Emmanuel Bove
La morte di Dinah

"Era una ragazzina dallo sguardo triste, timorosa come un animale bastonato. Sussultava per un nonnulla. Aveva grandi occhi che posava stupiti sulla gente. Ma non rideva mai e nemmeno sorrideva."

Emmanuel Bove è morto da più di cinquant'anni, eppure solo negli ultimi tempi la sua capacità di narratore è davvero apprezzata. Con ogni probabilità la semplicità essenziale della scrittura, le storie di povertà e di solitudine, materiale narrativo frequente di questo scrittore, sono in sintonia con la sensibilità e il gusto contemporaneo se molti romanzi di questo narratore francese, sono stati recentemente tradotti in numerose lingue.
La morte di Dinah è un'opera divisa in due parti quasi precise: nella prima è descritta la giovinezza e la parte della vita del protagonista, Jean Michelet, che lo ha fatto approdare al benessere economico e all'arida noia che caratterizza la sua persona nella seconda parte del romanzo. Tradimenti di amici e parenti, poco amore da parte del padre, nessuna vera relazione sentimentale e un grande desiderio di stabilità economica hanno caratterizzato tutta la giovinezza di quest'uomo. Inevitabile il graduale inaridimento, il pessimismo che caratterizza il suo giudizio sugli uomini dopo aver avuto esperienze traumatizzanti come questa: derubato dal fratello, era stato accusato dal padre di aver finto il furto e di condurre una vita dissoluta, tale era la preferenza che il genitore dimostrava per il fratello minore e la poca stima nei suoi confronti. Jean si sposa con una donna né giovane, né bella, ma soprattutto non particolarmente amata, dopo aver raggiunto una certa agiatezza. La sua vita è rispettabile, ma priva di emozioni, i sentimenti sembrano scomparsi dal suo orizzonte psicologico.
A questo punto della vicenda umana del protagonista entra nel gioco narrativo un'altra storia, tanto diversa dalla prima che, solo per un caso (e nella vita sono spesso proprio le casualità a decidere) va a intersecarsi con quella.
Bove narra la storia della madre di Dinah, l'infelice ragazzina di cui viene annunciata la morte già nel titolo del romanzo, fatto questo che predispone il lettore a osservare tutta questa seconda vicenda con un occhio particolare, avendo un'informazione in più rispetto ai personaggi del racconto. Dopo mille traversie la signora Auriol, madre della sventurata bambina, si trova a fronteggiare in solitudine e miseria la malattia della figlia. Jean Michelet è suo vicino di casa ed è a lui che ricorre quando, al colmo della disperazione, vede che la miseria le impedisce di curare la piccola malata, ormai vicina alla morte. Dapprima l'egoismo prevale, ma un sentimento di riscatto s'insinua nel ricco imprenditore, un desiderio di riportare giustizia e di vendicare le offese, la volontà di essere un angelo salvatore, un uomo nuovo e sensibile: troppo tardi però, la morte di Dinah è per lui anche la fine dell'illusione di un cambiamento.
L'amarezza del romanzo nasce dall'implacabile descrizione della miseria morale a cui la ricchezza spesso conduce e alla visione della solitudine a cui relega inesorabilmente la povertà.


La morte di Dinah di Emmanuel Bove
Titolo originale: La mort de Dinah

Traduzione di Paolo Vettore
Pag. 105, Lire 22.000 - Edizioni Casagrande (Scrittori)
ISBN 88-7713-335-X




Le prime righe



In un bel tardo pomeriggio d'autunno Jean Michelez, che era sceso dal tram alla Porte de Champerret, stava risalendo a piedi, senza fretta, il lungo Boulevard Bineau a Neuilly, in fondo al quale si stagliava la villa La vie là, in cui abitava assieme alla moglie e ai due figli.
Era una delle ultime belle giornate dell'anno. Un vento tiepido sollevava ala polvere della strada. Ogni cosa serbava ancora le tracce dell'estate. Gli alberi non avevano perso le loro foglie, quelle foglie polverose di fine stagione, bagnate solo a metà dai temporali. Nei giardini c'erano tende chiare a riparare i mobili rustici. Le voci, le conversazioni, i richiami erano sonori. Di tanto in tanto qualche finestra aperta lasciava fuggire verso il cielo azzurro i canti di un grammofono o di un apparecchio radio.
Il signor Michelez guardò l'orologio. Le sette. Era ormai notte. Affrettò il passo, non per paura di far aspettare la moglie, ma perché, di colpo, aveva provato il bisogno irresistibile di essere a casa, di parlare, di avere qualcuno intorno. Da trenta minuti non aveva detto una parola. Alle sei e mezzo i suoi impiegati, con una voce sottomessa in contrasto con la libertà che stavano per recuperare, si erano congedati da lui. Di lì a poco era uscito a sua volta, non prima di aver provveduto a chiudere con cura la porta del suo ufficio situato in Rue de la Michodière. Quel breve momento di solitudine, se in un primo tempo gli era parso gradevole, ora cominciava a pesargli.
Mentre camminava, gli era tornata in mente la sua gioventù, durante la quale innumerevoli volte la prospettiva di una serata vuota lo aveva precipitato in un profondo sconforto: gioventù interminabile dal momento che, nonostante avesse quarantasette anni, era sposato solo da tre. Da allora aveva in orrore la solitudine. Ad essa qualunque compagnia gli sembrava preferibile.
Nei primi anni Jean Michelez aveva esercitato la professione di architetto.. Un'ambizione ragionevole lo aveva spinto a lavorare in proprio, ad avere una sua clientela, a essere serio, corretto e onesto negli affari. "Non andrò io a cercarmi i clienti; saranno loro a venire da me. Non prometterò mari e monti; e loro saranno soddisfatti. Mi raccomanderanno agli amici. Pian piano la cerchia si allargherà. Allora non dovrò dipendere più da nessuno e sarò io il padrone di me stesso". Quell'attesa stoica durò dieci anni. Venne la guerra. Appena riformato, su insistenza di un amico, Gaston Bonelli, abbandonò la professione per quella, molto più redditizia, d'impresario.

© 2001, Casagrande editore


L'autore
Emmanuel Bove (1898-1945), genio dimenticato fino agli Settanta, nacque a Parigi da un padre ebreo russo apolide e sradicato, e da una madre lussemburghese, povera e affetta da gravi problemi nervosi. Vivrà una vita di miseria facendo prima il girovago (dopo gli studi in Inghilterra) e poi l'autista di tram, il barista, l'operaio alla Renault, il tassista. Le burrasche familiari, i continui tracolli finanziari, l'impegno attivo nell'antifascismo e la clandestinità non gli impediranno di scrivere oltre trenta libri, tra cui non pochi veri e propri capolavori. In Italia, la sua opera è ancora in attesa del meritato successo di pubblico, mentre in Francia è ormai considerato scrittore di culto.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




16 marzo 2001