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Achille Bonito Oliva

Critico d'arte e organizzatore di mostre di fama internazionale, Achille Bonito Oliva ha avuto sempre una particolare sensibilità nei confronti dell'arte contemporanea e delle avanguardie. Ma le sue radici stanno anche nella letteratura, con il Gruppo '63, e nella passione per la lettura. Una passione nata nella primissima infanzia. Ecco come e perché.


Qual è il primo libro che ricorda di aver letto da bambino?

È un libro che ho immediatamente regalato: il libro Cuore. L'ho immediatamente regalato a una mia fidanzata. Avevo sette anni e stavo in collegio, in un collegio con bambini e bambine. Io mi sono alzato di notte, sono andato nella camerata delle bambine e ho regalato a Lucilla (si chiamava così ed era bionda) come pegno d'amore, il libro Cuore. Un libro pieno di buoni sentimenti, edificante, un libro da clima diurno è diventato un oggetto d'amore da clima notturno.

Una bellissima storia.

E non finisce qui. Ma non posso raccontarle tutta la mia storia d'amore con Lucilla... Ma il libro è Cuore, un libro che sembrava proprio un libro "da collegio", scritto da un De Amicis si è permesso in seguito molte più libertà, perché vorrei ricordare che è lo stesso autore che ha scritto anche Amore e ginnastica, un racconto molto più osé, in cui De Amicis si libera da questa patina piemontese, studiata, disciplinata e mostra salutari crepe nella sua curiosità verso il mondo, la vita l'eros, il sesso, mentre Cuore è un libro che cerca di creare dei lettori modulari oltre che modulati e una sensibilità standard, perché vuole trasmettere dei luoghi comuni. E ci riesce.

Di quelli letti da bambino ricorda qualche libro con particolari illustrazioni? Aveva già sviluppato la passione per il disegno e l'arte?

I o non ho mai avuto in realtà nessuna passione per il disegno. Diciamo che avevo una sorta di lucidità febbrile, stranissima, che scavalcava l'età e le reazioni standard che i bambini hanno a sei-sette anni. Avevo già una strana attenzione per il mondo, per gli adulti. Ero portato a sfogliare libri ma non per morbosità o curiosità e nemmeno per mettere in qualche modo le mani nei cassetti degli adulti o sui libri vietato. Semplicemente sentivo già una specie di attenzione per il mondo non in sintonia con quella interna al gioco dei bambini. Avevo già un'attenzione per l'esterno. Un esterno governato da altri gusti, altre sensibilità, ecc. E alle immagini sono arrivato appunto sfogliando qualche libro, qualche Bonaventura di Sergio Tofano. Anche se io non ho mai amato i fumetti e l'unico fumetto che ho letto (una volta in vacanza a Madonna di Campiglio, quando avevo dieci anni) si chiamava Il piccolo sceriffo. In realtà ho sempre trovato noiosi i fumetti, perché li consideravo statici, bloccati. Ho sempre pensato che la sequenza deve essere cinematografica, in movimento; se no mi sembra come l'archeologia del movimento. Quindi sono tornato al libro fatto solo di parole. Ho letto precocemente, attingendo alla biblioteca di famiglia di mio padre, (mi definisco un "critico agrario" perché vengo da una famiglia di aristocrazia di campagna da parte di mio padre e di borghesia agraria da parte di mia madre, nato in un piccolo paese in cui però la mia famiglia aveva lo ius primae noctis, e viveva in un palazzo dove passavo tutte le estati, interminabili estati, dopo l'inverno trascorso a Napoli. Da luglio a ottobre si rimaneva bloccati in questo paese, in solitudine, in questa piccola "turris eburnea", perché nel Sud tutto si esaspera anche la differenza...). Colmavo la mia solitudine leggendo. Pescavo nella biblioteca di mio padre e ho pescato di tutto già nell'adolescenza: il teatro di Eugene O'Neill (Il lutto si addice ad Elettra), Lord Jim di Conrad, i libri di Kafka (Il processo, Il castello)...

A che età?

