Andrea Camilleri
Biografia del figlio cambiato

"Appena in età di ragione, Luigino comincia ad avere dei dubbi sulla sua appartenenza. Cosa ha da spartire lui, compassato, tutt'altro che discolo, incline al raccoglimento, con grandi occhi attenti tra i riccioli castani che scendono sino ai lati del viso (così si autoritratterà nella novella La Madonnina) con quell'omaccione ululante, iroso, impulsivo, che tanto fa piangere la mamma?"


Una biografia/romanzo: assoluta è l'unanimità dei critici nel giudicare in questo modo la Biografia del figlio cambiato di Camilleri. A questo condivisibile giudizio si potrebbe aggiungere anche che è stata compiuta dall'autore una precisa scelta: quello descritto è un Pirandello tutto "teatrale" (è cioè un "carattere", un personaggio) e privato, è esclusa dall'analisi la sfera pubblica, i rapporti con il potere (sarebbe stato interessante ad esempio capire, attraverso gli occhi di Camilleri, il rapporto intercorso col fascismo), con la cultura ufficiale, con la critica del tempo e con il profondo rinnovamento che, proprio in quel periodo, in tutta Europa stava rivoluzionando il teatro.
Il concetto intorno al quale ruota l'intero saggio è quello del "figlio cambiato", tema ricorrente nella produzione di Pirandello, ma soprattutto fondamentale nella sua vita: sarà il rifiuto di appartenere alla stirpe paterna, a quella realtà sanguigna e violenta, tutta terrena e materiale, che spingerà Luigi, fin da bambino, a compiere scelte completamente opposte a quelle volute o sperate dal padre. Così l'incontro con le grandi realtà della vita, la morte e l'amore, o meglio il sesso, avviene in modo traumatico e condizionerà tutta la vita del drammaturgo siciliano. Rifiuto del corpo, della materialità dei sentimenti, insomma di ciò che può apparire banale e ordinario. Forse la pazzia che, fin da piccolo, entra in rapporto stretto con lui (la sorella impazzisce in modo quasi improvviso) è una dimensione "altra" da cui sente di non poter sfuggire, quasi una compagnia più accettabile della grigia monotonia della vita del borghese arricchito. Questo ambiguo sentimento forse, dopo anni, gli impedirà per molto tempo di rinchiudere la moglie, irrimediabilmente folle, in un istituto, pur soffrendo terribilmente per il necessario allontanamento dei figli a cui è legatissimo.
L'amore, incontrato per la prima volta da bambino e accolto quasi con un sussulto di rabbia, rappresenterà nella sua vita spesso più un fastidio che una gioia e il matrimonio, di puro interesse, che contrarrà per rendersi economicamente indipendente dal padre, rappresenterà così per lui una soluzione del tutto accettabile.
Eppure quel matrimonio "combinato" sarà contrassegnato anche dall'amore: Antonietta, l'infelice moglie, si innamorerà perdutamente di Luigi fin dal primo incontro, e la gelosia parossistica di cui sarà vittima ha origine da un sentimento sincero e profondo.
I figli, amatissimi, vivranno all'ombra della personalità paterna e di certo non desidereranno mai essere "figli cambiati", cercheranno invece difficili strade di autonomia, pur all'interno del campo artistico, dedicandosi cioè alla letteratura o alla pittura o, come l'unica figlia femmina, vivendo addirittura in un altro continente.
Questo saggio offre elementi di sicuro interesse perché, scavando nelle vicende meno note della vita del drammaturgo siciliano, riesce a mettere in luce aspetti della sua personalità (non sempre positivi) che la critica letteraria ha spesso ignorato e inoltre sa arricchire di elementi più propriamente narrativi una biografia che non si vuole rivolgere prioritariamente agli "addetti ai lavori". Questo spiega la scelta dell'autore di utilizzare, anche in un saggio, il linguaggio che lo ha caratterizzato e gli ha dato fama nei romanzi, e che ai numerosi lettori di Camilleri di certo risulterà molto familiare e accattivante.


Biografia del figlio cambiato di Andrea Camilleri
Pag. 266, Lire 27.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-86612-1




Le prime righe



Una tinta matinata del settembre 1866, i nobili, i benestanti, i borgisi, i commercianti all'ingrosso e al minuto, i signori tanto di coppola quanto di cappello, le guarnigioni e i loro comandanti, gli impiegati di uffici, sottuffici e ufficiuzzi governativi che dopo l'Unità avevano invaso la Sicilia pejo che le cavallette, vennero arrisbigliati di colpo e malamente da uno spaventoso tirribìlio di vociate, sparatine, rumorate di carri, nitriti di vestie, passi di corsa, invocazioni di aiuto.
Tre o quattromila viddrani, contadini delle campagne vicino a Palermo, armati e comandati per gran parte da ex capisquadra dell'impresa garibaldina, stavano assalendo la città. In un vìdiri e svìdiri, Palermo capitolò, quasi senza resistenza: ai viddrani si era aggiunto il popolino, scatenando una rivolta che sulle prime parse addirittura indomabile.
Non tutti però a Palermo furono pigliati di sorpresa. Tutta la notte erano restati in piedi e viglianti quelli che aspettavano che capitasse quello che doveva capitare: i parrini nelle sagrestie, i monaci e i frati nei conventi, alcuni nobili nostalgici e reazionari nei loro ricchi palazzi di città. Erano stati loro a scatenare quella rivolta che definivano "repubblicana", ma che i siciliani, con l'ironia con la quale spesso salano le loro storie più tragiche, chiamarono la rivolta del "sette e mezzo", ché tanti giorni durò quella sollevazione. E si ricordi che il "sette e mezzo" è macari un gioco di carte ingenuo e bonario accessibile pure ai picciliddri nelle familiari giocatine di Natale.
Il generale Raffaele Cadorna, sparato di corsa nell'Isola a palla allazzata, scrive ai suoi superiori che la rivolta nasce, tra l'altro, "dal quasi inaridimento delle risorse della ricchezza pubblica", dove quel "quasi" è un pannicello caldo, tanticchia di vaselina per far meglio penetrare il sostanziale e sottinteso concetto che se le risorse si sono inaridite non è stato certamente per colpa degli aborigeni, ma per una politica economica dissennata nei riguardi del Mezzogiorno d'Italia.
Invece per il marchese Torrearsa, uomo della destra moderata, le cause sono da ricercarsi "nella profonda demoralizzazione delle masse".

© 2000, RCS Libri


L'autore
Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle nel 1925. Ha lavorato a lungo come sceneggiatore e regista teatrale e televisivo, producendo le famose serie del commissario Maigret e del tenente Sheridan. Esordisce come romanziere nel 1978, con Il corso delle cose. Sulle pagine di Café Letterario è possibile leggere le recensioni di questi titoli: Gli arancini di Montalbano, La concessione del telefono, Il corso delle cose, Un mese con Montalbano, La mossa del cavallo, La voce del violino, La gita a Tindari, La scomparsa di Patò. Inoltre un'intervista all'autore.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




22 dicembre 2000