Veza Canetti
Le tartarughe

"La tartaruga non muore subito. Possiede anche una corazza interiore, perciò non muore.
Se le si ritaglia il cuore, il cuore pulsa ancora a lungo. Se le si stacca il cervello, lei continua ad avanzare lentamente.
Certo, senza calore non può vivere."


Nell'immagine delle tartarughe (con il guscio marchiato a fuoco dai nazisti con la svastica) si nasconde la tragica metafora di esseri umani costretti a nascondersi, a trincerarsi dietro a una corazza di pensieri e sentimenti inespressi, a sfuggire a un nemico sempre in agguato e via via più minaccioso. Sono gli ebrei viennesi che il nazismo ha condannato all'isolamento e poi alla morte. Solo alcuni di essi si sono salvati, quelli che hanno avuto la capacità di trasformarsi in ombre inconsistenti e fuggire in tempo. Lo sradicamento ha comunque conseguenze pesanti sull'esistenza di un essere umano, specie se fragile, emotivamente già compromesso. La tartaruga si difende da questo perenne esilio portandosi appresso la propria casa, la propria "patria"; gli ebrei portano la propria cultura, la fede, una forza che sembra incrollabile e che li ha accompagnati nel loro eterno peregrinare.
La storia, dal sapore fortemente autobiografico, racconta le vicende di una coppia ebrea negli anni Trenta a Vienna: Eva e Andreas. La città diventa velocemente ostile nei loro confronti, pericolosa. L'incubo della deportazione è vicino e quando li sfiora, colpendo il fratello di Andreas, li convince che è giunto il momento della fuga. Ripareranno in Inghilterra, come i Canetti. Perché anche a Veza ed Elias la sorte ha riservato la fuga a Londra e l'esilio. Un'esperienza traumatica per Veza, il cui vero nome era Venetiana Taubner-Calderon, un nome ebraico sefardita. Un'esperienza difficile per una donna sensibile come lei, la cui figura e la cui opera è stata inevitabilmente relegata in secondo piano rispetto a quella "mastodontica" del marito Premio Nobel. Come gran parte delle sue opere, anche Le tartarughe non ebbe un iter fortunato presso gli editori. Accettato da una casa editrice inglese nel 1939, non vide mai la luce a causa dello scoppio della seconda guerra mondiale. Uno dei tanti infelici momenti della sua vita di scrittrice.
"Si tratta di un libro singolare e incompiuto, a cavallo tra il romanzo sperimentale e il documento letterario autobiografico" ha scritto Franco Marcoaldi su La Repubblica. Una testimonianza delle doti narrative dell'autrice e della sua malinconica e drammatica capacità di descrivere l'infelicità umana. Purtroppo una delle poche opere sopravvissute alla crisi depressiva che la colpì nel 1956 e la indusse a distruggere molti dei suoi manoscritti.


Le tartarughe di Veza Canetti
Pag. 262, Lire 29.000 - Edizioni Marsilio (Romanzi e racconti)
ISBN 88-317-7348-8



Le prime righe

1.
La croce


Eva risalì il pendio con il capo chino. Puntava lo sguardo in basso come volesse perforare il terreno per cercarvi qualcosa. Procedeva molto lentamente.
A destra e a sinistra del viale si estendevano, sotto il sole, immensi parchi dagli alberi rigogliosi. Disseminate nei parchi, c'erano le ville.
Eva respirò il profumo delle rose senza provare alcun piacere. Esausta, fece una breve sosta.
Riprese a camminare, scordandosi la faccia in aria. Il volto parve anelare al cielo. Un cruccio improvviso ne cambiò le fattezze, lo rese duro, lo tagliò a strisce e tranciò le morbide ombre. Doveva essere un bel viso. Come Eva riabbassò il capo, i capelli neri le caddero sulla faccia.
La strada diventò piana, costellata qua e là da cespugli selvatici. Erano cresciuti floridamente lungo il recinto in ferro fino a nasconderlo. Eva posò una mano sul cancello. La stanchezza le paralizzava la volontà. Ferma davanti al cancello, non aveva la forza di spingerlo. Bastò un leggero tocco: improvvisamente il cancello si spalancò.
L'imprevisto le risparmiò la fatica di aprirlo. Di colpo si ritrovò in giardino.
E qui si spaventò enormemente. Al balcone era appesa, lunga e larga, una bandiera, aderiva al muro fino a terra, irradiando spietatamente di rosso l'intera facciata. Il gigantesco drappo tremava e fiammeggiava al vento, prima spiegandosi in tutta la sua ampiezza, poi restringendosi bruscamente.
Sul balcone affiorò un uomo che fino a quel momento la bandiera aveva celato. L'uomo allargò le braccia e la scena, all'ombra del vessillo, apparve cupa. I suoi occhi affondavano in guance scavate. Irritato, l'uomo tirò forte la corda e il drappo si tese in verticale, risollevandosi gonfio e brutale. Ora l'uomo guardò con soddisfazione verso il basso e, curvandosi, il suo volto parve ancor più incavato. La bandiera sembrava sangue. Sangue che scorre, cola, si secca e si riforma. L'uomo la colpì con forza. La bandiera si contorse, spazzando il terreno come un'onda di fuoco.

© 2000, Marsilio Editori S.p.A.


L'autrice
Veza Canetti (nata Venetiana Taubner-Calderon) nacque a Vienna nel 1897 da un'antica famiglia sefardita. Sposò Elias Canetti nel 1934 e nel 1938, dopo l'annessione dell'Austria alla Germania, emigrò col marito a Londra, dove morì nel 1963, quasi sicuramente suicida. Fu socialista militante, autrice di racconti, poesie, testi teatrali pubblicati a Vienna negli anni venti, per lo più sotto pseudonimo, sul quotidiano Die Arbeiter-Zeitung, ma la sua opera è rimasta a lungo sconosciuta. Solo qualche anno prima di morire, Elias Canetti decise di far pubblicare quanto ancora rimaneva dopo l'"auto da fé" della moglie, che nel 1956, in preda a una forte crisi depressiva, distrusse molti dei suoi manoscritti.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




24 novembre 2000