Vittorio Spinazzola
Itaca, addio
Vittorini, Pavese, Meneghello, Satta: il romanzo del ritorno

"L'attaccamento alle proprie radici viene ribadito con nettezza da tutti, e non per puri motivi sentimentali. Ma il più istruttivo dei paradossi umani è che la fedeltà spesso collima, ma non collude con l'infedeltà. I figli non devono ripetere pigramente le orme dei padri: la ricchezza che ne hanno ereditato va inventariata con occhio serenamente straniato, senza per questo deprezzarla."

Il ritorno e la memoria, il "nostos" come figura letteraria, sono al centro di questo recente saggio di Vittorio Spinazzola che affronta quattro scrittori della contemporaneità compiendo l'analisi delle loro opere più note attraverso questa tematica.
Dopo una prima parte introduttiva, che fornisce al lettore le conoscenze basilari sui romanzi esaminati, si passa ad osservare uno ad uno i libri seguendo l'ordine di pubblicazione. Per primo Conversazione in Sicilia che apparve una prima volta su una rivista nel 1938 e in volume nel 1941: il romanzo esprime l'animo e gli umori di una intellettualità disillusa dal fascismo (da cui era stata affascinata in un primo momento), passata all'opposizione antifascista nel cruciale momento in cui la seconda guerra mondiale iniziava la sua opera distruttrice. Da Vittorini, attraverso il protagonista-narratore Silvestro, il ritorno a casa, il viaggio stesso è proposto come un'esperienza totale che, con la distanza e la consapevolezza dell'essere diventati diversi, è necessario per evolversi, assumere maggiore autostima, fortificarsi.
Il secondo romanzo esaminato, La luna e i falò venne pubblicato nel 1950, a conflitto finito, anzi già in una fase di dissoluzione delle speranze nate nella Resistenza. All'interno di una condizione umana negativa, irrecuperabilmente dolorosa, c'è però l'esigenza di adoperarsi perché il miglioramento che si è verificato con la Resistenza e nell'immediato dopoguerra possa proseguire. Un romanzo sicuramente centrato sull'etica della responsabilità, (uno dei temi cardine di Pavese) in cui negli ultimi capitoli felicemente si sposano i motivi privati, esistenziali e quelli pubblici e politici, segno evidente di un momento storico in cui tanto peso ancora aveva il proprio essere cittadino.
In pieno boom economico, nel 1963, invece, si colloca il primo romanzo di Meneghello, Libera nos a malo. Nell'assoluta consapevolezza della morte della civiltà contadina con l'avvento del benessere capitalistico rimane però forte il ricordo affettuoso di ciò che è stato e che non può, né potrà, essere mai recuperato. Quella che nel suo viaggio alle origini rievoca è la civiltà paesana, più che contadina, in cui è cresciuto, e le testimonianze, il linguaggio, le situazioni presentano un doppio livello di comicità, quella bonaria e semplice appunto "di paese", con ampio uso di linguaggio osceno o volgare, e quella raffinata dell'intellettuale, un po' snob, un po' narcisista che sa di essere.
Ben diverso è il tono (e il momento storico) dell'opera di Satta, pubblicata postuma nel 1977, Il giorno del giudizio. Romanzo autobiografico, concepito negli anni della contestazione giovanile da un anziano e austero giurista che appare completamente sconvolto dal rovesciamento di tutte le categorie e dalla caduta di tanti valori. Tale amarezza sul presente non porta però a rifugiarsi nel passato perché tutto ciò può portare solo angoscia e "l'intelligenza disincantata" ne ha consapevolezza. Il ritorno in Sardegna, (del tutto momentaneo e col desiderio di passare in incognito in un luogo che non gli dice più nulla) accresce questa sensazione di odio per il ricordo. Viene testimoniata una crisi totale del vivere e del narrare anche se la funzione della letteratura può essere una specie di risarcimento agli uomini della vita che hanno vissuto.
L'apparizione di queste quattro opere, corrisponde ad altrettante fasi dell'Italia contemporanea, al passaggio da civiltà contadina ad una urbano-industriale. Con il romanzo di Satta si chiude comunque il tema di "Itaca", cioè del ritorno, in quanto, in un mondo che nelle due ultime generazioni si è così modificato e ha spezzato ogni vincolo col passato, non si può avere più nostalgia delle proprie radici e forse neppure memoria.


