Angela Vallvey
A caccia dell'ultimo uomo selvaggio

"Com'è iniziato tutto questo? Be', probabilmente con una di quelle sterzate impreviste con cui il caso pilota la vita."

Una donna "a caccia dell'ultimo uomo selvaggio"? È davvero questo tipo di uomo che desiderano le donne? E perché una ragazza si ritrova a cercare e volere un uomo così "primitivo"?
Un romanzo al femminile, scritto con semplicità, che inizia descrivendo i dialoghi fra sorelle e la vita quotidiana di una famiglia composta in prevalenza da donne (nove in totale, con una onnipresente e benestante zia Mary), dove privacy e solitudine sono una conquista: "ci sono tre camere a due letti per noi sorelle, io ho diviso la mia con Gádor finché si è sposata, e da allora posso godermi la mia intimità". Come in tutte le famiglie anche in quella di Candela (la protagonista) non mancano difficoltà e problemi, mescolati ogni giorno con una forte dose di conformismo che non vuole accettare. Le regole imposte dall'abitudine e dalla consuetudine non fanno per lei, non le vuole seguire: il matrimonio con un marito "normale" (tutti pensano che prima o poi Candela sposerà il fratello minore del suo datore di lavoro, anche vicino di casa), figli, un appartamento tradizionale... No, Candela non vuole tutto ciò, ambisce a qualcosa di diverso. Anche per questo ha cercato un lavoro che la renda indipendente economicamente, autonoma. Non è un gran lavoro e non è per nulla divertente (all'interno di un'impresa di pompe funebri), ma è un primo passo verso il libero arbitrio e l'autosufficienza, anche se metà dello stipendio finisce comunque nelle tasche della mamma (come quello delle altre sorelle che lavorano e l'intera pensione della nonna). Candela ancora non lo sa, ma quel lavoro sarà la vera svolta della sua vita. Nell'ingrato compito di sistemare il cadavere di un patriarca gitano, Joaquinico, trova una quantità notevole di diamanti. E decide di tenerli per sé, considerato anche il fatto che nessuno dei parenti del vecchio reclama nulla, sebbene abbia più volte occasione di incontrarli. Anzi, con il giovane Amado nasce addirittura una relazione. È lui l'ultimo uomo selvaggio, l'uomo ideale, o è una meteora divertente ma passeggera? Forse l'immagine dell'uomo selvaggio è un mito, un fantasma del passato che riaffiora portando nuove verità sulla sua famiglia. Comunque dall'esperienza della sua protagonista Angela Vallvey ricava una morale preziosa per tutte le donne: "non bisogna mai correre dietro agli uomini, perché sono come gli autobus della linea 70; ne perdi uno, ma dopo cinque minuti ne arriva un altro."
L'originalità della narrazione sta nella capacità dell'autrice di mescolare i vari aspetti della storia: la scoperta dei diamanti, la passione per Amado, la ricerca delle proprie radici, il rapporto intenso con la famiglia, in particolare la sorella Gádor, la zia Mary e la nonna, figure forti sia in negativo che in positivo.


A caccia dell'ultimo uomo selvaggio di Angela Vallvey
Titolo originale: A la caza del ultimo hombre salvaje

Traduzione: Michela Finassi Parolo
207 pag., Lit. 27.000 - Edizioni Feltrinelli (I Canguri)
ISBN 88-07-70133-2




Le prime righe

1.


In questo momento mi stanno cercando per tagliarmi la gola, sono sicura; là fuori c'è un piccolo esercito di pazzi scatenati, armati di siringhe caricate ad Aids, di coltelli e di cattive intenzioni, e mi danno la caccia neanche fossi l'arca perduta. Fantastico. Dovrei scegliere un posto per quando mi dovranno seppellire; o meglio, un buco dove nascondermi fino a che tutto questo non sarà finito, e invece sto qui ad ascoltare le lagne di 'sta rompiballe che dice di essere mia sorella fin da quando eravamo piccole. In realtà, forse non siamo neanche parenti acquisite. Non mi somiglia per niente.
Malgrado i miei problemi e le sue piagnucolose confessioni, la guardo con tenerezza, non posso farne a meno. Dopo tutto è la mia sorella preferita.
Rilassati, cocca, mi dico. Lascia che tutta questa energia del cavolo che ti ritrovi addosso caschi giù come la forfora, dalla testa al divano, e rimanga lì, appiccicata. Rilassati, cocca.
"Com'è strana la vita," dice mia sorella Gádor.
"Strana rispetto a cosa?" mormoro io, a mo' di risposta.
Lei rimane pensierosa, anche se con i pensieri non va molto lontano, perché quando esce dai tragitti abituali si perde sempre, e questo non è tra quelli che è abituata a percorrere.
Odio che mi parlino della vita, perché invariabilmente mi ricorda la morte; un argomento che evito -per ovvi motivi - purtroppo con scarso successo: lo affronterò in maniera definitiva soltanto alla fine di tutto, quando non potrò farne a meno. Per ora, la morte è solo un modo di guadagnarmi la vita.
Eppure Gádor mi fa riflettere fugacemente su questi argomenti pallosi, la vita e la morte, nonostante la mia naturale reticenza a prendermi tale disturbo.
Guardando il fascio di nervi che è diventata mia sorella - mia sorella incinta, disperata, disgraziata e triste - vedendola con gli occhi gonfi di lacrime, mentre si passa dolcemente la mano sul ventre con un gesto quasi inconsapevole, non posso fare a meno di pensare alla vita e alla morte. E considerando che probabilmente ho diversi gitani alle calcagne, che non vedono l'ora di strangolarmi... la riflessione diventa inevitabile.
Qualcuno una volta ha detto che i due stati, la vita e la morte, sono uguali, non si possono distinguere l'uno dall'altro. "E allora perché sei vivo, perché non ti suicidi?" gli hanno chiesto. E lui ha risposto: "Perché non ci sarebbe nessuna differenza".

© 2001, Feltrinelli editore


L'autore
Angela Vallvey è nata nel 1964, ha seguito studi di filosofia e antropologia e si è laureata in Storia contemporanea presso l'Università di Granada. Nel 1992 pubblica il suo primo libro di racconti, cui faranno seguito tre romanzi; l'ultimo, Vida sentimental de Bugs Bunny, ha avuto un enorme successo. Nel 1998 ha vinto il Premio Jaén de Poesia.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




30 marzo 2001