Isaac B. Singer
Nuove storie dalla corte di mio padre

"Aprii la porta e fui sferzato da un vento freddo. Via Krochmalna era deserta. Tutte le botteghe avevano le serrande chiuse. Nella piazza non c'era un'anima. Gli unici rumori erano i sibili delle lanterne a gas avviluppate nella nebbia. Sopra i tetti si arcuava un cielo fittamente cosparso di stelle. Ebbi improvvisamente paura e mi misi a piangere. Ero tutto solo al mondo, circondato da mostruosità nascoste e misteri che nessuno poteva risolvere."

Singer ha inventato la macchina del tempo. Leggendo un suo romanzo, o una raccolta di racconti, come in questo caso, si viene risucchiati immediatamente in un vortice spazio-temporale e "sputati" direttamente nel momento storico e nel luogo che lui ha deciso per noi. Come nel congegno meccanico un po' ridicolo e ormai estremamente arcaico ideato da Herbet G. Wells, l'autore "punta" l'orologio in un momento storico preciso ospitato in un angolo della sua memoria e ci trasporta lì. Siamo a Varsavia, nei primi anni del Novecento, nel quartiere che si sviluppa attorno alla via Krochmalna, già al centro di molti racconti di Singer. Respiriamo l'aria della comunità ebraica, sentiamo i profumi e gli odori della cucina kasher, ascoltiamo i suoni della musica e della lingua yiddish. In quella via ha sede il Beth Din, il tribunale rabbinico presieduto in quegli anni dal padre dello scrittore. Una istituzione speciale, unica al mondo dove si intersecavano in maniera eccezionale le varie funzioni del rabbino: da giudice a consigliere spirituale a psicoanalista. Singer con i suoi racconti ci offre una porta privilegiata d'ingresso in un mondo sociale e religioso, talvolta bigotto e integralista, altre volte eccezionalmente all'avanguardia, lungimirante ed eticamente moderno, che è ormai scomparso. Questa raccolta di racconti pubblicata per la prima volta in lingua inglese negli Stati Uniti nel 2000 (ma in precedenza apparsa nella versione originale yiddish) ha inoltre una forte connotazione autobiografica che rende ancor più intensa la ricostruzione storica del momento particolare di una comunità. Nelle antiche abitazioni di Varsavia e, in particolare, nel Beth Din, rabbini vecchi e giovani discutono astruse questioni talmudiche, ribadiscono vecchie regole, ne stabiliscono di nuove. E si trovano alle prese con casi difficili da dirimere, con situazioni familiari complicate, a volte umoristiche, a volte violente, altre ancora drammatiche. Matrimoni fallimentari che non possono esseri salvati e che inesorabilmente portano al divorzio, crisi nelle relazioni di coppia che trovano uno sbocco positivo, rapporti difficili tra padre e figlio, tra benefattore e beneficiati. Tutto visto con gli occhi dell'autore ragazzino che, vivendo dall'interno un'istituzione così importante, ha occasione di percepire il senso generale delle leggi religiose e il modo con cui vengono recepite dai meno colti così come dai più preparati: un'esperienza formativa eccezionale. Nell'affresco che ritrae la comunità ebraica della Varsavia di inizio secolo troviamo tanti uomini e donne che saranno destinati dopo pochi anni a una fine tremenda, ma nell'aria che si respira in quelle strade ancora non aleggia il pericolo.


Nuove storie dalla corte di mio padre di Isaac B. Singer
Titolo originale dell'opera: More Stories from My Father's Court
Traduzione di Mario Biondi
Pag. 238, Lire 26.000 - Edizioni Longanesi & C. (La Gaja Scienza n. 628)
ISBN 88-304-1894-3





Le prime righe

CHAIM IL FABBRO


Lo chiamavano tutti Chaim il fabbro, ma in realtà era ciò che qui in America si definisce idraulico. Riparava tubazioni dell'acqua e in particolare scarichi intasati del gabinetto, problema frequente nella nostra via.
Chaim era un uomo di media statura, forte e di spalle larghe, con una faccia bruna come il bronzo e una barba dello stesso colore. I suoi abiti sembravano spolverati di ruggine. Sebbene ancora giovane, aveva in viso le rughe e le grinze del faticatore che non si risparmia. Estate e inverno portava giacchetta corta e stivali alti. Aveva sempre con sé tubi, martelli, lime, pinze e questo o quel pezzo di ferro. Persino la sua voce aveva una sonorità metallica. Di shabbath Chaim il fabbro pregava a casa nostra e consumava il Terzo Pasto con noi. A volte, bevendo un bel bicchierone di acquavite, mi stringeva la mano. La sua era dura come il ferro.
Oltre a riparare gabinetti, veniva chiamato ovunque ci fosse un problema: un incendio, un soffitto crollato, una porta incastrata, una stufa rotta. Era l'unico a cui non importava macchiarsi di cenere e fuliggine. E si faceva carico anche di altri compiti onerosi. Oltre a far parte del gruppo che pregava a casa nostra, Chaim apparteneva ai Volontari dell'Assistenza Notturna, i cui soci passavano la notte con i malati. Dopo una dura giornata di lavoro, era mandato a prendersi cura di persone sofferenti di tifo o di delirio, che avevano bisogno dell'aiuto di un uomo forte. Dio lo aveva gratificato della forza, e con essa egli Lo serviva. Quando lo pregavano di non stremarsi, scrollava le spalle e rispondeva: "Se si sono ricevute spalle larghe, bisogna portare il peso". Chaim il fabbro aveva diverse figlie e un figlio, nato per ultimo; era un ragazzo di un nove o dieci anni più grande di me, di nome Zenvel. L'amore del padre per questo unico maschio era senza limiti. Non l'ho mai sentito parlare di altro che di lui: Zenvel sa già leggere le sillabe, Zenvel ha appena iniziato i Cinque Libri di Mosé Zenvel ha cominciato a studiare la Ghenarà. Chaim aveva già deciso che doveva essere un dotto e diventare rabbino. Ogni volta che veniva da noi diceva: "Il mio Zenvele sarà rabbino".

© 2001, Longanesi & C. editore


L'autore
Isaac Bashevis Singer, nato a Radzymin (Polonia) nel 1904 e morto a Miami (Stati Uniti) nel 1991, è considerato il più grande narratore ebraico del Novecento. Nel 1978 gli venne attribuito il premio Nobel.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




2 marzo 2001