Marco Politi
La confessione
Un prete gay racconta la sua storia

Il protagonista di questa testimonianza è un prete. Non bisogna mai dimenticarlo. Soffre perché è prete e vuole vivere la sua esistenza di prete. Come omosessuale ha provato la durezza dell'emarginazione e come prete omosessuale ha tentato a lungo di reprimersi.


Un libro scomodo e difficile: di certo per chi lo ha scritto ma non meno per chi lo legge. Provoca disagio, fa sentire in qualche modo responsabili della sofferenza che da questa confessione emerge e che, senza nessuna voglia di denuncia, mette in luce la crudeltà e la grettezza che è troppe volte presente in una società apparentemente disinibita.
Soprattutto fa riflettere su come sia dolorosa un'esperienza vissuta con tormento e onestà, mentre tanto spesso (e soprattutto in un caso come questo) è, almeno dalla maggior parte della gente, criminalizzata e guardata con disgusto.
Tutto il racconto-confessione va letto alla luce delle bellissime pagine iniziali (sia la prefazione di mons. Bettazzi, sia l'introduzione di Politi) che suggeriscono al lettore lo "sguardo" con cui osservare tutta la vicenda, lo spirito con cui affrontare il tema e il perché è importante non affrontare con superficialità situazioni come quella presentata o altre che, in altri campi e realtà, ci si possono presentare.
Per la Chiesa cattolica l'omosessualità è sempre stata un tabù e anche oggi non è facile affrontare l'argomento senza mettere in discussione una visione "maschile" e un atteggiamento spesso sessuofobico insiti nella tradizione di questa istituzione.
La prefazione è scritta da un vescovo, Luigi Bettazzi, che si è sempre schierato con gli ultimi, con gli sconfitti della storia e della società, che ha preso spesso posizione con grande autonomia di giudizio in vicende che venivano giudicate "da evitare" in quanto scomode o pericolose. Ciò che il prefatore segnala al lettore è lo spirito di onestà intellettuale che il prete protagonista della storia presenta, onestà e non orgoglio, non sfida, piuttosto tormento e dolore e, oltre a ciò, rabbia per l'ipocrisia di tutti coloro che, all'interno del mondo ecclesiale, in pubblico disprezzano e condannano l'omosessualità e la praticano invece in privato. È su questo aspetto, sul rifiuto cioè di agire in un modo e di parlare in un altro, che mons. Bettazzi concorda con la lezione che dal libro si evince, così come rispetta la sincera sofferenza del protagonista e la correttezza dell'autore che ha raccolto ed elaborato questa confessione.
Ma perché questo sacerdote (il cui anonimato è assoluto) ha deciso di parlare di sé e della sua vita? Di certo perché pensa che altri possano trarre sollievo dall'esperienza narrata e possano riuscire a far collimare una sincera vocazione sacerdotale con l'omosessualità.
La storia di *** è narrata fin dall'infanzia: una famiglia numerosa centrata sulla figura materna, di condizioni economiche modeste, ma non particolarmente disagiate, una forte e semplice religiosità che porterà anche il figlio maggiore (il nostro è invece il più piccolo dei sei fratelli) a farsi prete. L'ingresso in seminario avviene a dodici anni, il ragazzino è contento di quella nuova vita, è molto ingenuo e semplice e, con il passare degli anni fortifica sempre più la propria volontà di vita sacerdotale. La sua è una vocazione autentica, che non verrà scalfita dalle vicende della vita, e che alla fine avrà la meglio anche sul tormento che lo porterà ad autosospendersi dal sacerdozio. La coscienza dell'omosessualità sarà tardiva, anche se c'erano già stati molti segnali che, forse per paura, non aveva voluto cogliere. La scoperta sarà davvero una specie di fulmine, un sentirsi smarrito e solo, e nello stesso tempo creerà un bisogno di affetto del tutto nuovo, così come inaspettata è la fisicità delle sensazioni ricercate e grandissimo l'appagamento ricavatone. Ma questa scoperta provoca anche uno smarrimento profondo, un cadere "nell'abisso", un entrare in un mondo ambiguo e disperato da cui sembra in certi momenti sentirsi sommerso. Il dialogo che questo sacerdote aprirà con le autorità ecclesiali dimostra come sia possibile trovare intelligenza e sensibilità in molte figure importanti del clero (non in tutte certo) e come proprio questa disponibilità sia stata di grande aiuto al giovane prete in crisi, sia nel momento di allontanamento sia nel successivo, recuperato un certo equilibrio, reingresso nel ruolo sacerdotale.
Fa bene, a chi si sente "immune" e "normale", leggere la storia di chi ha sofferto per la propria diversità, cercando di capire che molteplici sono gli approcci alla fede e alla vita e soprattutto imparando a rispettare profondamente i percorsi degli altri.


