Bruce Chatwin
Antonio Gnoli

La nostalgia dello spazio

Bruce Chatwin: viaggio in Afghanistan

A cura di Maurizio Tosi e Franco La Cecla

"Bruce Chatwin amò soprattutto tre cose nella vita: viaggiare, scrivere, stupire."


Bruce Chatwin, rivoluzionario o conservatore, scrittore o saggista, esteta raffinato e snob o esaltatore del gusto popolare, autore elitario o divulgatore destinato al vasto pubblico? "Dava l'impressione di essere una cosa e, al tempo stesso, il suo esatto contrario. E se mai qualcuno ha saputo approfittare della difficile arte degli opposti, questo fu Bruce Chatwin." Un ruolo gli si addiceva senza ombra di dubbio: quello del grande viaggiatore; viaggiatore privilegiato dalla propria cultura e dalle possibilità economiche, ma capace di percepire lo spirito dei luoghi e delle persone, anche se umili e modesti.
Per conoscerlo meglio, magari dopo aver letto tutti i libri già pubblicati in Italia, escono due nuovi titoli, entrambi interessanti.
Il primo, La nostalgia dello spazio, è un testo di Antonio Gnoli che include al suo interno un'intervista all'autore realizzata dal giornalista a Roma nel 1982. Il fascino della voce "in diretta" dello scrittore è accompagnato da una breve ma illuminante parte introduttiva, in cui si ricostruiscono le principali tappe di una vita avventurosa e intensa, finita tragicamente.
Bruce Chatwin: viaggio in Afghanistan è invece un volume nato in occasione della mostra svoltasi a Bologna nell'autunno di quest'anno: Bruce Chatwin e il tesoro perduto di Fullol. A Palazzo Poggi sono stati esposti i disegni, le fotografie, gli appunti dello scrittore raccolti in un viaggio fatto nel 1969 in Afghanistan, in compagnia del gesuita Peter Levi, alla ricerca di resti archeologici che documentassero la presenza greca in questa regione. Chatwin, raggiunto poi dalla moglie Elizabeth, attraversò parte del paese, affascinato dagli usi e costumi locali e particolarmente colpito dal tesoro di Fullol, conservato al museo di Kabul e sconosciuto all'Occidente. Ma il viaggio rappresentò soprattutto la "scoperta" di una nuova visione dell'esistenza che lo portò a decidere di intraprendere seriamente la professione di scrittore, mantenendo viva e forte la voglia di percorrere le strade del mondo. Stephen Spender lo ricollegò a Lawrence. "Due secoli fa Bruce avrebbe potuto conquistare una vasta porzione di impero e probabilmente sarebbe morto giovane per essere sepolto in Afghanistan. L'Inghilterra non gli piaceva, ma anche questo è molto inglese. Dopotutto l'impero britannico si è fondato su persone che cercavano di allontanarsi dalla Gran Bretagna."
Salman Rushdie l'ha definito l'intelligenza più colta e brillante che avesse mai incontrato. Gli attestati di stima non gli sono mancati né prima né dopo la morte. Continuare ad analizzarne l'opera è un modo per valorizzarne la figura di letterato e viaggiatore, che in questo caso si mescola con quella di antropologo illuminato e archeologo attento.


La nostalgia dello spazio di Bruce Chatwin e Antonio Gnoli
Pag. 92, Lire 10.000 - Edizioni Bompiani (pasSaggi)
ISBN 88-452-4445-8

Bruce Chatwin: viaggio in Afghanistan
A cura di Maurizio Tosi e Franco La Cecla
Pag. 61, ill., Lire 28.000 - Edizioni Bruno Mondadori
ISBN 88-424-9757-6




