Michael Ondaatje
Lo spettro di Anil

"In uno stato di terrore il dolore pubblico veniva represso dal clima d'incertezza. Se un genitore protestava per la morte di un figlio, si temeva che un altro membro della famiglia sarebbe stato ucciso. Se qualcuno che si conosceva spariva, c'era sempre la possibilità che potesse rimanere in vita se non si causavano troppi problemi."


La guerra e le implicazioni psicologiche che questa provoca negli individui direttamente o indirettamente coinvolti sono un tema ricorrente nei romanzi di Ondaatje. L'opera più nota in Italia di questo autore è Il paziente inglese, grazie anche al film che ne è stato tratto, ma sono varie e ricche le tematiche, sia nei romanzi che nelle opere poetiche affrontate da questo scrittore che, nato nello Sri Lanka da famiglia olandese, formatosi culturalmente in Inghilterra, ora vive e insegna in Canada.
Quest'ultimo romanzo, Lo spettro di Anil, scritto subito dopo Il paziente inglese, è ambientato appunto in Sri Lanka, negli anni della drammatica guerra civile che ha insanguinato il paese (e che tutt'ora rende difficile la situazione in quello stato). Protagonista è una giovane dottoressa, Anil, che dopo gli studi compiuti negli Usa vi era rimasta a esercitare la professione di medico legale: quindici anni di assenza dall'isola, una distanza culturale ormai profonda, abitudini di vita del tutto occidentalizzate. Il ritorno in patria nasce da una esigenza internazionale: una Commissione per i diritti umani decide di inviarla come esperta a verificare i crimini di guerra perpetrati in Sri Lanka non solo dalle bande armate delle singole fazioni, ma dallo Stato stesso. L'impatto, dopo una così lunga assenza, crea in Anil turbamento, così come il rivedere chi è sopravvissuto agli eccidi e il rievocare gli anni dell'infanzia. Le viene affiancato nell'inchiesta Sarath, un archeologo locale quarantenne che ha alle spalle una dolorosa storia personale e che si dimostrerà un affidabile collega pur non sciogliendo mai certe ambiguità nel suo comportamento. L'indagine si fissa su di un cadavere che dovrà permettere di documentare l'implicazione governativa in assassini politici. Nello svolgere le sue ricerche Anil farà degli incontri indimenticabili: il vecchio archeologo cieco, ormai approdato ad una personale coscienza della verità, che solo in apparenza è in contraddizione col bisogno ossessivo e severo di documentare, verificare, provare, proprio della giovinezza dello studioso. Ma soprattutto sarà importante l'incontro con Gamini, fratello minore di Sarath, medico che crede profondamente nel suo lavoro, che dimentica se stesso per regalare ai suoi pazienti (soprattutto ai bambini) qualche speranza di vita. Questo uomo colpisce Anil profondamente, la attrae, le provoca smarrimenti. La storia procede tra incontri e personaggi che mostrano le ferite profonde, e non solo sul loro corpo, dei tragici eventi di quegli anni: particolarmente intensa è la figura di uno scultore, Ananda, un tempo apprezzato, ora distrutto dall'alcol e annientato nella volontà da quando la moglie, amatissima, è stata rapita.
Il libro si chiude sia con la cronaca di un attentato con più di cinquanta vittime, e tra queste anche il presidente Katugala, sia con l'immagine di una gigantesca statua del Buddha opera proprio di Ananda, simbolo di una speranza che rinasce.
L'intensità dei sentimenti e delle emozioni presentate con asciutta forza dall'autore, così come la raffigurazione della tragedia di un popolo in cui nessuno è davvero innocente, offrono anche all'autore l'opportunità di sottintendere un messaggio su ciò che è la guerra e sulla sua brutale interferenza nelle vite di tutti e di presentare una cultura e una civiltà , ricordata in Occidente forse solo per certo antico folklore, così come di far meglio conoscere il dramma di una guerra civile che ben raramente la stampa italiana propone all'opinione pubblica.


Lo spettro di Anil di Michel Ondaatje
Titolo originale: Anil's Ghost

Traduzione: Riccardo Duranti
Pag. 351, Lire 32.000 - Edizioni Garzanti (Narratori moderni)
ISBN 88-11-66204-4




Le prime righe



Quando la squadra arrivava allo scavo alle 5.30 del mattino, uno o due parenti li aspettavano già sul luogo. E rimanevano lì tutto il giorno, mentre Anil e gli altri lavoravano, senza allontanarsi mai; si davano i turni in modo che qualcuno fosse sempre presente, come per assicurarsi che le prove non andassero di nuovo disperse. Era una specie di veglia per i morti, per quelle forme non ancora del tutto rivelate.
La notte, lo scavo era ricoperto da teloni di plastica, fissati con pietre o pezzi di ferro. Le famiglie sapevano l'ora in cui pressappoco sarebbero arrivati gli scienziati; toglievano i teloni e si avvicinavano alle ossa semisepolte, finché non udivano il rumore del fuoristrada che si avvicinava. Una mattina Anil trovò l'impronta di un piede nudo nel fango. Un altro giorno, vi trovò un petalo.
Preparavano il tè per la squadra di medici legali. Nelle ore più calde per fare ombra tenevano sopra di loro un mantello o una foglia di banano.
C'era sempre il timore, a doppio taglio, che il proprio caro si trovasse nella fossa oppure no - il che significava ulteriori ricerche. Se si scopriva che i resti appartenevano a uno sconosciuto, allora, dopo settimane di attesa la famiglia si alzava e se ne andava. Lei non avrebbe più rivisto questa gente. Avrebbero visitato altri scavi nelle montagne più a sud. La possibilità del proprio figlio perduto era sparsa dappertutto.
Un giorno Anil e il resto della squadra andarono a rinfrescarsi in un fiume nei pressi durante l'intervallo per il pranzo. Quando tornarono videro una donna seduta dentro la fossa. Era accovacciata sulle proprie gambe in atteggiamento come di preghiera, con i gomiti raccolti in grembo e osservava i resti dei due corpi. Aveva perso il marito e un fratello in un rapimento in quella zona un anno prima. Ora pareva che i due uomini riposassero insieme, sdraiati sulla stessa stuoia, di pomeriggio. Lei era stata un tempo il collegamento femminile tra loro, quella che li aveva fatti incontrare. Gli uomini tornavano dai campi ogni pomeriggio ed entravano nella capanna di fango, mangiavano il pasto che lei aveva preparato e riposavano un'oretta. Ogni pomeriggio della settimana lei prendeva parte a questa routine.
Anil non conosce le parole per descrivere, neanche a se stessa, l'espressione sul volto della donna. Ma la pena d'amore nella curva di quelle spalle non l'avrebbe mai dimenticata. Appena li sentì avvicinare, la donna si alzò e si fece da parte, offrendo loro lo spazio per portare avanti il lavoro.


© 2000, Garzanti Libri


L'autore
Michael Ondaatje è nato a Colombo, a Ceylon nel 1947, da una famiglia di origini irlandesi. Dopo gli studi in Inghilterra si è trasferito in Canada. Vive a Toronto e insegna alla New York University. Tra le sue opere ricordiamo: Nella pelle del leone, Il paziente inglese da cui è stato tratto l'omonimo film, Buddy Bolden's Blues, Aria di famiglia.



Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




14 dicembre 2000