Olaf Olafsson
Il viaggio di ritorno


"Do un'occhiata fuori dalla finestra della camera. Il sole si è alzato e i raggi hanno dissolto la nebbiolina sui campi con la gentilezza della carezza di una madre sulla guancia del suo bambino. Questa volta vado. Questa volta non voglio cambiare idea."


Una calda atmosfera avvolge questo romanzo delicato e sfuggente. È difficile inquadrarlo in un genere. Non si tratta di una storia di viaggio e nemmeno di un racconto di memorie, ma è una riuscita unione di queste due cose. Ed è anche un racconto intimista, una finestra aperta sulla vita di una donna (stupefacente che l'abbia scritto così bene un uomo...), sulle sue indecisioni, sugli affetti, le crisi, l'ansia di ritrovare le tessere di un tempo perduto. Protagonista è un'abile cuoca, Disa, che gestisce, insieme a un compagno, un country house hotel nella campagna inglese. Olafsson ce la presenta nel momento in cui decide di intraprendere un viaggio a ritroso verso la sua infanzia, verso l'isola che l'ha vista bambina: l'Islanda. Sprazzi di ricordi si affacciano nella mente di Disa, mentre la nave attraversa lentamente il grande mare che la separa da quelle terre nordiche. Rileggendo le lettere dell'adolescenza (che ha portato con sé in questo viaggio), il pensiero ritorna ai genitori, alle scelte fondamentali di una vita, alla decisione di trasferirsi a Londra per studio. Ecco l'immagine del padre e della sorella, sempre più piccoli e lontani sulla banchina quando la nave che l'avrebbe portata in Inghilterra stava partendo, e il ricordo ormai sfumato del primo compagno, Jakob, molto amato. La memoria ritorna a quell'orgoglio giovanile, esagerato e un po' stupido, che l'aveva portata a commettere molti errori: "mi vergogno se penso che razza di oca fossi in quel periodo, quanto fossi cieca". Ma soprattutto torna regolarmente alla mente quell'allontanamento dalla madre così difficile da recuperare, così denso di sofferenza. L'autore ci fa lentamente comprendere i motivi di un'incomunicabilità di fondo tra madre e figlia, foriera di dolore per entrambe. E ci racconta come la sorella abbia inesorabilmente imboccato il tunnel nero della depressione "in un continuo fluttuare di luce e ombra, speranza e disperazione". Il senso di questo viaggio della memoria è in tutte queste piccole cose che aiuteranno la protagonista ad affrontare anche il passato più difficile da ricordare e a rimettere al proprio posto tutte le tessere di una vita, sullo sfondo del panorama e della natura eccezionali di una terra per noi poco conosciuta come l'Islanda.

Il viaggio di ritorno di Olaf Olafsson
Titolo originale dell'opera: The Journey Home
Traduzione dall'originale inglese di Marta Morazzoni
292 pag., Lit. 30.000 - Edizioni Corbaccio
ISBN 88-7972-432-0




Le prime righe



Questa volta parto.
Giù in cucina nel camino il fuoco scoppietta familiare e il profumo delle mele al forno di ieri sera impregna ancora l'aria. Si sta svegliando il cielo; a est riesco giusto a scorgere un bagliore rosato. Sembra che il mio cane abbia fiutato che sto partendo. Invece di starsene allungato davanti al fuoco a occhi chiusi, coma fa di solito al mattino presto, mi ronza attorno, strusciandosi contro le mie caviglie. C'è silenzio in casa; sono la sola in piedi, perché ho dormito male, come mi è sempre successo tutte le volte che ho ragionato intorno all'idea di partire. Ma questa volta devo andare. Qualsiasi cosa succeda, non voglio permettermi di cambiare idea questa volta.
Apro la finestra per far entrare l'aria fresca del mattino e tirare un profondo respiro. Su un ramo vicino al vetro si dondola un uccellino, un merlo, non è tanto diverso da un tordo islandese, e mi fissa con occhi languidi, un po' malinconici. Una nebbiolina aleggia sui campi e l'erba rugiadosa si china dolcemente al vento. È stato un inverno duro, ma infine è arrivata la primavera e un piacevole sulfureo profumo si alza dai boschi dove i mucchi di foglie sono ormai marci. Gli alberi cominciano a rinverdire, i rami abbandonano il grigiore invernale, e la brezza stuzzica il chiocciare allegro del torrente aizzandolo a correre verso di noi come un postino che abbia buone notizie nella sacca.
Ieri notte mi sono svegliata e ho visto due cavalli giù al torrente. Erano circa le tre del mattino. Invece di accendere la luce, mi sono avvolta nel caldo di una coperta e mi sono messa alla finestra a guardarli. Si muovevano piano, azzurri nel chiarore lunare. Di colpo uno dei due si è come spaventato. È balzato via per i campi ed è sparito dalla vista dietro il cottage del vecchio Marshall, come se fosse svanito nell'aria. Sono tornata a guardare il ruscello, ma anche l'altro cavallo era sparito. Non so perché, senza ragione, la cosa mi ha lasciato una strana apprensione, e sono scesa in cucina a cercare conforto nei profumi della cena della sera precedente. Non avevo modo migliore per schiarirmi la mente.

© 2001, Casa Editrice Corbaccio


L'autore
Olaf Olafsson è nato nel 1962 a Reykjavik in Islanda. È stato dirigente di alto livello in diverse aziende tra cui la Sony Interactive Entertainment e Sony Corporation of America. Di recente è stato nominato vice amministratore delegato della Warner Digital Media. Ha scritto anche il romanzo Absolution, pubblicato in Islanda, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Norvegia e Danimarca.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




26 gennaio 2001