Rosetta Loy
Ahi, Paloma

"Fuori dalla veranda del Gran Hotel Brusson erano sistemati alcuni tavoli di legno affiancati da lunghe panche ruvide e grigie: là, sotto l'ombra dei castagni, ero costretta all'inutile strazio dei compiti delle vacanze."


È l'estate del 1943, una ragazzina arriva con la sua famiglia al Grand Hotel Brusson. Non si tratta di una vacanza, ma della fuga dalla guerra alla ricerca di un luogo più tranquillo in cui attendere l'agognata fine di quella tragedia. Solo i più fortunati possono allontanarsi dalle città e formare il grande fiume degli sfollati che in varie direzioni percorre la penisola. Dalle Langhe raccontate da Beppe Fenoglio al Monferrato di Cesare Pavese il Piemonte "decentrato" e fremente delle colline e dei monti ai tempi della Resistenza e dello sfollamento è stato al centro di numerosi capolavori della nostra letteratura. Anche la Loy ha scelto di parlarne, con la sua voce leggera, un po' in sordina, senza clamore. Il risultato è un romanzo breve che, per la semplicità e la linearità con cui si raccontano i piccoli episodi di vita quotidiana, ricorda alcune pagine di Natalia Ginzburg.
Con gli occhi di una dodicenne romana, Rosetta Loy racconta quei giorni in Valle d'Aosta, tra le montagne di una delle sue più suggestive vallate laterali: la Val d'Ayas, ai piedi del Monte Rosa. Alcuni adolescenti si ritrovano nella medesima condizione di rifugiati, altri sono nati e cresciuti in valle. Ognuno porta felicità e pene, perché la prima giovinezza in tempo di guerra non può essere totalmente spensierata. La Rosetta di Brusson vive il primo amore, anzi, le prime sofferenze d'amore, suggestionata dal fascino di un ragazzo torinese senza un braccio che non sembra interessarsi a lei se non come amica ("l'infelicità si chiamava Augusto"). Intorno a Rosetta si svolgono i piccoli fatti di tutti i giovani, spesso riuniti ai lati del campo da tennis, unico luogo di ritrovo: Giorgio, Milly, Pietro detto il Pirro, Ettore (il proprietario del disco Paloma), Marcella, Marilù, Paola, la sorella Etta... un gruppo di adolescenti come tanti che deve confrontarsi con un evento, la guerra, che li trova assolutamente impreparati. I più fortunati potranno rimanere nascosti tra le montagne, lontani dai bombardamenti e quindi dalla morte. Altri torneranno in città, perché la guerra sembra non finire e lo sfollamento non può durare in eterno. Della loro sorte la Loy ci racconta poco. Per Ettore, ebreo, sappiamo che il destino riserverà una sorpresa crudele portando sin lì la persecuzione nazista e la deportazione verso il campo di sterminio. A ricordarlo rimarrà il suo amato disco della Paloma.


Ahi, Paloma di Rosetta Loy
pag. 64, Lire 10.000 - Edizioni Einaudi (I coralli n.141)
ISBN 88-06-15714-0




Le prime righe



Sono ancora là sul prato a chiacchierare, la mani che dondolano le racchette da tennis, solo la Milly la tiene stretta al petto con tutt'e due le braccia quasi avesse paura di perderla. Discutono della partita che hanno appena giocato e le scarpe di tela affondano nel morbido dell'erba, qualcuno ha i calzini ma per lo più i piedi sono nudi nelle scarpe Superga. O in quello che resta di quelle scarpe. Il Giorgio e la Marcella portano il completo bianco, gli altri sono vestiti così come capita. La camicia a maniche corte dell'Augusto è celeste e la sua racchetta è una Slazenger, mentre parla lui ributta indietro i ricci dalla fronte per dare più forza alle parole. La Paola ha le ossa grosse e un grande seno molle che ondeggia di qua e di là quando corre appresso alla palla, la sua carne pare impastata col burro tanto è chiara e liscia, appena più colorita alle guance. La "Paloma" la chiama a volte l'Ettore per via della canzone che dice "Ahi, una Paloma blanca come la nieve, come la nieve, ahi, m'ha rovinato l'alma, come me duele, come me duele..." e accanto a lei appare ancora più smunto, insaccato nel maglione a strisce rosse e blu; così almeno mi sembra. Ma la memoria gioca strani tiri, sovrappone spesso un'immagine a un'altra, il dopo al prima. Alto, un poco allampanato, un livido gli segna la guancia destra come se avesse sbattuto contro uno spigolo. Magari è scivolato. O forse è stato soltanto colpito da una palla maldestra. Porta ancora il fazzoletto a scacchi arrotolato sulla fronte per raccogliere il sudore, uno di quei fazzoletti che vendono nei mercati di paese; anche se non dovrebbe neanche giocare, visto che è in montagna per curarsi gli strascichi di una pleurite e il sudore è il suo peggior nemico. Ma come si fa a giocare pensando ogni momento al proprio respiro? Il cancelletto ritagliato nella rete è rimasto aperto alle sue spalle e il vento della sera lo sbatte con rumore di ferraglia.
Il sole se ne sta andando, pronto a sparire dietro la montagna. Come si chiamava quella montagna che ogni sera lo inghiottiva quasi di colpo, non lo ricordo più. Vedo l'ombra che cala simile a una lingua portarsi via dal prato le signore con i lavori a maglia mentre i bambini dalle voci acute e stridenti si avventano come capre giù per il sentiero.

© 2000, Giulio Einaudi editore


L'autrice
Rosetta Loy è nata a Roma, dove vive tuttora. È autrice tra l'altro di La bicicletta (Premio Viareggio Opera Prima), La porta dell'acqua, L'estate di Letuqué, All'insaputa della notte, Le strade di polvere (Premio Campiello, Viareggio, Rapallo-Carige, Catanzaro), Sogni d'inverno, Cioccolata da Hanselmann (Premio Alassio), La parola ebreo (Premio Rapallo-Carige e Premio Fregene).
Nelle pagine di Café Letterario troverete anche un'intervista all'autrice.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




14 dicembre 2000