Antonio Soler
Gli angeli caduti

"Pensavo che fuggendo a Barcellona e nascondendomi tra il fumo e le quinte del cabaret dove lavorava Ramón avrei schivato la mano del destino, e avrei trovato un rifugio per proteggermi dai suoi alti e bassi."


Un romanzo giallo o un romanzo picaresco? Questa è una domanda che si può porre un lettore attento dopo aver scorso le prime cinquanta pagine dell'ultimo romanzo di Antonio Soler, Gli angeli caduti. Il genere giallo è infatti quasi un pretesto per presentare una galleria sterminata di personaggi, principali e secondari, spesso quasi al margine della società, tutti in lotta con un destino che non si è dimostrato favorevole nei loro confronti. La complessa storia è vista attraverso gli occhi di un ragazzino che ha raggiunto a Barcellona il fratello maggiore, ballerino in un cabaret e, gettato nel grande mondo dal protettivo nido familiare, scopre un mondo maledettamente complicato e affascinante che è qua e là costellato da misteriose morti. A cadere, con un tonfo sordo e improvviso, sono le ballerine del cabaret, con i loro succinti e luccicanti vestiti di scena, i loro freschi e morbidi corpi, le mille speranze di successo.
Ma non è certo la soluzione del giallo a trattenere il lettore sul libro, perché, man mano che la storia procede, è sempre più chiaro il carattere di metafora di tali uccisioni. Infatti qui viene narrata tutta la vita: dall'iniziazione del giovane personaggio narratore, alla pienezza degli adulti (Mauricio Céspedes, il proprietario del locale, ad esempio), alla morte. Quindi si parla della vita e del grande circo che la popola, composto da "nani e ballerine" appunto, esseri piccoli e grandi, vincitori (ben pochi) e vinti (la maggior parte), ma si parla anche dei sogni che rendono la vita degna di essere attraversata ma che, inevitabilmente, svaniscono. Le ballerine che all'improvviso cadono sul palcoscenico sono così anche i sogni, luminosi e scintillanti dell'adolescenza, che crollano a contatto con la realtà.
Ma ciò che interessa maggiormente Soler è lo studio dei personaggi: il mondo che ruota attorno al locale è un universo davvero picaresco, con figure fortemente caratterizzate e un po' patetiche, spesso ai margini della società, quasi sempre fallimentari. Così si parte ancora dall'infanzia del protagonista che ha come portiere della squadra di calcio in cui gioca un bambino poliomelitico, si giunge al pugile che perde ad ogni incontro ma non accetta di cambiare mestiere, quindi al cameriere gay che ama disperatamente il grande attore di Hollywood sulla cui fotografia sogna ogni notte, alla grande duplice passione per la bella e misteriosa Soledad Rubí di Mauricio Céspedes e del fotografo Rovira: sogni e ribellione al destino, voglia di rivalsa, bisogno di speranza.
Se, come dice l'autore stesso, l'essere ribelli è parte integrante del vivere, ed è una vera necessità per lo scrittore, la lezione più generale che emerge dal libro è semplice: non arrendersi mai, non restare inerti davanti ai colpi della sorte, ma combattere per sentirsi davvero vivi.
L'attenzione allo stile, ben trasposta nella buona traduzione italiana, l'uso di un fraseggiare complesso e l'espressività del linguaggio pongono questo romanzo all'interno di una narrativa di qualità che oggi utilizza sempre più frequentemente il genere giallo o noir, spesso reinterpretandolo, per rivolgersi a un pubblico il più possibile ampio ed eterogeneo, ma che sa soddisfare anche il lettore più raffinato e che in un testo non si accontenta di certo della buona trama.

Gli angeli caduti di Antonio Soler
Titolo originale: Las Bailarinas muertas
Traduzione di Paola Tomasinelli
Pag. 255, Lire 29.000 - Edizioni Il Saggiatore (Scritture n.80)
ISBN 88-428-0657-9




Le prime righe

Ho sempre immaginato che le ballerine, cadendo morte sul palcoscenico, facessero lo stesso rumore di Tatín quando si buttava per terra. Nella mia mente, le ballerine precipitavano con quel rumore metallico e insieme dolce, di lustrini schiacciati e carne nuda, che produceva Tatín, anche se Tatín non indossava lustrini e la maggior parte delle volte, cadendo, sollevava una nuvoletta di polvere e sotto il suo corpo si sentiva uno scricchiolare di sassi e ciottoli che gli si conficcavano dolorosamente nelle ossa. Era l'inconveniente di giocare in porta, sebbene ce ne fossero di altrettanto insopportabili, come ricevere pallonate nello stomaco o in mezzo alle gambe. E poi c'era la noia, i momenti in cui il pallone si aggirava nell'area avversaria e Tatín si distraeva liberando la porta dai sassi e risistemando i pali finché l'altra squadra tornava in attacco e di nuovo lo obbligava a rotolarsi per terra o gli sparava una pallonata nella pancia o in piena faccia, perché Tatín era molto coraggioso e non si scansava mai dalla traiettoria del pallone, neanche quando noi difensori eravamo di spalle o correvamo da un'altra parte. Come se non bastasse, Tatín portava gli occhiali, e se li toglieva solo quando Castillo giocava in attacco nella squadra avversaria : i suoi brufoli e punti neri irritavano la faccia anche a lui e lo mettevano di cattivo umore. Allora, Tatín piegava gli occhiali con molta cura e li infilzava nella tasca di un cappotto o in mezzo a uno dei maglioni che servivano da palo; gli occhi sembravano liquefarsi e le iridi celesti diffondersi per il viso, come due lacrime color del cielo. È vero che Tatín non portava lustrini, ma indossava ferri e cinghie intorno alle gambe, un'impalcatura di latta e cuoio che si arrampicava dalle caviglie, sotto i pantaloni, e gli arrivava fino alle cosce. Tatín aveva la polio; di conseguenza, per quanti gol gli rifilassero e per quanto si annoiasse a togliere sassi e sistemare cappotti che servivano da pali, non avremmo mai cambiato portiere come facevano le altre squadre; per questo, quando cadeva a terra senza spinte né tuffi, lungo disteso come un albero appena abbattuto, come una pertica o un palo del telefono colpiti da un fulmine, il rumore di quei ferri e della sua carne che sbatteva in terra mi ricordava quell'altro suono provocato dalle ballerine quando cadevano morte sul palco, un suono che non avevo mai sentito ma che avevo immaginato centinaia di volte quando mio padre e mia madre parlavano delle lettere che mio fratello spediva da Barcellona, dove lui, mio fratello, era andato per diventare ballerino, e artista.

© 2001, il Saggiatore


L'autore
Antonio Soler è nato a Malaga nel 1956. Giornalista e sceneggiatore televisivo, è soprattutto uno degli autori di punta della narrativa spagnola contemporanea. Dopo la raccolta di racconti Extranjeros en la noche, ha pubblicato i romanzi Modelo de pasión e Los héroes de la frontera. Gli angeli caduti ha vinto il Premio Herralde de Novela e il Premio Nacional de la Crítica. I diritti di traduzione sono stati venduti in Germania, Francia, Portogallo, Grecia e Brasile.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




26 gennaio 2001