La confessione di Marco Politi
Prefazione di Luigi Bettazzi

Pag. 198, Lire18.000 - Editori Riuniti (Primo piano)
ISBN 88-359-4935-1




Le prime righe

I. Un diavolo peloso

Ricordo le immagini di un libro che mia madre mi leggeva da piccolo. Erano tavole in bianco e nero. In una si vedeva il diavolo con le corna. Una raffigurazione assai modesta. Ma ricordo il corpo molto peloso. E una mano sporgente, quasi pronta a ghermire e soffocare. Non ricordo per niente la storia, ma quella visione mi è tornata molto spesso nel corso degli anni. Mi è rimasta dentro come qualcosa che mi terrorizzava e attirava in modo impressionante. Ho sempre avuto attrazione per un corpo peloso. In fondo lo collegavo sempre a quell'immagine. Una sensazione di peccato, qualcosa che bisognava evitare, vincere, combattere.

Avevo dodici anni quando sono entrato in seminario. La mia storia era un po' diversa dagli altri ragazzi che avevano fatto la scelta subito dopo le elementari. Io venivo dalla scuola di avviamento tecnico, mi mancava il latino e ho dovuto recuperare. In pochi mesi ce l'ho fatta.
Il mio ingresso avvenne in una giornata del tutto normale. Non mi è rimasta nessuna impressione speciale. Nel mio bagaglio portavo solo l'esperienza delle avemarie recitate in famiglia. Dall'età di sei anni mi era stata affidata la recitazione dei "misteri gaudiosi", il lunedì e il giovedì, e ne andavo molto fiero. L'edificio del seminario era bello, luminoso. Mi piacevano i suoi campi sportivi. Stavamo in periferia e si godeva ancora la vista della campagna. Noi seminaristi eravamo tutti di un'età fra gli undici e i quattordici anni. Io mi sentivo piccolo. Ebbi l'impressione che nella mia vita si fosse prodotta una rottura, sebbene abitassi abbastanza vicino a casa. Voleva dire lasciare la famiglia a cui ero molto legato. Specialmente mia madre e mia sorella che mi aveva cresciuto in assenza di mamma.
Mio padre era quasi sempre disoccupato. Soffriva di una malattia ai polmoni, tubercolosi. Quando riusciva a trovare un lavoro erano sempre impieghi modesti. Mia madre era "la maestra" e proveniva da una famiglia che stava abbastanza bene. A casa nostra, invece, la vita è sempre stata stentata. Papà si sentiva umiliato perché chi portava i soldi in famiglia era mia madre. Lei si dava da fare, aveva conoscenze, chiedeva i prestiti quando era necessario. Mio padre era poco attivo e rassegnato.
Eravamo una famiglia numerosa. Noi figli eravamo in sei, cinque maschi e una sorella, io ero il più piccolo. Mio fratello maggiore sarebbe diventato prete e negli ultimi anni della mia infanzia era già fuori casa, frequentava il seminario. La sera ci ritrovavamo in soggiorno. Si recitava il rosario, si parlava degli avvenimenti del giorno e si faceva un po' di lettura in comune.

© 2000, Editori Riuniti


L'autore
Marco Politi, giornalista e scrittore, segue per il quotidiano La Repubblica la politica vaticana e i problemi religiosi. Insieme al Premio Pulitzer Carl Bernstein è autore di Sua santità, biografia di Giovanni Paolo II, tradotta in dieci lingue. Collabora con numerose reti televisive e radiofoniche europee e americane.

Il prefatore
Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, ha partecipato al Concilio Vaticano II. Dal 1966 al 1999 ha retto la diocesi di Ivrea. Già presidente di Pax Christi internazionale (1978-1985), è autore di numerosi libri. Fra i più recenti: Farsi donna, farsi giovane per la pace, La sinistra di Dio, Il Concilio - Pentecoste del Terzo Millennio.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




24 novembre 2000