Flavio Soriga
Diavoli di Nuraiò


"Henry, mio padre, i miei parenti emigrati un po' dappertutto: ho imparato presto a dimenticare le persone che mi stanno lontano. Non credo di essere cattivo, è un modo per non impazzire, per accettare le strane mosse del caso."


Uno scrittore molto giovane dall'aspetto delicato e cortese, un'aria da liceale ancora stampata sul viso. Una scrittura dura, amara che propone personaggi dolorosi, poveri diavoli di paese, figure emblematiche e autentiche di una condizione umana segnata dalla sconfitta.
Una serie di racconti che ricompongono, attraverso varie figure, la voce di un intero paese: Nuraiò, villaggio della costa sarda, escluso da ogni circuito turistico. Il maggior pregio di Soriga è, però, la capacità di non trasformare la sua narrazione in bozzetto folcloristico, ma di dare una valenza più vasta, quasi esemplare a figure che pure paiono profondamente radicate nel loro territorio. Quella presentata non è una Sardegna immobilizzata in stereotipi, ma un luogo in cui l'isolamento insulare è accompagnato ad una marginalità culturale ed economica che ne accentuano il carattere di prigione, di esclusione, da cui inevitabilmente si desidera fuggire.
Da qui il reiterato bisogno di lontananza, di presa di distanza da luoghi e persone che inchiodano ad una condizione esistenziale soffocante. Eppure i colori, la luce, gli affetti dell'isola restano come bisogno quasi infantile di sicurezza, come appiglio per non affogare nel grande, anonimo mondo. Una volta fuggiti, il ritorno (quando avviene) si tramuta in sconfitta, se non in morte, epilogo di vite giocate alla conquista di una libertà irraggiungibile e di un'affermazione di sé impossibile. Giovani, vecchi, semplici contadini o liceali i personaggi, gli uomini di questi racconti vivono e soffrono una realtà perfettamente attuale, che vede nella forza fisica, nella ricchezza e nel potere le vere chiavi di volta del successo: potere e denaro che spesso arrivano per vie traverse, che hanno nella droga una fonte di guadagno, ma anche di quel coraggio e di quella autorità che con le proprie forze non si riesce ad avere. Punto d'arrivo di vite ai margini è però un traguardo negativo: c'è chi si suicida, chi è chiuso in carcere, chi attende solo la morte, chi sa di avere perso ormai tutto, e soprattutto la speranza.
Un paese che parla attraverso molte bocche, molti linguaggi, molte vite.
E appunto il linguaggio e lo stile usati da Soriga sono un altro elemento di interesse per varietà e ricerca. Non vi è la cadenza dialettale (uno stile cioè "alla Camilleri"), ma l'introduzione di alcuni termini sardi che collocano in modo reale la storia nel contesto; a seconda del personaggio inoltre viene usato in modo molto misurato, ma intenso, il gergo utilizzato dal gruppo di riferimento; la stessa punteggiatura, che talvolta sparisce (così come scompare la lettera maiuscola a inizio frase, o nel discorso diretto) vede una ricerca stilistica tesa a dare velocità e ritmo alla pagina, e a creare una spontaneità di racconto davvero vincente.
Questo giovane autore comunque pare ben calato nel mondo attuale, tutto tecnologia e comunicazione, e non è un caso che sia nato un sito su Nuraiò in cui appare un'intervista allo scrittore e notizie di vario tipo sul libro e sulla letteratura sarda in generale. Ma penso che la conoscenza di Soriga avrà modo di essere approfondita soprattutto attraverso le sue opere future che sapranno confermare le molte aspettative sorte in quest'ultimo anno.

Diavoli di Nuraiò di Flavio Soriga
Pag. 165, Lire 15.000 - Edizioni Il Maestrale
ISBN 88-86109-49-0




Le prime righe

Uno


Adesso ho i chili che mi zavorrano a terra e non mi ricordo neppure come facessi a trovarmi bello, ma molti anni fa non ero questo pizzaiolo grasso con le mani distrutte, e scappavo veloce per le stradine d'Europa sfuggendo alle pattuglie di una decina di paesi, più veloce di qualunque Polizei.
Sopra il forno a legna tengo la foto di mio padre, buonanima, che quand'ero poco più che bambino me le dava con un frustino di nervo di bue, e faceva bene, perché andavo al tabacchino della vecchietta e rubavo le Nazionali, sfuse, oppure fermavo i bambini più piccoli di me e mi facevo dare gli spiccioli che avevano avuto di resto. Non mi dava soldi, il vecchio, e io mi arrangiavo, ero un bastardo e pochi anni ancora e avrei potuto uccidere qualcuno per una carta troppo fortunata, come in uno squallido West fuorimano e fuoritempo.
Avevo il mento lungo e degli occhi infuocati, lo so perché me lo diceva la mia ragazza di allora, Carla Pilloneddu., che aveva quattordici anni ma due tette che bastavano per cinque.
Fogu téisi me is ógusu, diceva, ci hai il fuoco negli occhi, e io non volevo mai fermarmi quando decideva lei, e m'incazzavo anche, ma insomma mi porti in questo schifo di domixedda in mezzo all'orto di tuo zio e vuoi che mi fermi adesso, eh! Vi conosco io a voi ragazze, le dicevo, e non mi fermavo.
Dieci anni dopo l'olandese mi ha detto la stessa cosa, che ci avevo il fuoco dentro gli occhi, e quella volta ero io a sentirmi tutto bruciare mentre lei lo diceva, volevo che me lo dicesse per sempre, e dài, volevo dirle, mandala affanculo questa fattoria da quattro soldi, pioggia otto mesi l'anno e puzza di merda di vacca attaccata ai muri, il cielo che sembra che sei in prigione anche quando stai in campagna a respirare l'erba, lascia stare tutto e scappa con me, corriamo in Sardinia e ti compro quattro tanche profumate di mirto e oleandri a Pula, così puoi vedere il mare mentre cogli i pomodori, e non avremo vacche dalla merda puzzolente ma caprette da latte a cui darai i nomi trattandole come figlie.

© 2000, Edizioni Il Maestrale 2000


L'autore
Flavio Soriga è nato a Uta. Ha studiato giornalismo a Roma e Madrid, si sta laureando in Scienze Politiche. Diavoli di Nuraiò, con il quale ha vinto il Premio Italo Calvino per l'inedito nella edizione 2000, è il suo primo romanzo.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




19 gennaio 2001