A dolescenziale. A un'età in cui generalmente non si sta già a contatto con questi libri. Però io qualche volta riuscivo a leggere un libro al giorno. Era quasi una sfida con la luce del sole, fino a quando tramontava il sole in questo palazzo di famiglia con grandi stanze e mobili antichi. Quindi in qualche modo ho avuto con i libri un rapporto "di necessità". Li ho letti veramente. Mi impegnavano e mi aiutavano. E in qualche modo la lettura mi faceva avvertire la separatezza sociale (se vogliamo dire anche erotica, dato che ero nella fase adolescenziale) in queste estati interminabili in cui la differenza di classe paradossalmente isolava me dagli altri. E i libri erano dei supporti, non erano strumenti per meglio sublimare, ma dilatavano la mia fantasia, mi facevano navigare molto lontano.

Il libro è quindi stato fondamentale nella sua crescita personale.

È stato fondamentale nel poter conservare la mia immaturità, nel poterla coltivare in termini della virtualità della scrittura, dell'attenzione verso l'arte che è venuta successivamente. Dopo aver scritto prima dei libri di poesia e aver fatto parte del Gruppo '63, a metà degli anni Sessanta, ho iniziato con la critica d'arte, aprendomi all'arte d'avanguardia perché mi sembrava appunto (ecco, a proposito delle immagini) che l'immagine desse una maggiore pregnanza e risultato alla mia attenzione, a quel bisogno di intensità che cercavo all'esterno. E quindi le immagini dell'arte sperimentale d'avanguardia mi sembravano immagini in movimento, in continua trasformazione perché sotto le spinte di nuove ricerche, il pacchetto, il panorama d'immagini, il deposito di immagini si rinnovava continuamente dalla pop art in avanti.

Per un adolescente, ma anche per un adulto che non abbia una preparazione specifica di un certo livello quale potrebbe essere un testo (o più testi) da consigliare per poter capire meglio l'arte contemporanea?

I ntanto sconsiglio i miei libri, perché non sono né libri per bambini né per adulti. Le spiego perché. Gli adulti in realtà sono troppo cinici per poter leggere questi miei libri, perché sono un po' dei labirinti, bisogna quindi saperci entrare; i bambini tutto sommato vogliono subito la soluzione, sono impazienti, hanno bisogno di un cocktail facilmente digeribile, secondo il trend della società dei consumi dove ad ogni problema deve corrispondere subito una soluzione. In realtà, come diceva Duchamp, non esistono problemi perché non esistono soluzioni. L'arte non dà risposte alla vita, l'arte è una domanda sulla vita. I miei libri sono come l'arte, rinviano sempre ad altro.
Se dovessi dire ai ragazzi cosa fare, direi che è molto importante frequentare i musei. Specie i musei non italiani d'arte contemporanea, quelli che si trovano ad esempio all'estero, a Parigi, a Berlino, a Londra, a New York; luoghi dove la frequentazione è garantita e avviene in massa, in modo naturale, non "in punta dei piedi", non è sacrale, dove il museo è una soglia laica.

Un luogo di partecipazione collettiva...

S ì, esattamente.

Per capire l'arte bisogna quindi frequentare i musei più che leggere un libro.

