Marco Revelli
Oltre il Novecento
La politica, le ideologie e le insidie del lavoro

"Il libro intende proporre (senza alcuna pretesa di sistematicità) nient'altro che percorsi all'interno di queste antinomie, dei punti più evidenti di caduta, in una sorta di corpo a corpo, con le patologie del secolo, ma soprattutto nel tentativo (parziale) di rivisitazione dei luoghi dello smarrimento."

Antinomie, contraddizioni, lacerazioni: tutto ciò è emblema del secolo che si è appena concluso. Revelli tenta di analizzare e decifrare queste drammatiche antitesi, offrendoci strumenti interpretativi all'interno dell'odierno caos e qualche ipotesi coraggiosa per il futuro senza la pretesa di avere in pugno la verità o la soluzione, ma ponendosi attore e animatore di un dibattito culturale che tarda ad accendersi, consapevole della colpevolezza del silenzio degli intellettuali, e della codardia di intraprendere strade nuove di ricerca e di elaborazione. Così lancia una provocazione (sapendo di farlo) che inizia ad essere raccolta se in questi giorni il quotidiano il manifesto dà ampio spazio al libro denunciando anche un certo imbarazzo di fronte ad alcune tesi davvero "dissacranti" dell'autore.
Il Novecento è stato "il secolo più violento della storia dell'umanità" (William Golding), "un secolo di massacri e di guerre" (René Dumont), "il secolo più terribile della storia occidentale" (Isaiah Berlin), ma la caratteristica peculiare è , oltre al dato quantitativo, l'antinomia di avere esercitato una violenza massificata, intreccio di "sofisticatezza tecnica e delirio politico" che ha prodotto quella che qui viene definita una "eterogenesi dei fini", cioè la distruzione del fine stesso per cui la violenza era stata esercitata come semplice mezzo.
Viene esaminata in primo luogo la vicenda del Comunismo nella sua realizzazione storica, assunta nella particolarità di "cesura storica" e quasi "ontologica" rispetto a ciò che lo ha preceduto. Molti intellettuali, e da tempo, avevano denunciato i crimini di un sistema che, instauratosi quasi senza violenza, ha ben presto perso il proprio senso ideale, la propria anima, determinando, in un certo senso, la sua stessa dissoluzione: cioè ha "divorato il fine" della sua azione, tanto che l'esperienza del socialismo reale oggi è arrivata a decostruire l'identità stessa del comunismo ideale.
Si passa poi a dibattere di un vero simbolo della tragedia novecentesca: Auschwitz. Qui c'è la totale identità tra mezzi e fine ed è questo che lo rende "riferimento etico assoluto" in quanto "ferocia ontologica", "abominio metafisico". Anche in questo caso però l'esito ha annientato l'attore, lasciando dietro di sé una scia di "colpa metafisica" da cui ancora oggi la Germania fatica a liberarsi.
Il terzo esempio posto, Hiroshima, è il più significativo del carattere auto-conflittuale, di intreccio abnorme di razionalità e insensatezza, centro della pratica della violenza nel Novecento.
La banalità del male (che Hannah Arendt scoprì seguendo il processo a Eichmann, il criminale nazista processato e condannato a Gerusalemme) è la consapevolezza che gli autori dei crimini sono uomini assolutamente normali, e questa è una scoperta terribile, conferma appunto dell'ossimoro tra oggetto prodotto e soggetto produttore, tra smisuratezza del male e limitatezza dell'uomo. Nel secolo si è poi verificata quella che si potrebbe definire la caduta del legame sociale, cioè il "vedere il sé nell'altro", la percezione di una zona comune tra sé e gli altri in quanto esseri umani (quella che Bataille definisce "l'intimità perduta"): i rapporti sono diventati infatti il risultato del "conflitto e della negoziazione" e il soggetto da produttore di "valore d'uso sociale" è diventato oggetto di "scambio politico", e così lo "Stato sociale viene a configurare, paradossalmente, la più a-sociale di tutte le condizioni umane", crollati i rapporti di reciprocità e di solidarietà. Questa tesi (così come l'analisi della figura del militante contrapposta a quella di chi fa volontariato) è di certo una forte provocazione lanciata contro miti che, per tutta la cultura di sinistra, sembrano intoccabili e che solo Revelli, forte di una storia personale e intellettuale senza ombre, può permettersi di gettare sul tavolo. La seconda parte del volume propone una storia del fordismo dall'avvento alla sua crisi, introducendo infine una lettura molto soggettiva del post-fordismo. Nella terza parte, I peccati della politica e il futuro dell'uomo solidale, partendo dalla figura del militante così come è stato rappresentato in letteratura o si è realmente espresso in fabbrica e "sul territorio", e dalla storia dei crimini del comunismo espressa in modo clamoroso (e ben strumentalizzata per giungere a compiere un'operazione qualunquista di revisionismo storico) nel Libro nero del comunismo, si riconosce come autentica novità emergente, capace di infondere qualche speranza per il futuro, quella di coloro che si spendono volontariamente nel sociale, rifuggendo da ogni inquadramento politico. Una strada quindi è possibile per evitare di "scegliere il nulla" anche se questa "uscita di sicurezza" dal tunnel è ancora poco visibile, è appena intuibile in filigrana, ma esiste ed è composta da attori senza divisa e senza bandiere, forti della loro debolezza, irregolari e silenziosi, capaci di salvare ogni giorno "il mondo daccapo" e di tenere insieme "i tanti spezzoni di tempo, spazio, lavori, esperienze di luoghi e di vite in cui l'esperienza del soggetto è frammentata".


