La biografia
La bibliografia


Helga Schneider
Lasciami andare, madre

"Sì, madre, lo so, l'ho letto nel tuo dossier. Vi addestravano per sensibilizzarvi alle atrocità a cui avreste assistito nei campi di sterminio: e a quelli venivano destinate solo le più dure, le più coriacee.
Per questo tu fosti scelta per Birkenau, il campo più selettivo."


Un libro drammatico, in cui la tensione emotiva è sempre altissima, in cui non succede nulla perché tutto, troppo, è già successo. Protagonista è la memoria: quella di una figlia abbandonata da piccola da una madre unicamente votata alla fede nazista. Ed è memoria di solitudine e di mancanza d'amore, di fame e di paure e, più recente, è il ricordo di un altro, unico incontro con quella madre praticamente sconosciuta, fiera del suo orrendo passato, incapace di vedere il disgusto della figlia al prezioso dono di monili d'oro sottratti agli ebrei e tenuti gelosamente nascosti in un cassetto. La divisa da SS appesa nell'armadio, l'invito ad indossarla, quell'oro tenuto per alcuni momenti in mano, prima di farlo cadere a terra inorridita, il dispetto della madre alle sue reazioni: questo è quanto Helga ha sempre in mente di quel lontano incontro avuto, già adulta, con la donna che aveva lasciato lei di pochi anni e il fratellino minore, un lontano giorno del 1941, per andare a fare la guardiana del campo di sterminio di Birkenau. Ripensa a tutto ciò l'autrice, protagonista del libro, mentre si avvicina al pensionato in cui si trova la madre, ormai vecchissima e non lontana dalla morte. Ha deciso, su invito di un'amica, di andare a rivederla per un'ultima volta, ma questo incontro la sgomenta, la fa stare male fisicamente, eppure sente che è giusto e necessario che avvenga: deve sapere, deve capire se è o sarà mai in grado di vincere l'ambivalente sentimento che prova per quella donna, bisogno e odio, voglia di cancellarla e impossibilità a farlo.
Le ore che passa insieme a quella vecchia, fragile e aggressiva, falsa e arrogante, in alcuni momenti umana e debole, spesso spietata e lontana, sono piene di emozioni quasi insostenibili. Helga vuole sapere, vuole capire: come può un essere umano abbandonare due figli piccoli per inseguire un sogno di morte? come si può assistere agli orrori che si svolgono quotidianamente sotto i propri occhi senza alcun turbamento? come è possibile vedere l'uccisione di migliaia di persone, donne che stringono tra le braccia i figli neonati, vecchi inermi, bambini di pochi anni, senza provare sentimenti di pietà? come può una folle ideologia accecare a tal punto?
Vuole sapere da quella donna, sua madre, tutto ciò che ha visto, che ha vissuto, che ha, o non ha, provato. Per raggiungere questo scopo la incalza con domande, aggira le sue reticenze con l'inganno, insomma vuole capire, a tutti i costi, se è in grado di tagliare definitivamente il legame con lei o se non riuscirà mai a liberarsene del tutto.
Proprio in questa ambivalenza tra ragione e coscienza in lotta contro impulsi profondi e primordiali, tra pietà che emerge davanti alla vecchiaia opposta alla consapevolezza che, nell'apparente debolezza e nella nebbia degli anni trascorsi, nulla è andato cancellato dell'antico male, sta la grandezza del libro e la tragedia di una donna o forse di una nazione.
Questo è un libro della memoria, si diceva, e infatti è anche il ricordo dei campi di concentramento e dei loro orrori, degli esperimenti su cavie umane, del male fine a se stesso che là si praticava, visti attraverso lo sguardo dell'aguzzino, a essere parte integrante di questo Lasciami andare, madre.
La Schneider, che ha rifiutato addirittura la sua lingua in un desiderio di purificazione estremo, ci ha regalato un testo autobiografico drammatico, ma anche un documento storico di fortissimo impatto.


Lasciami andare, madre di Helga Schneider
130 pag., Lit. 25.000 - Edizioni Adelphi (La collana dei casi)
ISBN 88-459-1593-X

Di Grazia Casagrande



le prime pagine
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 Vienna, martedì 6 ottobre 1998. In albergo.

