Michael Cunningham
Carne e sangue

"Tutti e quattro rimasero un momento in silenzio. Zoe era preda di un'inquietante miscela d'amore e di paura, diversa da ogni altra emozione che ricordava. Sentiva che stava lasciando la sua vecchia vita, le cene e i mobili, il calmo vuoto verde del cortile dietro casa."

La storia di una normale famiglia americana osservata negli ultimi vent'anni, due generazioni che dall'infanzia all'età adulta vengono analizzate nella quotidianità fatta di nulla e di eventi eccezionali, di dolore, di amore, di noia e di allegria.
Constantine e Mary sono, nei primi capitoli, osservati da Cunningham nell'infanzia e negli approcci adolescenziali, ma diventano figure portanti, con un salto temporale che non si ripeterà nel romanzo, quando appaiono come giovani sposi e quindi genitori di figli già quasi adolescenti. L'educazione e il rapporto che hanno con i figli mostra in modo evidente il salto, la frattura che alla fine degli anni Sessanta si è attuata in tutto l'Occidente tra le generazioni: i ragazzi appaiono agli occhi parentali come degli sconosciuti che sfuggono al controllo e alla direzione dei genitori. La figlia minore, Zoe, ha poi un che di selvaggio che sgomenta, ma anche il ragazzo, Billy, è strano, mescola aggressività a sregolatezze incomprensibili. Susan, la figlia maggiore ha con il padre un rapporto affettivo intenso, talvolta anche ambiguo, più forte nei momenti di debolezza di Constantine, sempre però perfettamente gestito dalla ragazza che mostra molta più lucidità e una forma di dolce pietà per quel padre così formalmente perfetto, ricco e apparentemente sicuro di sé, ma così solo e fragile. Anni di contestazione, anni di turbamenti: restano residuali feste liceali, ma il mondo giovanile è davvero in ebollizione.
Tutto ciò si accompagna alla confusione psicologica degli adulti che non osservano la crescita dei figli con molto smarrimento. Eppure i ragazzi si fanno adulti, attraversano i loro abissi, accrescono le differenze tra loro e, anch'essi, in modo meno tradizionale, diventano genitori. Il figlio percorre un cammino difficile: scopre tardivamente la propria omosessualità e, ormai uomo di mezza età, la dichiara con molta ansia alla madre. L'apparente accettazione di lei nasconde un abisso di angoscia, ma l'affetto, il legame profondo col figlio le dà il pudore del rifiuto. La piccola Zoe continua ad essere, anche adulta, irrequieta e tormentata, irregolare per scelta o per debolezza, sarà davvero vittima dei mali del tempo: droga, malattia, solitudine.
Susan, nel suo matrimonio insoddisfacente e fallito appare la più regolare, ma anche a lei la vita ha offerto poca felicità e molta inquietudine. I figli delle ragazze ripercorrono (nell'ultima parte del libro) l'eterna storia dei conflitti con le famiglie (che ora si allargano anche alla generazione precedente), le confuse rivolte, la ricerca di autonomia e di libertà. Tutto nel romanzo è intenso: carne e sangue appunto, sentimenti reali vissuti con fatica in un momento critico per la società americana, momento di crisi, di valori in caduta libera, di fatica esistenziale. Molta critica ha sottolineato il carattere di specchio dell'America attuale che questo romanzo può avere, eppure c'è qualcosa di più (o forse l'America è anche qui, in Europa, in casa nostra) in questo romanzo, qualcosa che lo fa sentire vicino e familiare anche a chi vive nell'Europa del 2000. L'acutezza e la sensibilità con cui Cunningham osserva l'umanità che lo circonda gli permette di dare ai lettori un messaggio, che non può essere ottimistico, ma che sa dare il giusto valore agli affetti e ai legami tra gli esseri umani, senza mai nascondere la sofferenza sottesa alle vite degli uomini e delle donne di fine millennio, ovunque, ma forse con maggiore acutezza in America.