Oltre il Novecento. La politica, le ideologie e le insidie del lavoro di Marco Revelli
Pag. 286, Lire 28.000 - Edizioni Einaudi (Gli struzzi n.526)
ISBN 88-06-15620-9




Le prime righe

Uscire dal Novecento


Il secolo è finito. Più di dieci anni or sono, dal punto di vista storico e politico. Pochi mesi or sono da quello formalmente temporale. E tuttavia la sensazione che questa fine comunica è quella di un falso movimento, d'un arresto, o di una inspiegabile difficoltà a procedere. Come nell'Angelo sterminatore di Buñuel, anche noi stiamo immobili al di qua d'una soglia già cronologicamente infranta, forse ormai fuori con le nostre fiammanti tecnologie e l'effimera mutevolezza delle nostre mode, ma mentalmente prigionieri d'un secolo che ci trattiene con la forza spenta delle sue antitesi non risolte. Con la potenza impalpabile dei suoi fantasmi non placati. E se anche si varca quella soglia, è difficile sfuggire all'impressione da trompe l'oeil - anch'essa intrinsecamente auto-contraddittoria, vero e proprio ossimoro spaziale - di un finto oltrepassamento: come dell'uscire in un interno. O del risalire precipitando.
In realtà il Novecento finisce ripresentandoci - irrisolti - quasi tutti i nodi che, drammaticamente, con la potenza e la violenza, con le sue mobilitazioni totali e i suoi artifici mortali, aveva tentato di tagliare. Giano bifronte, esso ci trattiene tra le sue spire col gioco delle sue ambivalenze radicali, dei paradossi che l'hanno attraversato spingendolo ad essere, in senso proprio, il secolo degli opposti, sempre estremi, sempre assoluti - democrazia e dittatura, ricchezza e miseria, progresso e barbarie, potenza e impotenza... - mai capaci di una soluzione stabile, d'un equilibrio definitivo. A cominciare da quella che forse ne è stata l'ambivalenza più devastante, il paradosso che ancor oggi ci paralizza: la clamorosa contraddizione tra l'onnipotenza dei mezzi tecnici che il secolo ha trovato a propria disposizione - senza dubbio superiore a quella mai raggiunta in ogni altra epoca storica -, e la drammatica incapacità da esso dimostrata di raggiungere, senza pagare un prezzo sproporzionato, pressoché tutti i propri fini (sociali, etici e politici). Il dislivello disperante tra l'ossessiva volontà di costruzione del mondo, che ne ha acceso la febbre del fare, e la fragile, incompleta e alla fine dissolta, capacità di controllo sulla distruttività delle proprie macchine e dei propri gesti.
Il Novecento è stato - come negarlo? - il secolo dell'homo faber. Quello in cui, quasi con ferocia, l'uomo è stato ridotto alla sua funzione produttiva, ed il mondo a realtà fabbricata.

© 2001, Giulio Einaudi editore


L'autore
Marco Revelli è professore di Scienza della politica all'Università del Piemonte orientale. Tra i suoi libri: Lavorare in Fiat, Le due destre, La sinistra sociale, Fuori luogo


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




16 febbraio 2001