Massimo Carlotto
Arrivederci amore, ciao

"La nostalgia per il mio Paese e per la vita spensierata di un tempo si era cristallizzata in un ricordo di infanzia. I nonni paterni, che abitavano appena fuori Bergamo, quando venivano a trovarci portavano sempre in dono, a me e alle mie sorelle, una scatola di Otello Dufour."

Pur percorrendo sempre un genere letterario coerente, Carlotto affronta di volta in volta nuovi temi per i suoi romanzi. Passato dalla mafia del Brenta alla drammatica storia dei desaparecidos argentini, al traffico internazionale di droga (spesso supportato dal suo personaggio preferito: un detective soprannominato l'Alligatore) ora approda al terrorismo. Un tema non facile, delicato e spinoso perché coinvolge interessi politico-economici che arrivano al cuore dello stato. Protagonista di Arrivederci amore ciao è un ex terrorista da tempo in esilio in Centroamerica che decide di rientrare in Italia (dove pende sulla sua testa una condanna all'ergastolo per l'omicidio di un metronotte, ucciso da una bomba piazzata davanti alla sede milanese dell'Associazione Industriali), pronto ad affrontare l'arresto e l'imputazione, certo di avere le spalle coperte dalla sua organizzazione internazionale. Dopo un periodo di carcerazione e un nuovo processo, il protagonista viene assolto grazie a un altro ergastolano che si accolla, innocente, la responsabilità del vecchio delitto. Cinico, ormai indifferente alla politica e lontano dai motivi ideologici che lo avevano spinto prima alla lotta poi alla clandestinità e all'esilio, quest'uomo quasi quarantenne sceglie una nuova strada per la sua esistenza. Accetta di occuparsi dei rapporti tra clienti e ballerine in un locale di lap dance della provincia di Treviso, il Blue Sky, ma unicamente per avere una base "ufficiale", intenzionato in realtà a fare del crimine la sua maggiore attività. Traditore e violento, sfruttatore e misogino, ha un unico scopo nella vita: diventare "ricco e vincente", a qualunque costo.
Carlotto descrive l'ambiente dell'esilio latinoamericano, dove ancora vivono molti europei sfuggiti alla giustizia tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta: reduci del terrorismo spesso incapaci di rifarsi una vita normale che si trascinano tra fallimenti e infelicità. Tratteggia poi il clima delle carceri italiane di questi anni e di quell'ambiente criminale del nord-est mutato con l'immigrazione massiccia dell'ultimo decennio (di cui già ci aveva parlato in Nessuna cortesia all'uscita). La storia a questo punto diventa anche inchiesta, con evidenti relazioni con la cronaca più recente.


Arrivederci amore, ciao di Massimo Carlotto
215 pag., Lit. 26.000 - Edizione e/o (Dal mondo)
ISBN 88-7641-443-6




Le prime righe

Prologo


La carogna dell'alligatore galleggiava a pancia all'aria. Era stato abbattuto perché aveva iniziato ad avvicinarsi troppo all'accampamento e nessuno voleva rimetterci un braccio o una gamba. La puzza dolciastra della decomposizione si mescolava a quella della selva. La prima capanna distava da quella radura un centinaia di metri. L'italiano chiacchierava tranquillo con Huberto. Avvertì la mia presenza. Si voltò e mi sorrise. Gli strizzai l'occhio e lui riprese a parlare. Mi portai alle sue spalle, respirai a fondo e gli sparai alla nuca. Si afflosciò sull'erba. Lo afferrammo per i piedi e le braccia e lo buttammo a fianco all'alligatore. Il rettile a pancia all'aria e lui a faccia in giù. L'acqua era così densa e immobile che sangue e brandelli di cervello riuscirono a fatica a ricavarsi uno spazio non più grande di un piattino da caffè. Humberto mi prese la pistola, se la infilò nella cintura e con un cenno del capo mi fece segno di ritornare al campo. Obbedii anche se avrei preferito rimanere ancora un po' a fissare il corpo nell'acqua. Non pensavo che sarebbe stato così facile. Avevo appoggiato la canna sui suoi capelli biondi, stando attento a non toccare la testa per non correre il rischio che si girasse e mi guardasse negli occhi, e avevo tirato il grilletto. La detonazione era stata secca e aveva fatto scappare gli uccelli. Il rinculo sulla mano era stato leggero e con la coda dell'occhio avevo visto il carrello della semiautomatica arretrare a caricare un'altra pallottola. In realtà il mio sguardo era concentrato sulla sua nuca. Un forellino rosso. Perfetto. Il proiettile era uscito dalla fronte aprendo uno squarcio slabbrato. Huberto l'aveva guardato morire senza muovere un muscolo. Sapeva che sarebbe accaduto. L'italiano doveva essere giustiziato e lui si era offerto di attirarlo nell'agguato. Da un po' di tempo era diventato un problema. La notte, ubriaco fradicio, molestava i prigionieri. La sera prima il comandante mi aveva chiamato nella sua tenda. Sedeva su una branda e tra le mani rigirava una grossa pistola.
"È una calibro nove, di fabbricazione cinese" spiegò. "È una copia esatta della Browning HP. I cinesi copiano tutto. Sono precisi e meticolosi, se non ci fossero gli ideogrammi la prenderesti per una autentica. Però la meccanica fa schifo. Si inceppa a metà caricatore. Perfetta nell'aspetto ma debole dentro... Esattamente come il socialismo cinese".

© 2001, e/o edizioni


L'autore
Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956 e vive a Cagliari. Scoperto dalla scrittrice Grazia Cherchi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fuggiasco, vincitore del Premio del Giovedì 1996. Ha scritto altri cinque racconti: Le verità dell'Alligatore, Il mistero di Mangiabarche, Le irregolari, Nessuna cortesia all'uscita (premio Dessì 1999, e menzione speciale della giuria premio Scerbanenco 1999) e Il corriere colombiano. È anche autore teatrale, sceneggiatore e collabora con quotidiani, riviste e musicisti.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




23 marzo 2001