Antonio Debenedetti
Un giovedì, dopo le cinque

"Questa forza oscura ci univa, ci legava, creava tra noi una sorta di dipendenza molto più di quanto fossero in grado di fare i baci. Nel contempo però ci distruggeva, ci tormentava, ci esasperava. Era, potrei affermare melodrammaticamente, il nostro carceriere, la nostra prigione senza sbarre."


Un titolo bellissimo per un romanzo asciutto e amaro: un vecchio, un piccolo borghese qualsiasi, ripercorre la sua vita e racconta gli episodi fondamentali che l'hanno contraddistinta, tutti caratterizzati dalla meschinità e dalla finzione.
Bambino povero, senza un padre che gli fungesse da modello, figlio di una ragazza madre umile e mite, cresciuto nella Torino perbenista e formale del primo Novecento, Piero era stato accolto nella ricca famiglia Borlengo come amico fraterno del coetaneo Gianluca, grazie al rapporto di antica data della madre con la contessina Ada, madre del privilegiato rampollo e moglie del ricco, potente, laborioso cavalier Ernesto Borlengo. L'invidia è il sentimento che domina in quegli anni, un perenne senso di umiliazione e di vergogna per la propria condizione, l'aspirazione a un riscatto e il desiderio (non del tutto consapevole) di schiacciare l'amato/odiato amico. Gli anni passano, Gianluca si scopre ben presto omosessuale, si trasferisce a Roma e inizia la carriera di regista cinematografico. Il protagonista narratore, Piero Ceriani, viene mandato dopo poco da Ada a raggiungere l'amico perché gli funga un po' da controllore e un po' da spalla; sua madre è nel frattempo morta, le sue finanze barcollano, così questa offerta (accompagnata da denaro) viene colta come un'occasione preziosa per "sistemarsi", per iniziare una nuova vita e non per tutelare Gianluca, ormai quasi apertamente disprezzato. Roma, in pieno clima fascista, gli offre delle possibilità, non grandiose (non c'è mai nulla di grandioso per lui), di lavoro come giornalista, ma tali da garantirgli almeno autonomia economica. Dopo parecchi anni avviene l'incontro più significativo della sua vita: rivede l'amico, ormai affermato regista, ne conosce la moglie, Magda, (ma come, l'omosessuale Gianluca si è sposato?) e inizia con lei un rapporto fatto dapprima di lunghi dialoghi e poco dopo di sesso. Magda spiega a Piero, quasi dal primo incontro praticamente organizzato dal marito, il perché di quel matrimonio di facciata: Gianluca, entrato in contatto con gli antifascisti, era stato ricattato da un ex amante e aveva fatto voto, se fosse riuscito a cavarsela, di sposarsi. Lei, dopo la perdita di un fascistissimo innamorato, morto in guerra, aveva accettato quella proposta per pura convenienza. Così la vita della coppia era proseguita nel tacito accordo di storie separate, vite che casualmente si riunivano davanti al mondo, ma che in Piero avrebbero potuto avere l'unico punto di autentico contatto. Il fatto tragico si verificherà appunto, un "giovedì, dopo le cinque": una storia così, un po' laida e un po' gretta, culminerà in una morte. Non sarà l'omicidio passionale, né la rivalsa di una vita di umiliazioni, sarà semplicemente una oscura morte naturale a cui Piero assisterà indifferente, senza portare alcun soccorso all'amico colpito da improvviso malore. Gli mancherà il coraggio, anche in questo caso, di dichiarare a Gianluca la scelta omicida di non prestargli aiuto: atto che sarebbe stato, pur nella crudeltà, esplicito e coraggioso. La vigliaccheria e la finzione invece dureranno fino all'ultimo istante di vita dell'amico a cui Piero dichiarerà di aver chiamato ambulanza e medico. Con la morte del Barengo perde ogni senso anche il rapporto con Magda e una vecchiaia solitaria e rabbiosa sarà la dimensione in cui Piero vivrà da quel tempo. La violenza sorda che pervade l'intero romanzo, il culto del successo e del potere fanno del protagonista un esemplare tipico del periodo descritto, un "uomo senza qualità" che non si accetta, ma che non vuole evadere dagli schemi sociali a cui in realtà aspira. Finzione, inganno, opportunismo, invidia, mancanza di autentica passione e disprezzo degli altri: è questo il piccolo borghese che Debenedetti presenta ai lettori, con un linguaggio asciutto ed essenziale, con poche pennellate decise e intense, in un romanzo ben condotto anche nella circolare struttura narrativa.