Itaca, addio di Vittorio Spinazzola
Pag. 254, Lire 32.000 - il Saggiatore (La cultura n.544)
ISBN 88-428-0851-2




Le prime righe

Infanzia paesana,
maturità cittadina


L'apologo sulla rimpatriata dell'emigrante

È la storia di un ragazzo nato in un angolo periferico della provincia italiana, immerso nell'atavismo. Lì ha trascorso la fanciullezza; poi se n'è andato, per farsi strada nel mondo: il grande mondo della modernità urbana. Le vicende dell'emigrazione lo hanno cambiato profondamente. Adesso, il suo modo di vedere le cose non è più lo stesso di quando era piccolo: e non solo perché è diventato adulto, ma perché gli si è allargato lo sguardo, gli si sono svegliati interessi e posti problemi estranei al primitivismo culturale della comunità in cui era stato allevato. L'acquisto di una consapevolezza critica evoluta lo ha reso insomma inquietamente pensoso.
Ed eccolo, sull'onda di questi assilli, tornare in visita ai luoghi natali. La rimpatriata gli fa insorgere dentro una somma di emozioni contrastanti. Nel raccontarcele lui stesso, il personaggio intercala e accavalla le sue percezioni della realtà attuale con le reviviscenze dei ricordi: e gli intenerimenti elegiaci si mescolano alle mestizie desolate, i sorrisi compiaciuti agli sgomenti drammatici. È un bilancio complessivo della sua vita che gli vien fatto di compiere, raccordando le due metà in cui si è divaricata, infanzia paesana e maturità cittadina. Con ciò stesso, il discorso inevitabilmente si amplia, dall'esperienza personale alle vicende collettive. In effetti, nell'evoluzione della sua personalità si riflette un processo di mutamento storico: la nazione intera si sta trasformando, si è già trasformata, su un percorso di fuoriuscita dal sottosviluppo economico e dall'arretratezza culturale.
Certo, un passaggio d'epoca non è mai indolore, né privo di contraddizioni. Non tutto ciò che va perduto meritava di scomparire, non tutte le novità sono un vero profitto. Nessun facile appagamento, dunque. Una certezza rimane però indiscutibile: nella contemporaneità vivente si è verificata una rivoluzione mentale da cui non si torna indietro: al tradizionalismo atavico è subentrato il criticismo moderno, all'accettazione aproblematica del mondo e della vita è succeduta la consapevolezza etico-intellettuale degli interrogatici che la condizione umana suscita. Questo grande acquisto segna un discrimine radicale fra l'oggi e lo ieri. Al di là della dimensione dei fatti esterni, materiali, il cambiamento ha investito irreversibilmente l'interiorità coscienziale. Perciò appunto il passato appare definitivamente spento. Inutile pensar di farlo rivivere, e puerile rimpiangerlo: giusto tuttavia è commemorarlo, in quanto lo si faccia dal punto di vista che la modernità propone.
Occorre elaborare il lutto di una morte fatale. La vita è cambiamento; preso congedo dall'arcaismo, non resta che reinsediarsi là dove la dinamica dei tempi ci ha portato. In definitiva, la rimpatriata conferma al personaggio protagonista di aver compiuto la scelta migliore abbandonando lo stagnate microcosmo paesano per fare esperienza d'un macrocosmo in evoluzione. Così, al termine del racconto, lo vediamo volgere di nuovo le spalle ai luoghi che pure gli furono cari, e tornare alla realtà urbana in cui la sua personalità ha conosciuto un arricchimento irrinunciabile.

© 2001, il Saggiatore


L'autore
Vittorio Spinazzola, docente di Letteratura italiana contemporanea all'Università degli Studi di Milano, è autore di numerosi saggi. Ricordiamo, fra gli ultimi: Dopo l'avanguardia, Critica della lettura, Il romanzo antistorico, L'immaginazione divertente, Letteratura e popolo borghese. Nel 1997 ha pubblicato Pinocchio & C., sulla narrativa per ragazzi e cura l'annuario Tirature, focalizzato sul rapporto fra attività letteraria contemporanea e produzione editoriale.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




9 febbraio 2001