Dai Sijie
Balzac e la Piccola Sarta cinese

"Nella sua gerla di bambù, una gerla qualunque, sudicia ma solida, era nascosto un libro di Balzac, Papà Goriot, il cui titolo cinese era Il vecchio Go: andava a leggerlo alla Piccola Sarta, che era ancora una montanara, bella ma incolta."

Questo romanzo ha rappresentato in Francia un vero caso editoriale: l'autore era sconosciuto, cinese, la vicenda ambientata nel periodo della Rivoluzione Culturale, eppure Balzac e la Piccola Sarta cinese svettò in cima alle classifiche di vendita, venne discusso e recensito da tutti i quotidiani, ma soprattutto incantò i lettori. In Italia non ha avuto per ora enorme risonanza, forse perché il tema trattato (cioè il carattere "rivoluzionario", le potenzialità trasformatrici della lettura) non è del tutto familiare e condiviso: gli italiani non sono un popolo di forti lettori, questo è risaputo.
La storia racconta di come durante il periodo della rieducazione, imposta dalla Rivoluzione Culturale a tutti coloro che sembrassero deviare dalla verità rivoluzionaria, due ragazzi abbiano saputo evitare le prove più dure loro imposte dalle autorità, grazie ad alcuni libri fortunosamente giunti nelle loro mani. E i due, unicamente colpevoli di essere figli di intellettuali puniti dal regime in quanto "borghesi", riusciranno a mantenere intatto il loro senso critico, a scoprire il magico mondo della letteratura, e a educare la Piccola Sarta, bellissima, ma piuttosto incolta, grazie alla lettura di un libro di Balzac. Una misteriosa valigia contenente libri occidentali vietati in Cina, rappresenta nel romanzo la "fonte della sapienza". Le parole dei capolavori della letteratura diventano quasi formule magiche, capaci di aprire, nella fantasia, mondi contrapposti alle brutture quotidianamente subite, ai parassiti che si attaccano alla pelle, all'incubo degli interventi censori e alla mancanza di ogni istituzione culturale, scuola compresa. Così la madre di uno dei protagonisti, poetessa, dichiara di continuare a comporre nella sua mente poesie che mai oserebbe non dico scrivere, ma neppure verbalizzare. E anche l'amore, la passione (sentimenti "borghesi" e condannati) si possono scoprire attraverso le pagine di Balzac per poi riconoscerli quando il bel visino della Piccola Sarta li suscita. Dai Sijie riesce a costruire una storia leggera, mai angosciante, collocandola in un contesto storicamente drammatico. Ma non è la denuncia storico politica lo scopo del libro (e in questo sta la sua originalità) quanto un omaggio alla parola letteraria e al potere dei grandi romanzi.


Balzac e la Piccola Sarta cinese di Dai Sijie
Titolo originale: Balzac et la Petite Taillause chinoise
Traduzione di: Ena Marchi
176 pag., Lit. 26.000 - Edizioni Adelphi (Fabula)
ISBN 88-459-1600-6




Le prime righe

CAPITOLO I


Il capo del villaggio, un uomo sui cinquant'anni, era seduto a gambe incrociate al centro della stanza, accanto a un focolare scavato nel terreno in cui bruciava del carbone, e stava esaminando attentamente il mio violino: l'unico oggetto, nel bagaglio dei due "ragazzi di città", quali eravamo considerati Luo e io, da cui sembrava emanare un che di estraneo, un odore di civiltà che insospettiva la gente del posto.
Un contadino accostò all'oggetto una lampada a petrolio, allo scopo di facilitarne l'identificazione. Il capo sollevò il violino in verticale e ispezionò il buco nero della cassa, come un doganiere meticoloso alla ricerca di droga. Notai tre gocce di sangue nel suo occhio sinistro, una grande e due piccole, tutte dello stesso color rosso vivo.
Tenendo il violino all'altezza del viso, lo scosse violentemente, quasi si aspettasse che dal fondo oscuro della cassa armonica cadesse qualcosa. Avevo l'impressione che da un momento all'altro le corde si sarebbero spezzate e il manico sarebbe volato in mille pezzi.
Quasi tutto il villaggio era lì, ai piedi di quella casa su palafitte sperduta in cima alla montagna. Uomini, donne e bambini si affollavano all'interno, si aggrappavano alle finestre, si spintonavano davanti alla porta. Poiché dal violino non cadeva nulla, il capo avvicinò il naso al buco nero e lo annusò vigorosamente. I grossi peli neri, lunghi e sporchi, che fuoriuscivano dalla sua narice sinistra ebbero un fremito.
Ancora nessun indizio.
A quel punto fece scorrere le dita callose sopra una corda, poi sopra un'altra... Un suono sconosciuto pietrificò la folla, inducendola a una sorta di rispetto.
"È un giocattolo" sentenziò solennemente il capo.
Luo e io rimanemmo allibiti, ci scambiammo furtivamente uno sguardo angosciato. Mi chiedevo come sarebbe finita.
Un contadino prese il "giocattolo" dalle mani del capo e sferrò un gran pugno sul dorso della cassa, dopodiché lo passò a un altro. Per un po' il violino circolò tra la folla. Nessuno si occupava di noi, i due ragazzi di città fragili, esili, stremati e ridicoli. Avendo camminato in mezzo alle montagne per tutta la giornata, avevamo i vestiti, la faccia e i capelli ricoperti di fango. Sembravamo due soldatini reazionari di un film di propaganda, catturati da un'orda di contadini comunisti dopo la sconfitta.

© 2001, Adelphi editore


L'autore
Dai Sijie è nato in Cina e vive da quindici anni a Parigi, dove ha realizzato tre lungometraggi. Con questo libro ha venduto in Francia duecentomila copie. Nell'aprile del 2001 comincerà a girare, in Cina, il film tratto dal libro.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




30 marzo 2001