Giuseppe O. Longo
Homo technologicus

"La scelta, per ragioni di comodità, di un punto di vista particolare non corrisponde a una sua preminenza assoluta: non esiste più un centro, cioè un luogo alto e privilegiato da cui esaminare la realtà per elaborarne una sintesi ricompositiva. Esistono tanti possibili centri, relativi ai mutevoli interessi, alle capacità e alla storia dei singoli osservatori."

Considerando la peculiarità di questo autore, (teorico dell'informazione, scrittore di romanzi e saggista) non ci si poteva aspettare un testo che non fosse altrettanto particolare. Infatti qual è la più corretta definizione di questo recente Homo technologicus? È un saggio? Ma allora come si spiegano tanti racconti, tante pagine di narrativa? È un romanzo? Eppure più di metà volume è occupato da testi di forte rigore scientifico o dal un dibattito filosofico sul rapporto tra tecnologia e vita umana. Si potrebbe definire un "ipertesto cartaceo" in cui una parte (quella di fiction) rappresenta una specie di link a un saggio o viceversa. Forse questa definizione può non soddisfare l'autore, ma in realtà chiunque abbia compiuto delle ricerche o degli studi ha, da secoli, costruito nella sua mente rimandi, rinvii ad altri testi, collegamenti con notizie e informazioni prese da varie fonti o dal proprio patrimonio culturale: quindi uno speciale ipertesto.
Il volume è suddiviso in tre parti: "Tecnologia, evoluzione, flessibilità": in cui si presenta l'impresa tecnologica, le sue caratteristiche e i suoi prodotti; "Macchine della mente": capitolo dedicato all'intelligenza artificiale nel contesto del tentativo della scienza occidentale di costruire il mondo per via razionale; e infine "L'uomo nella rete": dedicato a internet, fenomeno nei cui confronti non siamo ancora riusciti a prendere le distanze giuste per darne una interpretazione corretta. Dietro ai tre capitoli c'è la volontà e la speranza di "andare oltre la razionalità, ma senza rinnegarla". L'ultima parte del volume, "Ultime riflessioni", mette insieme ricordi, emozioni, slanci, per restituire al lettore e all'autore stesso, "la pienezza della vita".
Questa è la struttura sostanziale, ma vi si inseriscono, fin dalle prime pagine, racconti, stralci narrativi, spesso testi di fantascienza, proprio perché nell'ambiguità della letteratura si possono ritrovare verità o premonizioni degne di riflessioni approfondite. E non è un caso che Longo spesso parta da qui per elaborare il suo pensiero sull'homo technologicus, sia che venga fantascientificamente descritto munito di protesi facenti funzione di telefoni cellulari o in relazione con esseri geneticamente modificati, robot a somiglianza umana, o macchine dalla psicologia complessa.
Mai, come in questi ultimissimi anni, la tecnologia ha modificato il nostro vivere (e la nostra mente); mai come oggi, la filosofia della scienza ha considerato la verità scientifica assoluta come una risibile utopia. Piuttosto è stato rivalutato tutto ciò che, come l'arte, ha una potenzialità creatrice, e si progettano macchine che apprendano gradualmente, che si differenzino nella loro evoluzione che siano, in un certo senso, imperfette.


Homo technologicus di Giuseppe O. Longo
214 pag., Lit. 30.000 - Edizioni Meltemi (Mutazioni)
ISBN 88-8353-063-2




Le prime righe

Introduzione

L'uomo è il mezzo di cui un computer
si serve per fare un altro computer.

Detto antico



Il computer è ciò che rende l'uomo
più interessante del computer.

Detto moderno



Esistono molti sistemi uomo-macchina, ma
attualmente non esiste nessuna simbiosi
uomo-computer. La speranza è che, in un
futuro non troppo lontano, i cervelli umani
e i calcolatori elettronici possano accoppiarsi
in un legame molto stretto e che
l'associazione risulterà da questo legame
sia capace di pensare come nessun essere
umano ha mai pensato.

J.C.R. Licklider, 1960


Per cominciare, un racconto.

Il calcolatore biologico

Dalla Storia Galattica, vol. CXIV, Evoluzione dei calcolatori:
Dopo la conquista della Luna e l'esplorazione dei pianeti interni, si vide che le condizioni ambientali in cui i calcolatori dovevano operare con elevato affidamento erano spesso molto diverse da quelle ideali di un centro di calcolo sulla Terra o su un veicolo spaziale. I disturbi indotti dalle variazioni di temperatura, pressione e composizione chimica nei circuiti o nelle unità di memoria delle macchine non potevano più essere tollerati, specie quando l'installazione di un avamposto governato o retto da un calcolatore doveva precedere l'impianto di una base permanente o di una colonia. A causa di ciò, viste le limitazioni intrinseche dei calcolatori tradizionali, venne ripresa una vecchia idea, quella del calcolatore biologico, la cui teoria era stata sviluppata una trentina d'anni prima. Secondo questa teoria (appendice XXIII), il calcolatore doveva essere costituito da due parti, una tradizionale, inorganica, e una organica o biologica. Era la robustezza e la tolleranza di quest'ultima alle variazioni delle condizioni ambientali rispetto a quelle di progetto che permetteva alla macchina di operare dove un calcolatore tradizionale avrebbe fallito. La resistenza della componente biologica, si era provato, veniva enormemente accresciuta se essa era formata da una o più coppie di organismi simbionti. Si era infine dimostrato, anche sperimentalmente, che il massimo rendimento si raggiungeva quando uno degli organismi in simbiosi era quello di un essere umano.

© 2001, Meltemi (Mutazioni)


L'autore
Giuseppe O. Longo è ordinario di Teoria dell'informazione dell'Università di Trieste. Al rapporto tra uomo e computer ha dedicato Il nuovo golem (1998). Traduttore, divulgatore scientifico e narratore affermato, ha scritto drammi teatrali, romanzi e racconti premiati e tradotti in varie lingue.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




6 aprile 2001