Carne e sangue di Michael Cunningham
Titolo originale: Flesh and Blood
Traduzione di Ettore Capriolo
Pag. 394, Lire 32.000 - Edizioni Bompiani
ISBN 88-452-4554-3




Le prime righe

1935


Constantine, otto anni, stava lavorando nell'orto di suo padre e pensava al proprio, un quadrato di granito polverizzato che aveva recintato e rastrellato nella parte più alta della proprietà di famiglia. Per prima cosa sarchiò i filari di fagioli del padre, poi strisciò fra i nodi e i ceppi del vigneto, legando di nuovo ai paletti i viticci ribelli con della ruvida corda marrone che secondo lui aveva esattamente il colore e la consistenza di un nobile sforzo destinato a fallire. Quando suo padre parlava di "ammazzarsi di lavoro per mantenersi vivi", Constantine immaginava questa corda, ruvida e forte e grigiastra, elettrizzata dai suoi stessi fili vaganti, che avvolgeva il mondo in un goffo pacchetto riluttante a restare legato, proprio come i viticci che continuavano a liberarsi e guizzar fuori in estatiche inclinazioni verso il cielo. Occuparsi dei viticci era uno dei suoi compiti, ed era arrivato a disprezzarli e a rispettarli per la loro indomabile insistenza. Avevano una loro aggrovigliata vita segreta, una torpida volontà, ma sarebbe stato lui, Constantine, a pagarla se non fosse riuscito a tenerli ordinati e palettati. Suo padre aveva un occhio spietato, capace di scoprire un'unica pagliuzza cattiva in dieci balle di buone intenzioni.
Mentre lavorava, pensava al suo orto, nascosto sulla sommità della collina dal bagliore del sole, un metro quadrato, così inutile al futuro fermamente prestabilito da suo padre che lo aveva regalato a lui, il più piccolo, come un giocattolo. La terra del suo orto era poco più di un centimetro di terriccio intrappolato nel declivio roccioso, ma lui l'avrebbe fatta fruttificare con la sua determinazione e il suo lavoro e la sua forza di volontà. Dalla cucina di sua madre aveva trafugato dozzine di semi, di quelli che restavano attaccati al coltello o cadevano sul pavimento nonostante la sua attenzione nonostante la sua attenzione a non macchiarsi del peccato dello spreco. Il suo orto era su un cocuzzolo di roccia riarsa dove nessuno metteva mai piede; se fosse cresciuto qualcosa, avrebbe potuto occuparsene senza dir niente a nessuno. E avrebbe potuto aspettare la stagione del raccolto e scendere trionfante con una melanzana o un peperone, forse anche un pomodoro. Sarebbe tornato a casa nel crepuscolo autunnale mentre sua madre serviva la cena a suo padre e ai suoi fratelli. Avrebbe avuto la luce alle spalle, vivida e dorata. Che avrebbe squarciato la penombra della cucina appena lui avesse aperto la porta. La madre, il padre e i fratelli si sarebbero voltati verso di lui, il cucciolo, da cui ci si aspettava così poco. Quando nel vigneto guardava dall'alto il mondo - i ruderi della fattoria di Papandreous, gli uliveti della Kalamata Company, il luccichio lontano della città - pensava che un giorno si sarebbe arrampicato sulle rocce per vedere i verdi germogli spuntati nella sua macchia di terriccio. Il prete sosteneva che i miracoli erano frutto della diligenza e della fede cieca. Constantine aveva fede.

© 2000, RCS Libri


L'autore
Michael Cunningham è cresciuto a Los Angeles e vive a New York. Il suo primo romanzo, A Home at the End of the World, è stato pubblicato nel 1990; un estratto, intitolato White Angel, è stato scelto per l'antologia "Best American Short Stories". Nel 1999 è stato pubblicato Le ore che è stato tradotto in ventisette lingue e ha ricevuto, il Pulitzer Prize per la narrativa, il Pen/Faulkner Award e il Premio Grinzane Cavour 2000 per la Sezione Narrativa Straniera. Carne e sangue gli è valso il Whiting Writer's Award.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




19 gennaio 2001