Nando dalla Chiesa
La partita del secolo. Storia di Italia-Germania 4-3

"Ma il golden gol non c'era. Perché allora non c'era il culto della fretta, l'ossessione del tempo, la frenesia di consacrare subito il vincitore, di farla finita presto, di chiudere tutto - una partita, un viaggio, un pranzo, un amore proibito, una lettura - il più velocemente possibile, senza rispetto per la profondità e la bellezza dei principi, dei valori o dei sensi."

Non ci troviamo davanti a un libro sul calcio, anche se la conoscenza calcistica dell'autore è indubbia, ma davanti a un momento cruciale nella biografia di una generazione: quella del Sessantotto.
La prima parte del volume è infatti l'analisi delle motivazioni storiche e politiche che spinsero i ragazzi più attenti
, quegli studenti che rompendo ogni argine e ogni regola furono protagonisti di una stagione di rivolte e di una frattura di portata davvero storica, a rifiutare il calcio.
Una mattanza quella perpetrata a Città del Messico pochi giorni prima delle Olimpiadi del 1968, una strage di giovani inermi, per lo più studenti, che si erano raccolti nella piazza Tre Culture per tenere un comizio (per altro "improntato ai toni della moderazione"). La violenza del potere si era abbattuta senza pietà con l'unico, mostruoso scopo di rendere "sereni" i giochi olimpici, di non consegnare ai media l'immagine di un paese insicuro, di apparire nel mondo come affidabile sede di una manifestazione seguita dagli schermi di tante nazioni e capace di portare in Messico turismo e denaro. Le immagini di quei giovani uccisi stampate sui giornali e trasmesse dalle televisioni erano penetrate nelle coscienze dei ragazzi italiani che, proprio in quel periodo, avevano, come per un'improvvisa illuminazione, compiuto su di sé un'operazione profonda e sconvolgente di messa in discussione di un universo che appariva intoccabile. Così il calcio, come "oppio dei popoli", lo sport in quanto business erano stati rifiutati, nonostante i ricordi infantili delle partite in oratorio e la passione, solo in parte compressa, per la squadra del cuore pulsassero sul fondo della razionalità e di scelte etiche sinceramente professate.
Ma la notte (in quegli anni il mercato non aveva ancora imposto le sue leggi così da privilegiare l'orario europeo per le trasmissioni televisive, costringendo i giocatori a impegnarsi, ad esempio, in partite mattutine) del 17 giugno 1970 rimise tutto in discussione. Italia contro Germania: un popolo provinciale e da poco emerso da una cultura contadina e dal frazionamento regionale si trova a gareggiare contro la nazione che, uscita a pezzi dalla guerra (e nell'immaginario italiano era ancora forte il ricordo dei campi di concentramento e dell'arrogante violenza nazista) aveva raggiunto un livello di benessere capace di attrarre tanti nostri lavoratori troppo spesso accolti dai ricchi tedeschi con diffidenza se non con forme di disprezzo. Una nazione che gli studenti italiani conoscevano soprattutto l'estate quando le bionde e libere "tedeschine" diventavano oggetto di brevi amori marini (non si era ancora realizzata quella libertà sessuale che proprio la cultura sessantottina avrebbe portato alle ragazze italiane), in fondo, ulteriore dimostrazione della "superiore" sicurezza di quelle biondine rispetto ai maschietti latini. Insomma motivi, in gran parte inconsci, di rivalità con la Germania esistevano, anche se era stato più facile giustificare la gioia per la vittoria della nazionale azzurra nella precedente partita contro il Messico, contro la dittatura, contro chi aveva compiuto quella orribile strage appena due anni prima.
Notte del 17 giugno 1970 appunto: gli studenti della Bocconi, quelli che avevano gridato contro il calcio "dei padroni", e che avrebbero per altro continuato a rifiutare (come l'autore ancora oggi rifiuta) la speculazione e la corruzione nel mondo dello sport, si trovano a guardare la partita in un "mitico" corridoio del pensionato. Ogni attimo che passa vede crescere la passione, cadere barriere, fa riscoprire sensazioni ed emozioni conculcate; fino alle ultime battute, al "miracolo", a quel grido di Nando Martellini "Rivera! Rivera! Rivera!" che provoca un'esplosione spontanea e incredibile in tutto il paese. Dalla Chiesa allora guarda a quella festa con l'occhio del sociologo e con la tenerezza della memoria ed è proprio l'unione di queste due componenti che rende il libro affascinante anche per chi, adulto non avesse preso parte a quei momenti (e sono ben pochi) o per chi, per ragioni anagrafiche, non lo avesse potuto fare. È la fotografia di un Paese, in un momento preciso della sua storia, che si riconosce come tale, ma è soprattutto la fotografia di una generazione ("che vinse, quella volta!", dice l'autore) che, pur nella contraddizione, riuscì a incidere nei pensieri e nelle coscienze collettive, che scardinò tante certezze senza più radici, che trasformò il costume e la morale, insomma che aprì gli occhi di tutti su di un mondo nuovo. La chiave di lettura scelta per interpretare quell'evento e quegli anni è singolare, si rapporta costantemente con l'oggi, non nasconde la partecipazione diretta ma non la mitizza, rifiuta la maggior parte dei canoni interpretativi del Sessantotto, e guarda infine, pur con tutta la sincera passione di un amante del calcio, ad una partita veramente "esemplare" come ad una cartina di tornasole di un'Italia che non aveva ancora subito l'appiattimento culturale che oggi la domina.


