Susanna Tamaro
Rispondimi

"L'amore vince tutto, avevo spesso sentito ripetere. L'amore è più forte della morte. E invece non è vero, perché l'amore, anche se esiste, è fragile. È così fragile da essere pressoché invisibile. Ed essere invisibile e non esistere è quasi la stessa cosa."

Tre lunghi racconti che parlano d'amore: la mancanza, la violenza, l'ossessione dell'amore. In tutti e tre è il dolore a dominare. Ha recentemente detto la Tamaro: "Per un artista il dolore è una grande ricchezza", e forse in questo Rispondimi, c'è l'essenza stessa della sofferenza e della capacità di scrittura dell'autrice.
Il primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, è la storia di una ragazza, Rosa, dall'infanzia tragica: orfana di madre (una prostituta morta sulla strada), cresciuta in un collegio e ospitata da vecchi e gretti zii nei periodi di vacanza. Non sa cos'è l'amore da quando ha perso il calore degli abbracci della madre, ne ricorda solo l'odore, e saranno i profumi, gli odori a dominare la sua vita. La meschinità degli zii si scontrerà in modo clamoroso con la voglia di ribellione e di sincerità della ragazza che, uscita dal collegio, dovrà passare da loro il periodo che la separa dalla maggiore età. Fuggita da quella casa/carcere, Rosa riesce a trovare un lavoro e a lei sembra anche di aver trovato finalmente una famiglia. Ma non tutto l'amore che le sembra finalmente di ricevere ha nobili intenti: la sua ingenuità la farà cadere in una trappola che troncherà anche quel sogno. La ragazza è incinta e questo fatto non voluto, ma subito, da incubo lentamente si trasforma in possibilità, in speranza.
Nel secondo racconto invece la protagonista è una donna che ha trascorso una vita subendo le violenze fisiche e psicologiche di un marito che aveva odiato con tutta se stessa soprattutto dopo che, per un tragico incidente, aveva ucciso il loro figlio minore. Quel ragazzo era sempre stato disprezzato dal padre per la sua fragilità e considerato (ingiustamente) un figlio adulterino, mentre era stato particolarmente amato dalla madre che vedeva in lui una personalità antitetica a quella del marito, una luce e una purezza che le suscitavano ammirazione e rispetto. Ora la morte del marito potrebbe far sperare alla donna qualche anno di pace, ma anche da morto quell'uomo saprà farle del male: l'unica eredità che le lascia è infatti la malattia che la vita corrotta da lui trascorsa gli aveva provocato e anche lei, vittima innocente, è destinata così a pochi anni di sofferenza e alla morte.
L'ultimo racconto si differenzia perché il punto di vista è quello di un uomo. Anche qui è l'amore al centro dell'interesse dell'autrice, ma questa volta non è la sua assenza quanto la sua presenza ossessiva, distruttrice a dominare nella passione narcisistica di un uomo per la giovane moglie, passione che si trasforma in rabbia omicida, terrore del tradimento e dell'abbandono quando lei, pur rimanendo fedele e innamorata, acquista maggiore autonomia e personalità.
In conclusione la visione pessimistica della vita che non vede mai riscatto sulla terra è illuminata da una speranza ultraterrena, dalla certezza di un amore superiore che possa dare un senso alla sofferenza e alla solitudine interiore a cui gli uomini sono condannati. La scrittura della Tamaro, coinvolgente e semplice, che non si abbandona a sentimentalismi ma fotografa con asciutta pietà il dolore, dimostra la maturità di un'autrice che, oltre ogni polemica, merita di essere annoverata tra i più significativi esempi di letteratura italiana dell'ultimo ventennio.


Rispondimi di Susanna Tamaro
Pag. 229, Lire 24.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-86-726-8




Le prime righe

Rispondimi
I


In fondo era soltanto il Natale dell'anno scorso, le mie ultime vacanze trascorse dagli zii. Faceva freddo e il paese era sprofondato nella nebbia. Lì la vita era noiosa come sempre, non telefonava nessuno, nessuno veniva a trovarmi. Lo zio si addormentava davanti ai balletti della televisione, la zia faceva grandi coperte all'uncinetto. Nella penombra, l'albero di plastica lampeggiava come un semaforo rotto.
Anche a mezzogiorno la nebbia avvolgeva la casa come un sudario. Ogni mezz'ora mi affacciavo alla finestra per vedere se era spuntato il sole. Non si vedeva mai niente. Di notte sognavo di avere braccia lunghissime, talmente lunghe da arrivare fino al cielo. Arrivavo lassù e afferravo le nuvole, le spostavo una dopo l'altra come fossero i tendoni del cinema. C'è il sole o non c'è? mi domandavo con rabbia. Alla fine lo trovavo, il suo raggio luminoso mi colpiva in mezzo alla fronte. Colpiva me e nessun altro perché ero stata io a cercarlo, l'avevo stanato con le mie braccia smisurate, con la mia volontà.
L'ultimo dell'anno sono andata nella legnaia e mi sono ubriacata. Da fuori giungeva, intermittente, il rumore delle macchine. Tutti correvano nella nebbia. Per andare dove? Forse, per la tristezza, a uccidersi già prima del cenone. La legna odorava di muffa, era lustra, bagnata come quella di un galeone affondato. Sono nel ventre della balena, pensavo, mentre tutto mi girava intorno. Mi ha ingoiata e non posso più liberarmi. Sono prigioniera nelle segrete di un castello, o forse sono già nell'aldilà e questa è la mia tomba. Marcisce la legna e marciscono già le mie ossa. Se questa è la tomba, dov'è l'oltretomba? A un certo punto si sarebbe dovuto aprire uno spiraglio, da qualche parte sarebbe entrata la Luce. O divampate le fiamme.
Dovevo crederci? Ricadere nel tranello e crederci ancora?
Da qualche parte, comunque, doveva pur esserci mia madre. Forse era già all'inferno, per questo non riuscivo a vederla. O forse non c'era niente, niente di niente. Dopo un anno si era vermi e dopo due, polvere.
"Fai una preghierina per la mamma e per le anime del purgatorio", mi dicevano ogni sera le suore, quando ero in collegio. Io ubbidivo, stavo lì con le mani giunte, lo sguardo verso l'alto. Mi aspettavo che, da un momento all'altro, apparisse la mamma, una sciabolata di luce seguita dal vento. L'avrei riconosciuta per il caldo, per il piccolo tornado di tepore che sarebbe salito dallo stomaco. L'amore, mi sarei detta, l'ha fatta tornare dal mondo dei morti.
Pregavo e pregavo, ma l'unica cosa che continuava ad accendersi e spegnersi era una lampadina difettosa.
Esisteva davvero l'amore? E in che forma si manifestava?
Più passava il tempo, meno riuscivo a capirlo. Era una parola, una parola come tavolo, finestra, lampada. Oppure era qualcos'altro? E quanti tipi di amore esistevano?
Da piccola ci avevo creduto, come si crede all'esistenza dei folletti. Un giorno, però, avevo guardato nelle fessure dei tronchi, sotto le cappelle dei funghi. Non c'erano folletti né fate, soltanto muschi, licheni, un po' di terriccio e qualche insetto.
Invece di baciarsi, gli insetti si divoravano l'un l'altro.

© 2001, RCS Libri


L'autrice
Susanna Tamaro è nata nel 1957 a Trieste, vive a Orvieto. Ha esordito nel 1994 e dal suo romanzo più famoso, Va' dove ti porta il cuore è stato tratto nel 1995 il film di Cristina Comencini.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




9 febbraio 2001