La biografia


Bulbul Sharma
Banana-flower

"C'erano più donne in questa storia. Una veniva stuprata da un dio... non ricordo le storie bene come te, mamma. Non ricordo niente del passato. La mia mente è libera e sarei pronta a morire, se non fossi curiosa di vedere come va a finire con Pia."


È antica e moderna nello stesso tempo l'India proposta da Bulbul Sharma in Banana-flower: Antica nelle tradizioni e nella mentalità, moderna nella realtà del forte fenomeno migratorio e per la presenza di nuove tecnologie che aprono ai più giovani vantaggiose prospettive di vita. Ma ciò che di certo rimane maggiormente impresso al lettore è il magico intreccio di presente, passato e futuro che interloquiscono e muovono le fila degli eventi attraverso figure femminili legate tra loro da legami familiari e affettivi.
Al letto di morte della centenaria Monimala, ormai in coma da tempo, accorrono varie donne sue discendenti, figlia, nipote, pronipote e, anche se solo realtà in embrione, la piccolissima di casa, invisibile, ma attivissima nel commentare ciò che accade fuori dal grembo protettivo di Pia, sua futura mamma e pronipote di Monimala.
Pia è nata e vissuta negli Stati Uniti dove era emigrato il padre, figlio di Neelima e nipote della centenaria. Il ritorno in India è più una fuga dalla difficile situazione in cui la ragazza si era cacciata, che un vero desiderio di accorrere al capezzale della moribonda bisnonna, quasi sconosciuta visto che la sua famiglia non aveva fatto ritorno nel paese d'origine che una sola volta e in tempi lontani. Piuttosto confusa nei sentimenti, e facile agli innamoramenti improvvisi, Pia era rimasta incinta di un ragazzo di colore, ma non aveva rivelato a nessuno il suo segreto (un certo razzismo nei confronti dei neri è evidente da parte degli indiani) e così era stata ben contenta di sostituire il padre in quel viaggio sollecitato dalla famiglia d'origine, ma molto avversato dalla madre ormai totalmente americanizzata. Il soggiorno indiano la vede immediatamente ammaliata dal giovane maestro di yoga della nonna, piuttosto restia invece ad accogliere il corteggiamento dell'informatico, un po' yuppie, amico di famiglia, e ben visto come futuro padre dalla piccola nascosta nel suo grembo.
Al letto di Monimala sono accorse anche altre donne, ormai da tempo scomparse, lo spirito di Shamili, la madre, ad esempio che tra un sonno e l'altro (la sua pigrizia è davvero proverbiale) racconta bellissime storie che rendono straordinaria e piena di magia tutta la vicenda. Proprio nella religione e nella filosofia indiana, con la fede nella reincarnazione delle anime, trovano spazio e legittimità questi dialoghi tra le viarie dimensioni dell'esistenza, cioè tra chi è morto da tempo, chi sembra ormai sulle soglie dell'aldilà, chi vive e chi è solo potenzialmente un essere umano. Non c'è per il lettore, anche per quello occidentale lontano dalla spiritualità indiana, una sensazione di forzatura e di irrealtà: tutto sembra naturale e logico, anche le storie fantasiose entrano, simbolicamente, a fornire qualche spiegazione in più sulla vita e sulla morte, sull'amore e sulla felicità. Insomma un romanzo positivo e divertente che mette in contatto culture e tradizioni lontane e che offre la possibilità di applicare un diverso sguardo alla realtà quotidiana sotto la quale si nasconde spesso molta più magia di quanto siamo in grado di cogliere così immersi in una razionalità, troppo spesso, solo fittizia.


Banana-flower di Bulbul Sharma
Titolo originale: Banana-Flower Drems

Traduttore: Claudia Tarolo
317 pag., Lit. 27.000 - Edizioni Marcos y Marcos (Gli Alianti)
ISBN 88-7168-316-1