Un giovedì, dopo le cinque di Antonio Debenedetti
Pag. 191, Lire 27.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-86470-6




Le prime righe

I
Una confessione notturna


Piove ed è già scesa la notte. Una lunga notte invernale, fredda, destinata a durare molte ore. Non avrei potuto incominciare questa confessione, che è anche il racconto della mia esistenza, a mezzogiorno di una giornata estiva, abbagliata dal sole. Non fosse altro per coerenza, per carattere, perché la mia è stata una vita fatta di ombre, di penombre, di grigiori e di luci incerte.
Ma non è tutto. Le gocce, che sento in questo momento picchiettare e scivolare sui vetri della finestra (chiusa con cura come fosse il cancello della gabbia dei leoni), so che mi aiuteranno, so che il loro tamburellare mi indurrà ad avere un po' di pietà e anche di rispetto per me stesso. Quel tanto, almeno, che mi sarà sufficiente a non dipingermi come un mostro. Ci sono troppi mostri in giro, troppi! Eppoi un eccesso di durezza verso quel che sono stato, un di più di sarcasmo farebbero torto alla realtà.

Certo, c'è di che rabbrividire. Basti che un giovedì, tanti e tanti anni fa, fui la ragione indiretta della morte del mio unico amico... o, meglio, amico-nemico. Da allora, più a ragione che a torto, mi considero un mezzo assassino, un quasi criminale. Mille volte, preda di un oscuro senso di colpa, mi sono immaginato a camminare nella neve sporca d'una Siberia ai confini dell'Inferno, perso in una fila di deportati figli dell'espiazione e del terrore.
Non ho giustificazioni. Tanto più che, quando avvenne il fatto, ero l'amante di Magda Borlengo, la moglie dell'uomo che ho appunto contribuito a spedire nell'aldilà.
Riflettendoci adesso, che mi trovo in età avanzata, devo ammettere di essere stato molte ma molte volte sul punto di imboccare una brutta strada, di dar sfogo alla mia natura tutt'altro che limpida. A trattenermi sono stati la mia educazione piccolo-borghese (paura delle busse, in sottofondo un continuo rumore di forbici come se l'ufficiale castratore fosse già pronto, là dietro l'angolo) e i benedetti-maledetti pregiudizi di una Torino d'altri tempi. Quasi non bastasse, nelle mie vene scorre anche qualche goccia (appena qualche goccia) di sangue ebraico. Sangue di cui in famiglia, fra un battesimo e l'altro si è sempre preferito parlare poco. Per vergogna? Anche. Per prudenza? Certo che sì! Ma quelle poche gocce di linfa semita non hanno semplificato le cose.

© 2000, RCS Libri


L'autore
Antonio Debenedetti è nato a Torino. Ha trascorso lunghi periodi dell'infanzia e dell'adolescenza in Toscana (a Cortona) e in Liguria (nel circondario di Ventimiglia). Attualmente risiede a Roma. È inviato speciale per la cultura del "Corriere della Sera". Ha pubblicato Rifiuto di obbedienza, Monsieur Kitsch, In assenza del signor Plot, Ancora un bacio, La fine di un addio, Spavaldi e strambi, Se la vita non è vita, Racconti naturali e straordinari, Giacomino, Amarsi male.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




5 gennaio 2001