nostra valle irrigua.
E là ci sono davvero i lupi. Ho sentito storie di come assalgano i pascoli più lontani, e una volta credo di averne sentito uno ululare nella neve. A meno che non fosse il ragazzo. E ho visto una testa di lupo, che uno dei cacciatori si era portato a casa per appenderla come spauracchio nel suo campo. Era grigia, e non sembrava feroce più di tanto, nonostante l'arricciarsi della pelle sopra le zanne. Pensai al ragazzo, e a come i lupi debbano avere qualcosa di gentile nella loro natura, che li avvicina alla nostra specie. Altrimenti, come farebbe un bambino a vivere con loro? Ma era feroce il modo in cui gli avevano staccato la testa a colpi d'ascia, con filamenti di sangue nero che gli uscivano dal collo e il pelo sulla gola tutto lordo di sangue.
Più tardi sentii, sempre dai caprai, credo, che in verità vi è una parte della nostra natura che dividiamo con i lupi, e qualcosa della loro che è in noi, poiché vi sono uomini che in certe fasi della luna possono trasformarsi in lupi.


© 2001, Frassinelli Edizioni


L'autore
David Malouf è di origine anglo-libanese ma è nato in Australia. Vincitore di diversi premi, tra cui l'IMPAC Dublin Literary Award, ha scritto Ritorno a Babilonia, Conversazioni a Curlow Creek e Nel mondo grande.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




11 maggio 2001