La biografia
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Ingo Schulze
33 Attimi di felicità
Dagli avventurosi appunti di un tedesco a Pietroburgo

"Quando i comunisti furono mandati via e ancora governavano i democratici, alcuni se la passarono meglio, molti perfino peggio di prima. Tanti però non sapevano come avrebbero superato i giorni e le settimane a venire."


Luogo dei 33 racconti, attimi di una felicità inesistente, è San Pietroburgo, una città che tutta la tradizione letteraria russa aveva posto al centro della propria produzione, diventata in questo secolo, e nell'immaginario occidentale, un luogo della scrittura e dell'arte. Molto recentemente invece i reportage giornalistici, i filmati e le testimonianze di viaggiatori e inviati, ci parlano di una realtà disgregata, di miseria tangibile, di droga e di mafia. Le due contrastanti visioni di un unico luogo sono presenti nell'ultimo libro di Ingo Schulze: la prima attraverso citazioni e rimandi, la seconda nella spietata e angosciante rappresentazione della quotidiana disperazione russa.
Le storie (in alcuni casi veri e propri flash, in altri narrazioni più complesse e ampie) parlano di uomini e donne che si rapportano con un narratore tedesco di cui Schulze, con un pretesto letterario di certo non nuovo, finge di avere ritrovato gli appunti. È attraverso lo sguardo di questo "straniero" che si susseguono immagini di miseria e di follia, di violenza e di deviazione così da comporre il quadro di una disgregazione sociale ed economica, specchiata nella disgregazione stessa delle personalità.
Non stupisce quindi che un personaggio assoldi una giovane donna per rassicurare la madre morta sulla sua buona riuscita nella vita, "noleggiandola" per una visita al cimitero: la morte, nella decomposizione di corpi ancora vivi non è così scissa dalla vita. E la mafia è guardata attraverso gli occhi eccitati del killer con la stessa naturalezza con cui vengono descritte le fiabe narrate da una giovane madre alle proprie bambine o la disgustosa riconoscenza di una vecchia mendicante.
Se l'incertezza e lo smarrimento esistenziale della Germania, soprattutto quella dell'Est, dopo la riunificazione è la chiave di lettura del precedente volume di Schulze, Semplici storie, in questi racconti la situazione appare più tragica, così come più lacerato è il mondo dell'ex Unione Sovietica. Il grottesco e il sarcastico che l'autore, con una scelta stilistica che rimanda a Cechov o a Gogol, utilizza è una modalità che va alternando alla crudezza pulp recuperata dai giovani narratori russi, prima di tutti Vladimir Sorokin e Viktor Pelevin, ma senza cercare (come parte della critica italiana ha invece notato) l'emozione, anzi con la freddezza e il distacco del cronista. Eppure la "felicità", citata nel titolo, è un'aspirazione reale, forse come appunto ha scritto in La vita degli insetti Pelevin. "Perché qui intorno tutto diventi letame, bisogna avere un Io. Allora il mondo intero sarà nelle tue mani. E tu lo spingerai in avanti." Il baratro per risorgere insomma: un mondo che si pensava nuovo e libero, in realtà si è dimostrato "letame", ma imparando faticosamente ad emergerne è ancora possibile una speranza.


33 Attimi di felicità. Dagli avventurosi appunti di un tedesco a Pietroburgo di Ingo Schulze
Titolo originale: 33 Augenblicke des Glucks

Traduzione di: Margherita Carbonaro
Pag. 270, Lire 32.000 - Edizioni Mondadori (Scrittori italiani e stranieri)
ISBN 88-04-48833-6