M a questo sa perché? perché il museo è un libro, ogni quadro è una sequenza, ogni quadro è una pagina e ogni quadro sposta il problema del guardare, del contemplare, della bellezza, della mostruosità, della curiosità. L'arte, il guardare è un assedio amoroso verso un'opera che è come una galassia, non è visibile a prima vista, richiede approfondimento, costanza e fedeltà. Ogni volta che vado a Parigi torno davanti alla Gioconda e ogni volta sono sorpreso da un dettaglio: è come se ogni volta ci fosse un nuovo svelamento... Il museo richiede costanza e dunque un ritorno. È come un libro interminabile in questo senso dico che si può leggere anche con lo sguardo, allenandolo. L'arte contemporanea ha bisogno di allenamento, non può essere frutto di istruzioni per l'uso soltanto "a freddo" perché poi i libri di storia d'arte contemporanea appunto hanno una loro indispensabile e naturale complessità e non esistono libri per l'infanzia. Debbo dire che se lei mi chiedesse che fare per introdurre l'arte contemporanea e farla capire a masse sempre più grandi e a un pubblico sempre più vasto, anche quello scolare, io risponderei che sarebbe interessante che il Ministero della pubblica istruzione introducesse nelle scuole la storia dell'arte all'inverso. Comincerei con il contemporaneo nelle elementari e arriverei all'arte ellenica, greco-romana e all'archeologia in terza liceo. Intanto perché noi viviamo nell'oggi, e poi perché l'arte contemporanea è frutto di tecniche che destrutturano la tradizione e l'accademia, di tecniche liberatorie che riprendono il gioco infantile. Quindi il gioco ha a che fare con l'arte contemporanea, con la sperimentazione e direi che i bambini ne sono per vocazione il pubblico naturale, iniziale. Questo è un modo serio di far leggere l'arte contemporanea ai bambini, attraverso esercizi "in diretta", attraverso un contatto anche con opere d'arte contemporanea che possano avere come cornice la scuola, dall'asilo in avanti. Così si avrebbe un rapporto di continuità, di familiarità con il contemporaneo non ostile non scandaloso non misterioso e da questo apprendimento si potrebbe poi procedere, com'è sano che sia, con la memoria, andare verso il passato.

Un po' la sperimentazione che ha fatto Munari?

B runo Munari è stato un grande pedagogo e un grande artista, con molta fantasia, quindi invertiva anche lui con facilità e giustamente i metodi tradizionali. Tra l'altro ho inserito Munari nella mia mostra Minimalia, la grande mostra che ho fatto sull'arte italiana del Ventesimo secolo a New York (al P.S.1) proprio perché Munari non lo si può definire un designer o solo uno scultore, è un artista d'avanguardia. L'arte contemporanea supera tutti i generi e quindi supera tutte le età e non è fatta a fasce, in luoghi divisori, per tecniche e discipline: è per vocazione interdisciplinare, transgenerazionale. Bisogna un po' capovolgere le regole, perché l'arte contemporanea tende ad investire l'apparato psicosomatico dell'uomo nella sua complessità, non solo la mente ma anche lo stomaco.

Mi dice cosa sta leggendo in questo momento?

N on mi accusi di narcisismo, ma in questo momento stavo sfogliando il mio libro tradotto in arabo e sono molto orgoglioso. Giulio Carlo Argan ha scritto una Storia dell'arte per Sansoni, e io ho avuto l'onore nell'88 di essere chiamato da lui per redigere l'appendice di questa storia, che si intitola L'arte sino al Duemila. Adesso questa mia appendice è stata tradotta in varie lingue, e sono particolarmente orgoglioso perché oggi mi è arrivata la prima copia dal Cairo tradotta in arabo. L'orgoglio nasce dalla constatazione del fatto che nell'ambito di una cultura aniconica, in cui l'immagine è quasi tabù, è stato pubblicato un libro di un critico occidentale basato sull'immagine. Ciò non toglie che guardo altri libri. Adesso la casa editrice SE ha pubblicato gli scritti di Paul Klee. Trovo molto interessante il recupero che stanno facendo degli scritti dei grandi artisti. Hanno pubblicato anche il Winckelmann. Sono due libri che sto sfogliando in questi giorni.

Narrativa?

L a verità? Pochissima. Diciamo che sono passato dalla narrativa alla prosa, intesa come saggistica. La narrativa ha anche momenti di liricità, di poesia interna. Sono passato alla saggistica in quanto la narrativa è sempre legata alla vita, ma alla vita ci penso da solo, "ci sto già io molto dentro". Mi piace la saggistica proprio perché è come leggere in una casa di cristallo. C'è una trasparenza mentale più definita, più sofisticata, più radicale. La saggistica poi mi appassiona anche come produttore. Ho scritto circa venticinque libri in questi anni iniziando dal Territorio magico, passando attraverso L'ideologia del traditore, il mio libro sul manierismo, fino all'ultimo, Gratis a bordo dell'arte, che è uscito in questi giorni con Skira. La saggistica mi sembra che mi fornisca gli strumenti di lettura delle cose.

Di Giulia Mozzato


1 dicembre 2000