La partita del secolo. Storia di Italia-Germania 4-3 di Nando dalla Chiesa
Pag. 190, Lire 27.000 - Edizione Rizzoli
ISBN 88-17-86703-9





Le prime righe

CAPITOLO I
Olimpia rosso sangue


I due ragazzi potevano chiamarsi Juan o Pablo, Pedro o Luis. Lei, la ragazza, poteva chiamarsi Paloma o Paz. O Estrella. O Maria. Ma il mondo li conobbe senza nome. Vennero ritratti insieme, uno accanto all'altro, in tre indimenticabili radiofoto trasmesse dall'agenzia Associated Press il 3 ottobre del 1968. Stavano sdraiati a terra sulla piazza delle Tre Culture in Tlatelolco, a Città del Messico. Lì gli studenti della capitale erano affluiti dall'inizio del pomeriggio. Era annunciato un comizio; che il governo aveva autorizzato quasi a offrire una parvenza di rappacificazione civile dopo le lunghe e insanguinate settimane della protesta universitaria. Nella piazza, luogo ormai canonico del movimento, si erano ritrovati alla fine circa diecimila dimostranti, nella maggior parte studenti. I membri del Comitato nazionale di sciopero si erano sistemati sulla terrazza di un edificio civile, detto il Chihuahua, e da lì stavano tenendo il loro comizio. Un discorso, raccontarono gli inviati, improntato ai toni della moderazione: i leader della rivolta dissero alla folla che avevano tentato di marciare verso i locali del Politecnico presidiato dai militari, ma che vi avevano rinunciato per evitare provocazioni e scontri armati. Esercito e polizia, circa cinquemila uomini in armi, circondavano nel frattempo l'assembramento a debita distanza, ma restringendo poco a poco gli spazi tra sé e i manifestanti.
Verso le sei del pomeriggio un elicottero iniziò a volteggiare sulla folla con giri lenti e minacciosi. D'improvviso, alle 18.15, lasciò cadere un fuoco di bengala che illuminò a giorno l'edificio e la piazza. Fu un attimo. Tra gli inviati della stampa presenti sul posto c'era la giornalista italiana Oriana Fallaci. Appena tornata dalle cronache del Vietnam, rivide di colpo le scene della guerriglia e capì subito che cosa sarebbe accaduto dopo quel lampo che sagomava il campo di battaglia: il finimondo. Decine di autocarri entrarono sulla piazza, la strinsero d'assedio chiudendo ogni via d'uscita. Ne sbucarono fuori, come fossero stati fin lì inscatolati e pressati, migliaia di poliziotti e soldati armati di mitragliatrice. Venne aperto il fuoco senza preavviso. Gli uomini in divisa spararono in ogni direzione. I paracadutisti della guardia presidenziale lanciarono un'infinità di pallottole traccianti. I più agguerriti tra i dimostranti diedero battaglia: pietre dai cornicioni e dai tetti, bombe molotov, anche colpi d'arma da fuoco. Gli studenti a mani nude che erano caduti nell'imboscata del governo cercarono solo di non farsi colpire dai proiettili vomitati all'impazzata dai mitra traditori. Si gettarono per terra, schiacciati contro il fondo asfaltato o contro il pavimento dei balconi.

© 2001, Rizzoli editore


L'autore
Nando dalla Chiesa è deputato al Parlamento e professore di Sociologia economica all'Università Statale di Milano. Tra i suoi libri ricordiamo Delitto imperfetto, Il giudice ragazzino, Storie eretiche di cittadini perbene, La farfalla granata, La meravigliosa e malinconica storia di Gigi Meroni il calciatore artista, e Capitano, Capitano mio. La leggenda di Armando Picchi livornese nerazzurro (Limina 1999, vincitrice del Premio Bancarella Sport). Ha curato l'autobiografia del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, In nome del popolo italiano. In Café Letterario troverete anche un'intervista all'autore.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




2 marzo 2001