Di Giulia Mozzato



le prime pagine
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VOGLIO spiegarle bene: un anno fa realizzai un desiderio che accarezzavo da tempo e me ne andai in treno a Pietroburgo. Dividevo lo scompartimento con una russa fresca di parrucchiere, il marito di costei e un tedesco di nome Hofmann. I russi ci avevano preso per una coppia e Hofmann, che faceva da interprete fra le loro domande e le mie risposte, glielo lasciò credere. Non so cos'altro abbia ancora raccontato. Ridevano in continuazione e la donna mi dava dei buffetti sulla guancia.
L'aria restava soffocante anche di notte, le camicie dei conduttori erano macchiate di sudore, i finestrini appannati, sporchi, impossibile aprirli da dentro - in teoria doveva esserci l'aria condizionata - e se non di disinfettante, c'era puzza di cesso e sigarette. Lamiere d'acciaio, gettate fra un vagone e l'altro come ponti levatoi, sbatacchiavano - tarrara-tarrara-bshing -, e a ogni frenata il fragore si trasformava in un tarrara-bshing-bshong, tarrara-bshing-bshong -, finché i respingenti cozzavano: colpi imprevedibili e incessanti che mi impedirono di dormire e anche il giorno dopo, benché il caldo si fosse attenuato, rimasi sveglia. Quando non parlava con i russi Hofmann, la testa affondata nel cuscino, guardava fuori, dove fra zone paludose e boschi selvaggi ogni tanto si vedevano delle casette, azzurre e verdi, conficcate di traverso nel terreno, mentre le cataste di legna spiccavano chiare dietro campi riarsi e steccati verniciati. Delle bandierine gialle dei guardabarriere spesso era rimasta solo l'asta di legno per il saluto militare.
La seconda sera, già in Lituania, a un tratto Hofmann mi invitò nel vagone ristorante. Seduto di fronte a me, con i capelli biondo scuri, gli occhi quasi grigi e una cicatrice sotto il mento, aveva un'aria sicura. Ordinò senza guardare il menu e pulì le posate sulle tendine rosse. Ma alla domanda come mai un uomo d'affari tedesco, quale dava a intendere di essere, viaggiasse in treno, per un istante perse tutta la sua disinvoltura. Fece un sorriso stentato e mi fissò. Invece di rispondere si buttò a parlarmi del suo lavoro per un giornale. Ma al di là della sua passione per il karaoke lui era soprattutto, così disse, un amante della letteratura.
Quanto più ci allontanavamo dalla mia domanda, quanto più sciolto si faceva il suo racconto e tanto più fantastiche e inverosimili mi apparivano le storie. Mi sommerse sotto una valanga di spiegazioni e consigli d'ogni genere su quello che proprio non potevo fare a meno di leggere, e sospirando profondamente si felicitava per la mia ignoranza. "Quante cose hai ancora davanti!" continuava a ripetere. Bevemmo e mangiammo a sazietà, il costo era ridicolo, e tutto andò come doveva andare - tarrara-tarrara-bshing...
Mi svegliai con un mal di testa d'inferno. C'era un sole abbagliante, il treno era fermo in una stazione chiamata Pskov. La cuccetta di Hofmann era disfatta, il materasso arrotolato. Nessuno voleva o sapeva dire dove fosse finito. Scomparso, dissolto come nebbia al sole. Ero in uno stato pietoso. Né tantomeno migliorò quando dietro la mia borsa scoprii questa cartella che adesso le sta davanti. Non sapevo come ci fosse arrivata né cosa dovessi farmene. All'inizio volevo darla al conduttore, perché non sai mai in quali pasticci vai a cacciarti. Ma poi cominciai a leggere.
Fra le tante cose che ci eravamo raccontati, Hofmann aveva accennato anche a certi suoi appunti quotidiani che da Pietroburgo aveva spedito in Germania. Mentre scriveva - a chi, non lo disse - aveva ceduto sempre più all'impulso di dare spazio all'invenzione anziché all'indagine. Per lui, sosteneva, un episodio inventato non era infatti meno autentico di un incidente stradale. Allo stesso modo deve avere incoraggiato colleghi e conoscenti a riferirgli storie, impresa tutt'altro che difficile per un occidentale in Russia.


© 2001, Arnoldo Mondadori editore

biografia dell'autore
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Ingo Schulze è nato a Dresda nel 1962. Dopo gli studi di filologia classica, ha lavorato come drammaturgo e giornalista. Ha esordito nel 1995 proprio con questi 33 attimi di felicità, frutto di una lunga permanenza a San Pietroburgo, che lo ha imposto in Germania come uno dei giovani scrittori più importanti. Ma il grande successo è arrivato tre anni dopo con la pubblicazione di Semplici storie, uno dei più clamorosi casi letterari internazionali degli ultimi anni. Vive a Berlino.




9 marzo 2001