Di Grazia Casagrande



le prime pagine
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1

Ho compiuto cent'anni, e nessuno in questa stanza lo sa. Seduti intorno al mio letto, fissano il campionario di ampolle e tubicini sospesi su di me. Di tanto in tanto sospirano, si agitano sui sedili di plastica dura, aspettano che io muoia. Ci sono anche Mejo e Sejo, sembrano due avvoltoi bianchi, si appendono alle pale del ventilatore, scivolano lungo le vetrate. I loro sari bianchi ondeggiano sul letto, il respiratore che mi tiene in vita trema quando si avvicinano troppo. A volte saltellano sui cavi, e tutti nella stanza guardano il mio viso speranzoso.
Sono in coma da quarantotto ore e i due rami del parentado già non vedono l'ora che tolga il disturbo. Non si può morire in pace. Farò con comodo, che aspettino. Mi piace stare qui, circondata dalla mia famiglia di questo e dell'altro mondo. C'è anche mia madre, ma odia il sole, durante il giorno si rifugia nell'armadio. Neelima, mia figlia, viene di pomeriggio, qualcuno deve pur lottare con le domestiche pigre, preferibilmente qualcuno in carne e ossa. Nella stanza ci sono solo donne quasi tutto il tempo, con l'eccezione del medico, che si affaccia per una breve visita, mi solleva le palpebre e le riabbassa subito, come se non gli piacesse guardarmi negli occhi. Questa mattina è apparso mio padre, ma solo per pochi istanti. Sempre che fosse mio padre - altrimenti perché sarebbe venuto al mio capezzale - a meno che non fosse semplicemente un fanatico di obitori e cremazioni.
Dovrà aspettare anche lui.
L'ultima volta che ho visto mio padre avevo dieci anni. È scomparso nel 1909, mi pare, durante un'epidemia. Mejo e Sejo non l'hanno mai amato, anche adesso, quando compare, gli saltano agli occhi. Mia madre riemerge quando fa buio, si siede sul letto. Quando non riesco a dormire mi racconta una storia. "Sei in coma e non riesci a dormire! Sei sempre stata così difficile, Monimala" commenta ridendo. Mia madre - il suo nome è Shamilidevi, ma nemmeno lei lo ricorda - ride molto, persino quando è sola. "Mangiare, dormire, partorire e ora morire - non riesci a fare nulla senza creare trambusto. Per non parlare di quello che hai combinato quando sei nata. Non lo dimenticherò mai".
"Non era il 1899?" domando, ansiosa di ricordarle che ho cent'anni.
"Chi può dirlo? I conti non sono mai stati il mio forte. Ricordo soltanto che le piogge sono arrivate presto, quell'anno" risponde, accarezzandomi la testa. Le sue mani sanno di sapone al gelsomino, rubato nella borsa di mia figlia.
Le piogge sono arrivate presto, e il fiume, colto alla sprovvista, si è affrettato ad alzarsi, trascinando le rive fangose sulle marcite. Le gallinelle annidate tra le canne si agitavano freneticamente, tentando di mettere in salvo i piccoli, gli uccelli delle risaie restavano immobili, immersi nel fango, a lamentarsi dell'acqua. Shamili guardava la pioggia cadere sui banani, pensava che presto sarebbero sbocciati i fiori.
"Mangia fiori di banano cotti nel latte e avrai un maschio" le aveva detto la madre. L'anno precedente aveva mangiato curry di fiore di banano ogni giorno, aprendo la buccia con le mani all'alba, quando tutti gli altri dormivano ancora. Li portava a Khendi, insieme pulivano le bucce dai piccoli millepiedi verdi, schiacciandoli con le dita. Poi Khendi tagliava i fiori gialli a pezzetti, li bolliva nel latte e li friggeva con lo zenzero. Cominciò a odiare la sola vista dei fiori di banano. Se li sognava di notte, giganteschi coni gialli e rossi che le opprimevano il petto, ma continuava a mangiarli. Il neonato - una bambina - morì poche ore dopo la nascita, nemmeno il tempo di darle un goccio di latte. I suoi seni di tredicenne, duri come ciottoli fino a quel momento, si trasformarono in sacche gonfie e dolenti, il latte gocciolava tutto il giorno, le inzuppava il corpetto, creando aloni bianchi sotto le ascelle.
"Che spreco, che spreco!" strillavano Mejo e Sejo, quei bianchi avvoltoi. Non l'avevano mai amata, fin dal giorno del suo arrivo. Shamilidevi, sposa di dieci anni, con la sua dote magnifica, e un anello d'oro massiccio appeso al naso come un moccichino lucente. Erano già irritate perché suo padre, liquidandole come lontane parenti, non aveva mandato sari abbastanza preziosi. Poi Shamili ci aveva messo del suo, inciampando nella brocca del latte. Come ogni sposa novella, avrebbe dovuto versare delicatamente il latte sollevando la brocca con le dita dei piedi, invece piazzò un tiro da calciatore, spruzzando il latte addosso a Mejo e Sejo. Che finimondo. Le due vecchie - erano vecchie già nel 1896 - sibilarono maledizioni, afferrarono gli orli dei sari, inzuppati di latte, e se andarono sbuffando. Dal giorno del latte rovesciato Shamili seppe con certezza che le sarebbero state nemiche fino alla morte, e si tenne alla larga dalle loro stanze. Di tanto in tanto Khendi andava a spiare, raccoglieva indizi che sarebbero potuti tornare utili, nello stato di costante guerriglia che dominava fra quelle mura.


© 2001, Marcos y Marcos

biografia dell'autore
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Bulbul Sharma vive a Delhi. Collabora al quotidiano "The Asian Age". Ha pubblicato tre raccolta di racconti, My Sainted Aunts, The Perfect Woman, Anger of Aubergines e un libro per bambini sugli uccelli indiani. Ha fondato Help Art, centro ricreativo per bambini poveri.




4 maggio 2001