Maria Zambrano
La tomba di Antigone
Diotima di Mantinea

"Tutta, tutta la storia è fatta col sangue, tutta la storia è di sangue, e le lacrime non si vedono. Il pianto è come l'acqua, lava e non lascia tracce. E il tempo, conta forse qualcosa? Non sto forse io qui senza più tempo, e quasi senza sangue, eppure in virtù di una storia, irretita in una storia?"

La figura di Antigone è stata ripresa da numerosi scrittori che della tragedia di Sofocle hanno approfondito, ognuno con diversa angolatura, un tema, un elemento, un passaggio: la fanciulla che per obbedire ad una giustizia superiore affronta il divieto del tiranno, lo viola e per questo delitto va incontro alla morte è da sempre simbolo di una libertà che travalica le leggi umane, è l'emblema della coscienza che non può subordinarsi a nessun ordine terreno, è il senso di responsabilità personale che non può essere delegato a un nessun potere. Alfieri ne ha tratto un'immagine titanica di individualità irriducibile, Bauchau, più recentemente ne ha fatto una figura di pace e d'amore, più travagliata e problematica l'Antigone tratteggiata da Anouilh, del tutto originale questa che la Zambrano, con la profondità della sua riflessione filosofica e la leggerezza della parola poetica, ci propone. Ma il libro è anche una riflessione sulla storia, sulla violenza che la produce e su ciò che può significare vivere o morire. Il testo si apre sul momento che segue l'inesorabile condanna inferta alla vergine dal tiranno Creonte e porta una "correzione" alla tradizione sofoclea che voleva Antigone morta suicida dopo essere stata murata viva. Tale scelta sarebbe stata in contraddizione non solo con la figura della fanciulla e con tutta la sua esistenza, ma anche con la funzione simbolica svolta dalla vicenda: "l'azione del sacrificio, dunque, deve compiersi nei tre mondi: sulla terra [...], negli abissi [...], nei cieli [...]". E ancora: "È a causa di tutto ciò che ella non poteva darsi la morte, e nemmeno morire come i comuni mortali. Nessuna vittima sacrificale muore con tanta semplicità. Vita e morte sono chiamate a vivere, unite, nel suo andar oltre". E sarà infatti nell'aldilà che la Zambrano ci fa ritrovare Antigone, fanciulla vagante senza più patria, dibattuta tra diverse tensioni che si andranno esprimendo nei dialoghi che avrà con i vari personaggi che via via incontrerà nell'Oltretomba. E sarà lei, la vergine, a riscattare i peccati del padre, dell'intera stirpe, della sua stessa "natura di colpa". Di fronte a lei, anzi contro di lei, il potere e le sue leggi: leggi contingenti, storicamente sottoposte all'autorità vigente e sostanzialmente antagoniste ad alcune norme che la coscienza detta, eterne queste e immutabili.
Antigone, entrando nella tomba viva è come se affrontasse una seconda nascita in quanto quello che compie è un "passaggio" e la tomba è custode di un'ultima esperienza assoluta: "un sacrificio vivificante, come tutti i veri sacrifici".
E proprio grazie alla parola poetica la Zambrano saprà dare al lettore tutta l'intensità del sacrificio virginale, la sua funzione creatrice e universale come nascita della coscienza individuale. Così la scrittura immaginifica della filosofa spagnola mostra come il mito abbia saputo anticipare l'elaborazione dei pensatori che, nei secoli, hanno visto il sorgere della coscienza negli uomini e le contraddizioni tra questa e il soggetto, la sue ombre, gli abissi oscuri dell'anima.


La tomba di Antigone. Diotima di Mantinea di Maria Zambrano
Titolo originale: La tumba de Antìgona e Diotima de Mantinea

Traduzione e introduzione di Carlo Ferrucci
Saggio di Rosella Prezzo
153 pag., Lit. 20.000 - Edizioni La Tartaruga (Saggistica)
ISBN 88-7738-335-6




Le prime righe

PROLOGO

Antigone, in verità, non si suicidò nella sua tomba, come Sofocle, incorrendo in un inevitabile errore, ci racconta. E come poteva, Antigone, darsi la morte, lei che non aveva mai disposto della sua vita? Non ebbe nemmeno il tempo di accorgersi di se stessa. Destata dal suo sonno di bambina dalla colpa di suo padre e dal suicidio di sua madre, dall'anomalia della sua origine, dall'esilio; costretta a servire da guida al padre cieco, remendicante, innocente-colpevole, le toccò entrare nella pienezza della coscienza. Il conflitto tragico la trovò vergine e la prese interamente per sé; ella crebbe dentro di esso come una larva nel suo bozzolo. Senza di lei, la tragica vicenda della sua famiglia e della città non avrebbe potuto avere un seguito, e ancor meno emettere il suo senso.
Il conflitto tragico, infatti, non arriverebbe a essere tale, a iscriversi nella categoria della tragedia, se non consistesse che in una distruzione; se dalla distruzione non discendesse qualcosa che la oltrepassa, che la riscatta. Se così non fosse, la Tragedia non sarebbe altro che il resoconto di una catastrofe o di una catena di catastrofi, esemplificante tutt'al più la rovina di un aspetto della condizione umana, o di questa tutta intera. Un resoconto che non avrebbe raggiunto esistenza poetica se non come interminabile pianto, lamentazione senza fine né finalità, se non eventualmente quella di sfociare nell'Elegia - che è già un'altra categoria poetica.
Di tutti i protagonisti della tragedia greca, la ragazza Antigone è quello in cui la trascendenza propria del genere si mostra con maggiore purezza ed evidenza. In compenso, però, ella ebbe bisogno del tempo - quello che le fu dato e altro ancora. E anche il tempo ricadde su di lei: il tempo necessario al trasformarsi di Edipo, da autore di un duplice delitto "sacro", in "farmacos" che libera e purifica.
E il processo distruttore, intanto, continuava, avido, a divorare. Con la guerra civile e, dopo che il loro padre li aveva maledetti, con la paradigmatica morte uno per mano dell'altro dei due fratelli - simbolo forse un po' ingenuo ma sempre valido di ogni guerra civile -; infine, col tiranno che crede di sigillare la ferita moltiplicandola con l'obbrobrio e la morte. Il tiranno che si crede signore della morte e che soltanto nel darla si sente esistere.


© 2001, La Tartaruga edizioni


L'autrice
Maria Zambrano è nata a Vélez-Malaga nel 1904. Fu allieva di Ortega y Gasset, nel 1988 le fu conferito il Premio Cervantes. È morta a Madrid nel 1991. Della sua vastissima produzione segnaliamo Chiari del bosco, I beati, Le confessioni come genere letterario.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




27 aprile 2001