Manuel Rivas
Il lapis del falegname

"Le imposte alle finestre erano ancora chiuse e, seduto a un tavolo, sotto una lampada che apriva un pozzo di luce nella penombra, c'era Herbal. Stava disegnando qualcosa sui tovaglioli di carta con un lapis da falegname."


Il lapis del falegname vi cadrà direttamente nelle mani, appena aperto il libro. È allegato al romanzo, rosso brillante con scritte in oro. Un lapis dall'aspetto festoso e natalizio, un po' in contrasto con la drammaticità della storia raccontata da Rivas. Tuttavia un elemento "concreto" per ricordare una vicenda tratta dalla realtà, una di quelle più "forti" di ogni immaginazione. Il lapis rosso passa da un uomo all'altro, tracciando il percorso della storia che sta alla base del romanzo, che è anche quello della Storia con la s maiuscola giacché si tratta di una vicenda ambientata nella seconda metà degli anni Trenta in quella Spagna devastata dai conflitti politici e sociali che sfociarono nella guerra civile. Protagonista è un giovane medico, intellettuale illuminato, finito in carcere nel 1936: Daniel Da Barca. La sua figura richiama quella di Francisco Comesaña (come ha ricordato Bruno Arpaia sulle pagine de Il Sole 24 Ore) che Rivas ebbe modo di incontrare e da cui si fece narrare le vicende intricate e drammatiche che stanno alla base del romanzo. Nell'immaginazione dello scrittore, a raccontare i fatti a un giornalista di nome Carlos Sousa è Herbal, un esponente della guardia civile che perseguitò Da Barca dalla sua posizione privilegiata di carceriere. Herbal è un uomo spietato e crudele, "trasformato" proprio da un lapis rosso da falegname raccolto sul luogo di un freddo omicidio, un omicidio commesso da lui. È il lapis della vittima, un pittore anarchico, "intriso" della sua arte e della sua personalità, diventato per Herbal una nuova anima, una voce così forte da indurlo a proteggere Da Barca, quel prigioniero poco amato, sino al punto di salvargli la vita. Un lapis dalla storia lunga e straordinaria, passato dalle mani di Antonio Vidal, "un falegname che aveva promosso lo sciopero per le otto ore", poi regalato a Pepe Villaverde, un carpentiere "libertario e comunista" e da questi al collega Marcial Villamor e poi al pittore anarchico.
Un oggetto intriso di memoria, di sofferenza, di pensieri. E se mai gli oggetti possono avere un'anima questa semplice matita ne ha indubbiamente una, positiva e incredibilmente potente. Tanto da salvare la vita anche al carceriere Herbal, complice di tante crudeltà e nefandezze.
Un modo diverso per "leggere" la storia spagnola del Novecento e, in particolare, della suggestiva e un po' magica Galizia, così vicina alla natura delle saghe nordiche e all'antico e burbero spirito irlandese, con quei panorami verdi e nebbiosi dove la storia può trasformarsi in mito e anche un lapis può avere davvero un'anima.


Il lapis del falegname di Manuel Rivas
Titolo originale dell'opera: O lapis do carpinteiro
Traduzione dallo spagnolo di Pino Cacucci
143 pag., Lit. 23.000 - Edizioni Feltrinelli (I Narratori/Feltrinelli)
ISBN 88-07-01582-8




Le prime righe

1.


È di sopra, in veranda, ad ascoltare i merli.
Carlos Sousa, il giornalista, disse grazie quando lei lo invitò a entrare con un sorriso. Sì, grazie, pensò mentre saliva le scale, sulla soglia di ogni casa dovrebbero esserci due occhi come questi.
Seduto su una poltrona di vimini, accanto a un tavolino con le ruote, la mano posata sul libro aperto come chi medita e fa propria una pagina geniale, il dottor Da Barca guardava verso il giardino, avvolto in un'aura di luce invernale. La figura sarebbe parsa idilliaca se non fosse stato per la maschera dell'ossigeno. Il tubo che la univa alla bombola penzolava sui fiori bianchi delle azalee. A Sousa la scena sembrò di una inquietante e comica malinconia.
Quando si accorse di avere una visita, avvisato dalla scricchiolio del pavimento di legno della sala, il dottor Da Barca si alzò e si tolse la maschera con sorprendente agilità, come se si trattasse di un infantile giochetto elettronico. Era alto, aveva le spalle larghe e teneva le braccia sollevate ad arco. Sembrava che la loro naturale funzione fosse quella di abbracciare.
Sousa rimase perplesso. Era arrivato con l'idea di trovare un moribondo. Aveva accettato con un certo imbarazzo l'incarico di strappare le ultime parole a un vecchio dalla vita movimentata. Pensava di dover ascoltare un filo di voce incoerente, in patetica lotta contro il morbo di Alzheimer. Non avrebbe mai immaginato un'agonia così luminosa, come se in realtà il paziente fosse collegato a un generatore. Pur non essendo questa la sua malattia, il dottor Da Barca aveva la bellezza tisica dei tubercolosi. Gli occhi dilatati come lampade dalla luce soffusa. Un pallore di porcellana, rosato sugli zigomi.
C'è il giornalista, disse lei senza smettere di sorridere. Guarda com'è giovane.
Non così tanto, replicò Sousa, guardandola con un certo pudore. Meno di quanto non sia già stato.
Si sieda, si sieda, disse il dottor Da Barca. Stavo assaporando quest'ossigeno. Vuole gradire?

© 2000, Giangiacomo Feltrinelli editore


L'autore
Manuel Rivas è nato a La Coruña nel 1957. Giornalista, poeta, narratore e autore di libri per bambini, è sicuramente una delle figure più rappresentative della narrativa spagnola contemporanea. Alcune delle sue opere sono state tradotte in dieci lingue. Tra i titoli: Un millón de vacas, Premio della Critica spagnola, Los comedores de patatas, En salvaje compañía, Premio della Critica in Galizia.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




5 gennaio 2001