Le prime righe di La nostalgia dello spazio

La scienza dell'aria


Quando a volte di pensa a Bruce Chatwin verrebbe l'impulso di trasformarlo in uno scrittore fittizio, o immaginarlo come un parto della fantasia degli anni Ottanta. Fu durante quel decennio, di sventatezze e cinismi, che egli accentuò le movenze da derviscio. Quasi un Nijinskij di fine secolo. Così, di bocca in bocca, il suo nome passò rapido e intenso. Se ne evocarono i gesti, i tic, le storie che lui narrava. Spesso spiritose e talvolta inimitabili. Swinging Chatwin. Un'epoca era pronta a decifrarne il karma, rendendo omaggio all'inconfondibile segno che il destino riserva a certi suoi figli: tragico ma al tempo stesso lieve, come una storia letteraria che ciascuno avrebbe voluto inventare. Con poche lacrime e molta nostalgia.
In una ipotetica ramificazione delle appartenenze letterarie, Chatwin sostenne con slancio di aver seguito le tracce di Robert Byron, autore negli anni Trenta di uno straordinario resoconto di viaggio in alcune terre che comprendevano l'Afghanistan e la Persia. Considerò La via per l'Oxiana un'opera di genio, un testo a suo modo assoluto, accoglibile al di là di ogni possibile riserva. Si ha il sospetto però che, nonostante i vibranti apprezzamenti, di Byron egli amasse più le imitazioni della Regina Vittoria, di cui aveva sentito meraviglie, che non il libro che lo rese famoso. Che fu, dopotutto, un nobile pretesto con cui Chatwin lusingò la propria generosità di partigiano più che di critico.
Del resto mai avrebbe accettato per sé l'opaca definizione di "scrittore di viaggi", né si sarebbe confuso con la consorteria dei narratori che volgevano le spalle all'Occidente alla ricerca dell'esotico.

© 2000, RCS Libri


Gli autori
Bruce Chatwin è nato a Sheffield nel 1940 e morto di Aids a Nizza nel 1989, È stato reporter del Sunday Times, esperto d'aste, ma soprattutto scrittore: da In Patagonia del 1977 (che cambiò radicalmente la concezione del racconto) a La collina nera, da Le vie dei canti a Anatomia dell'irrequietezza, da Utz a Che ci faccio qui?

Antonio Gnoli è giornalista della pagina culturale de la Repubblica. Ha pubblicato I prossimi titani. Conversazioni con Ernst Jünger.


Le prime righe di Bruce Chatwin: viaggio in Afghanistan



Quando Bruce Chatwin si reca in Afghanistan nell'estate del 1969 è già al suo terzo viaggio in quelle terre. Ha ventinove anni ed è già un esperto cacciatore di oggetti per la casa d'aste londinese Sotheby's. Chiusa questa fase della sua vita, è passato alla routine degli studi archeologici all'Università di Edimburgo, nel ristretto entourage di Stuart Piggott, sofisticato proconsole dell'archeologia inglese in Scozia.
Insoddisfatto degli studi, Chatwin cerca qualcos'altro e si muove irrequieto tra Londra e Oxford. A Oxford stringe amicizia con Peter Levi, gesuita e scrittore, fellow di Campion Hall, un piccolo college cattolico nella roccaforte anglicana di Oxford. Peter Levi vuole andare in Afghanistan, sulle orme di Alessandro Magno e dei suoi successori. Levi è uno scrittore che dalla Grecia trae spunti per rivisitazioni letterarie. L'Afghanistan dei regni greco-battriani lo affascina perché ripropone il grande mito letterario di Alessandro Magno, folgorato dall'India, e del confine invalicabile tra Asia ed Europa.
Nell'inverno del 1969 Peter Levi e Bruce Chatwin contattano un giovane archeologo italiano, Maurizio Tosi, che Bruce ha conosciuto due anni prima a Praga e che sta anche lui partendo per l'Afghanistan. Tra grandi bevute di gin, gli chiedono una mano per pianificare il viaggio. Maurizio Tosi sta raggiungendo una missione archeologica dell'Istituto Studi per il Medio Oriente intenta a portare alla luce un meraviglioso complesso tardo buddista alle porte di Ghazni.

© 2000, Paravia Bruno Mondadori Editore


Gli autori
Maurizio Tosi insegna Paleontologia all'Università di Bologna ed è considerato uno dei maggiori studiosi dell'Asia centrale antica. Fa parte del consiglio scientifico dell'Istituto Italiano di Studi nell'Africa e l'Oriente e ha pubblicato numerosi saggi e testi scientifici tra cui The Archeological Map of Murghab Delta.

Franco La Cecla ha insegnato Antropologia culturale all'Università di Verona, Palermo e Venezia. Si divide tra ricerche e insegnamento tra l'Università di Bologna e l'École Normale Supérieure di Lyon. Ha pubblicato tra l'altro Mente locale. Antropologia dell'abitare, Il malintesto. Antropologia dell'incontro, Saperci fare. Corpi e autenticità, Perdersi. L'uomo senza ambiente e Modi bruschi. Antropologia del maschio.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




22 dicembre 2000