Dopo ventisette anni oggi ti rivedo, madre, e mi domando se nel frattempo tu abbia capito quanto male hai fatto ai tuoi figli. Stanotte non ho chiuso occhio. Ora è quasi giorno; ho aperto la serranda. Un fumoso velo di luce si va schiarendo sopra i tetti di Vienna.
Oggi ti rivedo, madre, ma con quali sentimenti? Che cosa può provare una figlia per una madre che ha rifiutato di fare la madre per entrare a far parte della scellerata organizzazione di Heinrich Himmler?
Rispetto? Solo per la tua veneranda età - ma per nient'altro. E poi?
Difficile dire: nulla. Dopotutto sei mia madre. Ma impossibile dire: amore. Non posso amarti, madre.
Mi sento agitata, e mio malgrado ripenso al nostro ultimo incontro, nel 1971, allorché ti rividi dopo trent'anni, e rabbrividisco al ricordo dello sgomento che provai scoprendo che eri stata un membro delle SS.
E non eri pentita, anzi. Ancora ti compiacevi del tuo passato, del tuo essere stata, di quell'efficiente fabbrica degli orrori, una impiegata modello.
Sono le sei, il cielo è livido; la giornata sarà piovosa. E oggi ti rivedo, madre, per la seconda volta da quando mi abbandonasti, cinquantasette anni fa: una vita. Avverto un senso di eccitazione amara, di attesa impaziente. Perché nonostante tutto sei mia madre.
Che cosa ci diremo? Che cosa mi dirai? Coglierò in te una traccia di rammarico per quello che non c'è stato fra noi? Avrai per me quella carezza materna che desidero da oltre mezzo secolo? O mi strazierai ancora con la tua indifferenza?
Nel 1971 vivevo in Italia e avevo un figlio piccolo, Renzo; fu all'improvviso che provai, irrefrenabile, il bisogno di cercarti. Ti trovai. E insieme al mio bambino mi precipitai a Vienna per riabbracciarti. Ma quel nipote che ti guardava con tanto incuriosito entusiasmo tu lo trattasti con distacco, negandogli il diritto di avere una nonna, così come negasti a me quello di avere finalmente una madre. Perché tu non volevi essere madre, fin da quando siamo nati hai sempre affidato ad altri me e mio fratello Peter. Eppure nel Terzo Reich la maternità veniva ossessivamente incensata, in particolare dal ministro della Propaganda Josef Göbbels.
Perfino Heinrich Himmler, Reichsführer delle SS e tuo capo, madre, sosteneva che un principio non doveva mai venire meno nei suoi membri: l'onestà, la lealtà e la fedeltà nei confronti degli appartenenti al proprio sangue. E i tuoi figli non appartenevano forse al tuo stesso sangue?
No, tu non volevi essere madre; preferivi il potere. Di fronte a un gruppo di prigioniere ebree ti sentivi onnipotente. Guardiana di denutrite, esauste e disperate ebree dal capo raso, dallo sguardo vuoto - che miserabile potere, madre!

Fisso il cielo inospitale di Vienna e mi pervade un impeto di rivolta: mi pento di aver risposto con tanta sollecitudine all'appello di una sconosciuta. Avrei dovuto lasciar perdere, mi dico, lasciare che le cose continuassero ad andare come negli ultimi trent'anni.
Ho deciso la mia partenza con troppa precipitazione.
La lettera era arrivata un giorno di fine agosto, e per qualche oscuro motivo mi aveva messa in apprensione prima ancora di averla aperta. Che cosa poteva mai contenere quella busta di uno stucchevole colore rosa? Non aspettavo posta da Vienna. L'avevo abbandonata nel 1963, e da allora avevo perso ogni contatto con i vecchi amici.
La scrivente si chiamava Gisela Freihorst e affermava di essere una cara amica di mia madre. Appresi così che era ancora viva.
Sì, era ancora viva, ma di recente era stata trasferita in un Seniorenheim, una casa di riposo per anziani. Il suo stato si era aggravato: usciva di casa e si smarriva, dimenticava di chiudere i rubinetti dell'acqua, o peggio ancora quelli del gas, rischiando di far saltare in aria l'intero palazzo; insomma, come si dice in questi casi, era diventata pericolosa per sé e per gli altri.
All'inizio era stata curata dal servizio di igiene mentale del suo quartiere: tre volte alla settimana doveva recarsi al day-hospital, e per il resto si occupavano di lei diverse assistenti sociali (che faceva ogni volta scappare via disperate: gli anni, evidentemente, non le avevano addolcito il carattere, da sempre diffidente, scontroso e ribelle). Ma alla fine si era deciso di allontanarla dalla sua abitazione per inserirla in un ambiente dove potesse essere tenuta sotto controllo giorno e notte.


© 2001, Adelphi editore

biografia dell'autrice
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Helga Schneider è nata in Polonia alla vigilia della guerra e vissuta poi in Germania e in Austria, dal 1963 risiede e lavora a Bologna.


bibliografia
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I titoli sono tratti da
Alice CD,
il catalogo su CD-ROM
dei libri italiani
pubblicato da
Informazioni Editoriali.


Schneider Helga, La bambola decapitata, 1993, 176 p., Lit. 18000, "L'inferno" n. 1, Pendragon

Schneider Helga, Lasciami andare, madre, 2001, 130 p., Lit. 25000, "La collana dei casi" n. 47, Adelphi (ISBN: 88-459-1593-X)

Schneider Helga, Il piccolo Adolf non aveva le ciglia, 1998, 238 p., Lit. 26000, "Scala italiani", Rizzoli (ISBN: 88-17-66983-0)

Schneider Helga, Porta di Brandeburgo. Storie berlinesi (1945-1947), 2 ed., 1997, 174 p., Lit. 26000, "Piccola scala italiani", Rizzoli (ISBN: 88-17-67070-7)

Schneider Helga, Il rogo di Berlino, Lit. 17400, "Letture.Eolo", La Nuova Italia (ISBN: 88-221-2881-8)

Schneider Helga, Il rogo di Berlino, 3 ed., 1998, 229 p., Lit. 15000, "Gli Adelphi" n. 123, Adelphi (ISBN: 88-459-1347-3)



23 marzo 2001